I MISTERI DI NAPOLI

Piazzetta Pietrasanta, le Ianare e il Diavolo maiale

 Immettendosi da via San Pietro a Maiella verso via Tribunali, si incontra sulla sinistra – subito dopo la cappella Pontano – un piccolo largo press’a poco rettangolare, con un campanile isolato sulla destra ed un’imponente chiesa sullo sfondo, ancora a sinistra. Il largo costituisce la piazzetta Pietrasanta e sia la chiesa – ovvero la Basilica di Santa Maria Maggiore – che il campanile sono anch’essi contrassegnati dall’indicazione della Pietrasanta. Il luogo è il più antico di Napoli, come testimonia l’aspetto del manto stradale che, anche a vista  d'occhio, mostra la mescolanza di generi e stili architettonici differenti succedutisi, sovrapponendosi, l’uno dopo l’altro nei secoli. Pietrasanta è il nome che si riferisce ad una pietra recante l’incisione di una croce – una roccia che sarebbe stata capace di dare l'indulgenza completa a chi la baciava, perciò ritenuta santa – che dovrebbe essere conservata all'interno della chiesa stessa, ma che, nonostante tutto, non è mai stata finora ritrovata. I segnali di tale leggenda sono però tali e tanti da non fare escludere che quella pietra, prima o poi, verrà ritrovata in un anfratto dell'infinita cripta che si estende al di sotto della piazza. Una leggenda locale non del tutto accreditata vorrebbe che Sant'Evaristo – quinto papa della chiesa cattolica dalla sua fondazione – sarebbe stato sepolto sotto la piazza.  

La pomposa denominazione di Basilica di Santa Maria Maggiore sta a significare che quella chiesa fu la prima e più grande costruzione sacra dedicata alla Madonna nella nostra città, costruita intorno alla prima metà del VI secolo d.C., proprio come basilica paleocristiana. La sua storia è densa di trasformazioni e di vicissitudini. Fu infatti ricostruita nella seconda metà del Seicento secondo il progetto di Cosimo Fanzago – il grande artista di Clusone, nel bergamasco, prevalentemente vissuto a Napoli per esercitare la professione di scultore e architetto – che realizzò tra il 1653 e il 1678 ottenendo un esempio locale di Barocco caratterizzato da ricchi e sfarzosi intarsi di marmi colorati. La struttura attuale è quella lasciata dallulteriore modifica avvenuta in epoca rinascimentale. Dell’opera maestosa sono sen’altro da menzionare:  la bella facciata divisa in due ordini, il primo ionico, il secondo incompiuto; il portale di Pietro Sanbarberio del 1675; l’interno a croce greca con cappelle laterali; la pavimentazione rifatta da Giuseppe Massa in cotto e maiolica del Settecento; le statue dello scultore e pittore Matteo Bottiglieri; le due Cappelle adiacenti lateralmente alla facciata, quella del Pontano, in piperno scuro e con iscrizioni su marmo in latino e la quella del Salvatore, risalente al XVIII secolo, contenente un altare di marmo policromo; la cripta sotterranea che racchiude reperti che vanno dall’età greco-romana fino al Medioevo e oltre. Un discorso a parte merita il campanile in laterizio – il più antico esistente in Italia – classico ed integro esempio dell’architettura dell’epoca. Risale anch’esso al VI secolo d.C perché costruito proprio per la prima versione della Basilica, unico elemento paleocristiano romanico sopravvissuto al rifacimento barocco della stessa. Sulla sua base rettangolare  si vedono elementi architettonici con ampio riutilizzo di materiali – frammenti di mattoni, colonne, fregi, capitelli –  provenienti da templi romani preesistenti. Lavori di restauro recenti hanno rinvenuto inoltre la tavola del gioco dei soldati romani "ludus latrunculorum" – un antenato del gioco della dama o dell'Otello – e, per giunta, i resti mortali del naturalista Stefano delle Chiaie, ventennale direttore del Museo di Anatomia Umana di Napoli, ivi sepolto nel 1860. Nella parte alta, invece, si notano invece una bifora in un arco di mattoni e la torre campanaria che termina in una cuspide. 

Per mancanza di altri locali la chiesa fu deplorevolmente usata come caserma dei pompieri all'inizio del 1800. Nell’ultimo conflitto mondiale furono gravi i danni subiti per i bombardamenti subiti dall’aviazione degli Alleati. I restauri necessari per rimettere in sesto il complesso furono del 1976.

La presenza di elementi architettonici di epoca romana sta a dimostrare che – come in molte altre zone – gli edifici ecclesiastici furono costruiti proprio sulle fondamenta di monumenti pagani allo scopo di contrastare il ricordo dei riti che ad essi si ispiravano. Là dove sorge la piazzetta era radicato fortemente il culto per la dea Diana, riservato alle sole donne perché ad esse prometteva di avere parti non dolorosi. E valida testimonianza di un tempio dedicato alla dea, eretto proprio nella piazza, è data dai frammenti di un antico mosaico romano visibili dentro e fuori la cripta, nonché dai resti in opus reticulatum alla base del campanile.

Gli uomini furono sempre più infastiditi da tale culto, tant'è che le donne devote a tale credenza furono subito appellate col sostantivo dispregiativo di ianare, messe al bando ed infine bollate di stregoneria, perché ritenute capaci di invocare il demonio. È duplice l’etimo-logia di quel sostantivo.

Secondo un’interpretazione strettamente richiamata dai ruderi esistenti nella piazzetta Pietrasanta, starebbe ad indicare proprio le seguaci o sacerdotesse di Diana – perciò dette anche dianare – la dea venerata dai Romani che corrispondeva alla Artemide dei Greci, a sua volta identificata con Ecate, la dea del mondo sotterraneo e degli inferi, che regnava anche sui demoni malvagi e sulle tenebre e vagava nottetempo spaventando gli uomini. Le ianare quindi – figure tipiche della civiltà contadina – erano delle vere e proprie fattucchiere in grado di compiere malefici ed incantesimi, di preparare filtri magici e pozioni in grado di arrecare danni e sciagure. Di giorno potevano condurre una esistenza assolutamente tranquilla senza dare adito a sospetti. Di notte, però, dopo essersi cosparse le ascelle (secondo altri il petto) di un unguento magico, sapevano spiccare il volo lanciandosi nel vuoto a cavallo di una granata, cioè di una scopa costruita con saggina essiccata.

Secondo una credenza di più vasto raggio, perché interessante varie e vaste zone del territorio campano – in particolare la penisola sorrentina/amalfitana ed il beneventano – con ianare o anche janare si alludeva ad esseri femminili che – richiamandosi a Giano bifronte, il dio dal doppio viso davanti e dietro la testa, il dio del principio e del mattino – ne avevano ereditato la capacità di guardare in avanti e all'indietro, quindi di controllare chi entrava e chi usciva dalle porte di casa (ianua). Anche in tal caso la fantasia popolare più diffusa riteneva che le ianare sarebbero state inizialmente donne che, grazie ad un patto con il demonio, avrebbero ottenuto un potere soprannaturale tale da trasformarsi in favolosi mostri femminili, capaci di volare, esclusivamente di notte, essenzialmente malefiche, pettegole, gelose, stizzose, vendicative.

Nella città e nella provincia di Benevento i demoniaci poteri attribuiti a tali esseri femminili – sempre indicate come janare – finirono col farle ritenere autentiche streghe che dopo il tramonto si trasfiguravano assumendo una natura incorporea ma consistente che le metteva in grado di volare e oti)

di entrare nelle case della gente, penetrando dalle soglie sotto le porte o attraverso le fessure delle finestre, come folate di vento. I malefici che potevano provocare erano aborti, infertilità, sevizie deformanti sui bambini. Sarebbero state anche responsabili di quel  senso di oppressione sul petto che a volte si avverte giacendo supini, come se mani invisibili esercitassero una pressione sullo sterno senza che si possa gridare o  chiedere aiuto. Difatti, quando qualcuno avvertiva questo malessere le vecchie di casa  spiegavano: «Sono le ianare che ti premono».  Il luogo prediletto da dove prendevano il volo era il Ponte Janara, costruito sopra il secolare torrente omonimo tra due rive scoscese di rocce – dette "Coste Janare" – ponte fatto saltare in aria dai Tedeschi in ritirata durante la Seconda Guerra Mondiale, ma successivamente ricostruito. Secondo la tradizione, le janare si davano convegno sotto i rami del noce di Benevento – un immenso albero sempre verde in ogni stagione – per celebrare i loro riti orgiastici congiungendosi a spiriti e demoni che prendevano spesso la forma di galli o di caproni.  Si raccontava che preferissero radunarsi nelle notti del sabato o di tempesta, quando, al vento impetuoso e sotto la pioggia incessante, la luce delle folgori squarcianti le tenebre dava alle loro orripilanti fattezze volteggianti a cavallo di scope un aspetto demoniaco. Il clima di tali leggende fu tanto intenso che se ne volle riscontrare una traccia nella sinfonia della celebre opera lirica "Una Notte sul Monte Calvo" che il musicista russo Modest Mussorgsky compose dopo aver soggiornato a Montecalvo Irpino, ospite della duchessa Maddalena Pignatelli, figlia di Pietro Fesenko, consigliere dello zar Nicola II. Si disse che Mussorgsky restò molto impressionato dall'atmosfera dei luoghi e dalle storie che narravano delle streghe e del fatidico noce. 

I popolani erano fortemente impressionati dai racconti sulle janare. Nacquero pertanto una serie di scongiuri e di prevenzioni per potersi da loro difendere: portare sempre con sé una o più immagini sacre, farsi il segno della Croce per tre volte consecutive ripetendo a voce alta “Oggi è sabato”, collocare sacchetti di sale o scope dietro le finestre e sulle soglie di porte e portoni, per costringerle a contare – secondo la tradizione – tutti gli acini di sale o tutte le fibre delle scope prima di entrare in casa. Le facevano così attardare fino al sopraggiungere dell'alba, costringendole a dover ottemperare all’obbligo di ritornarsene nelle loro abitazioni prima del sorgere del sole e del suono della campana che annunciava l'inizio di un nuovo giorno.

Fu proprio il terrore per la comparsa notturna di esseri mostruosi a portare, in precedenza,  alla creazione della Piazzetta Pietrasanta ed alla costruzione della Basilica di Santa Maria Maggiore. Un’altra leggenda, infatti, narra che, nel largo preesistente prima che sorgesse la chiesa – racchiuso tra le Mura di cinta e la Città vera e propria – si buttavano le immondizie di Napoli. In quel luogo e per le strade limitrofe, di giorno e di notte, travestito da enorme maiale, si aggirava minaccioso il diavolo per spaventare col suo diabolico grugnito i passanti, i quali, non sapendo che cosa fare, andarono dal loro Vescovo – il Pomponio diventato poi Santo – che abitava nelle immediate vicinanze, e lo supplicarono, come loro pastore, di pregare la Madonna. Il Vescovo ottemperò al loro desiderio, pregando la Vergine e celebrando una messa in suo onore. In seguito, la Madonna gli sarebbe apparsa in sogno e gli avrebbe raccomandato di andare nel luogo ove soleva apparire il demonio, di cercare con diligenza un panno di colore celeste, di scavarvi sotto una buca fino a trovare una pietra di marmo, di edificare proprio lì una basilica paleocristiana e di dedicargliela. Soltanto così si sarebbero liberati della satanica apparizione. Pomponio, risvegliatosi, si appressò subito ad eseguire questi adempimenti. Così ebbero origine la piazza, la chiesa, il campanile.

Seguendo la leggenda, sembra che nella cuspide del Campanile si trovasse una porchetta di bronzo o di marmo, probabilmente una scultura ottenuta per scavo ed inserita nella fabbrica, secondo l’usanza dell’architettura medievale. A ricordo del presunto miracolo, ogni anno il clero napoletano andava in processione al Duomo, dove il Parroco di Santa Maria Maggiore faceva omaggio di una porchetta all’Arcivescovo di Napoli che era tenuto a sgozzarla di persone, affacciato ad una finestra della Basilica, con grande festa e partecipazione del popolo. Tale cerimonia di orrendo gusto pagano si protrasse fino al 1625, quando, per eliminarla, fu sostituita dall’oblazione di un ducato d’oro e poi dall’accensione di un cero.

Incredibili credenze sussistono tutt’oggi nella zona, come i grugniti del maiale in alcune notti dell'anno o una forte sensazione di benessere emanata dal suolo ogni 27 ottobre, giorno di commemorazione di Sant’Evaristo.

Più divertente è senza dubbio la frase che campeggia sul chiosco di una edicola a pochi passi dalla piazzetta: «’A vit'è nu' muorz, viratenn bene!» (La vita è un morso, goditela!).

 

Napoli, 29 febbraio 2012

 

 

 

 

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