I MISTERI DI NAPOLI

Partenope e Neapolis

Partenope, fu l'insediamento sorto sull'attuale collina di Monte Echia (Pizzofalcone) e su Megaride, l’isolotto che ospita Castel dell’Ovo dove – secondo un antico mito già noto nella Grecia orientale – arrivò portato dal mare e fu sepolto il corpo della celebre affascinante sirena, lasciatasi morire per essere stata respinta da Ulisse. L’ipotesi prevalente – come i ritrovamenti archeologici tratti dai resti della sua necropoli confermano – è che quel nucleo urbano sia stata fondato dai Cumani, nel VII secolo a.C.. Altra versione, invece, vorrebbe che un primo avamposto sia stato opera di un gruppo di navigatori Rodiesi, nell' 800 a .C., poi ampliato e abitato da coloni greci di Cuma a partire dal 680 a .C..

Neapolis (la città nuova), fu a sua volta un insediamento più grande, fortificato e dotato di un ampio porto, sorto successivamente, a qualche chilometro di distanza verso est da Partenope. La quale – iniziata a declinare, dal 530 a .C. circa, per il sopravvenuto predominio commerciale e militare degli Etruschi nell'area e poi rinata, dal 474 a .C. circa, per il riappropriarsi da parte delle colonie della Magna Grecia della loro egemonia – aveva nel frattempo assunto il nome antitetico di Palepoli (la città vecchia). Monete della necropoli sottostante Porta Capuana fanno risalire l’esistenza di Neapolis al 470 a .C., mentre secondo il mitico geografo ellenico Strabone ed altre monete ritrovate in necropoli la sua fondazione andrebbe attribuita, oltre che ai Cumani, anche ai greci della ischitana Phitecusa e forse agli Ateniesi.

Due città, ma un solo popolo originato, direttamente o indirettamente, da Cuma, come giustamente scrisse Tito Livio.

Dello sviluppo e dell’importanza che ebbe Neapolis, sia dal punto di vista urbanistico che commerciale, se ne discute molto poco. C’è un periodo essenzialmente greco di cui rimangono pochi resti, come la suddetta necropoli di epoca cumana del Monte Echia, oltre alle rovine della successiva villa del patrizio romano Lucullo. L’assetto viario – conservatosi fino ai nostri giorni – si ispira al modello ateniese: tre ampie strade parallele longitudinali (plateiai in greco, decumani in latino) intersecate ad angolo retto da una serie di strade più strette (stenopoi in greco, cardini in latino), che con le prime formavano isolati (insulae) comprendenti edifici di varia natura; spesse mura difensive, formate da una doppia cortina di blocchi tufacei, tutt’intorno, lungo il profilo di colline e valloni circostanti, con frequenti aperture di porte, in corrispondenza delle strade principali. Il tratto delle antiche mura oggi visibile nello scavo a cielo aperto di piazza Bellini, di livello inferiore a quello della strada attuale, dimostra che lo sviluppo della città di Napoli nei secoli è avvenuto per stratificazioni successive: la città odierna sui resti di quella romana, a sua volta sui resti di quella greca.

Dal 326 a .C., a seguito della II guerra sannitica, Neapolis fu assediata e conquistata dall'esercito romano; ma, pur restando sotto l'egemonia di Roma, le venne attribuito lo status di "civitas foederata", che le consentì per lungo tempo il mantenimento di una certa autonomia e la funzione  di punto d’incontro e confronto di culture differenti. Nel I secolo a.C. il  massimo sviluppo cittadino dell’epoca richiese un'espansione urbanistica oltre i confini delle originarie mura, come testimoniano i ritrovamenti in corrispondenza del chiostro di Santa Chiara, e gli insediamenti ad ovest, nelle zone di Chiaia e Posillipo e, più oltre, nell'area flegrea, resa accessibile dall'apertura della galleria nota come Crypta Neapolitana.

Dopo l' 82 a .C., a seguito di infelici scelte strategiche durante la guerra civile tra Mario e Silla, molte delle attività commerciali le furono sottratte e spostate verso Puteoli, un porto in rapida ascesa come Miseno. Iniziò così la decadenza: in città, con la venuta dell’aristocrazia romana quasi esclusivamente per organizzare manifestazioni culturali e spettacoli; nei meravigliosi dintorni di Baia, Pompei, Capri, con la proliferazione degli otia  delle ville dei ricchi patrizi e di alcuni imperatori.

Il I secolo d.C. nella storia di Neapolis è oggi quasi unanimemente identificato con l’avvenimento tragico dell’anno 79, l’eruzione del Vesuvio, che produsse la distruzione di Pompei, Ercolano, Stabia, Oplonti, più i vari villaggi esistenti sulle falde, nonché la perdita di tante vite umane, compresa quella dello scrittore e naturalista Gaio Plinio Secondo, più noto come Plinio il Vecchio, che, vedendo dalla sua residenza di Miseno il vulcano in fiamme, partì con le sue quadriremi per portare soccorso e studiare da vicino i fenomeni. Neapolis non ne fu investita direttamente; subì solo le scosse sismiche, l’onda di calore, la pioggia di cenere. Alcuni storiografi raccontano che nel teatro all’aperto – poi in parte crollato – addirittura Nerone fosse stato sorpreso, mentre faceva l’istrione, dalla terra che tremava.

Il declino dell’Impero Romano di occidente indebolì fortemente la difesa della città che restò spesso in preda agli attacchi dei Goti. Nel 476, l 'ultimo imperatore, Romolo Augustolo, fu spodestato dai barbari ed esiliato su quell’isolotto di Megaride dal quale era iniziata la storia di Partenope, a chiusura di un ben determinato ciclo storico.  

Ma i secoli della decadenza segnarono anche tanti avvenimenti di notevole interesse demografico. A parte l’iniziativa dell’imperatore Augusto che, nel 2 d.C., scelse Neapolis come "custode della cultura ellenica" e la nominò quale sede dei giochi Isolimpici, sul modello della mitica Olimpia (Grecia), la città divenne sempre più crocevia di razze, culture e religioni diverse. Nel II e III secolo d.C. fiorirono comunità orientali e gruppi di proseliti cristiani, all’operosità incessante dei quali è dovuto il gran numero di catacombe ed ipogei ancora oggi visibili. La più numerosa rappresentanza di stranieri ad arrivare fu quella dei coloni di Alessandria d’Egitto che importò con sé il culto di Iside e – nella zona in cui si stabilì, la Regio Nilensis – eresse costruzioni di cui l’unica traccia resta la statua del dio Nilo nella piazzetta omonima.

Ma a questo punto il discorso si farebbe troppo lungo. Lo approfondiremo prossimamente.

 

Napoli, 7 marzo 2012

 

 

 

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