I MISTERI DI NAPOLI

Raimondo di Sangro: genio o stregone?

 

Acquisito, ancor minorenne, il titolo di VII Principe di Sansevero per la morte del nonno paterno, Raimondo di Sangro, rientrò a Napoli – nel Palazzo di famiglia – nel 1730, a soli vent’anni. Sposò subito, per procura, Carlotta Gaetani dell'Aquila d'Aragona – la cugina quattordicenne residente nelle Fiandre – che, per le continue guerre europee, conobbe soltanto sei anni dopo il matrimonio, nel 1736, quando lei lo raggiunse a Napoli. Per quelle nozze commissionò la composizione di una serenata musicale al coetaneo Giovanni Battista Draghi, il Pergolesi, che venne però completata da altri perché il musicista di Jesi – afflitto dall'infanzia da seri problemi di salute – morì di tubercolosi a soli 26 anni, in quello stesso anno, nel convento dei cappuccini di Pozzuoli e fu sepolto nella fossa comune della Cattedrale di San Procolo. Dal matrimonio con Carlotta, Raimondo cinque figli: Vincenzo, Paolo, Gianfrancesco, Carlotta e Rosalia.

Esperto in arte militare, da colonnello del Reggimento Capitanata, nel 1744, si distinse valorosamente alla testa delle sue truppe nella battaglia per liberare la città di Velletri occupata dall'esercito austriaco del generale Lobkowitz. Fu membro dell’Accademia de’ Ravvivati (pseudonimo “Precipitoso”) e dell’Accademia della Crusca (pseudonimo “Esercitato” e motto “Esercitar mi sole).

Suo più illustre estimatore fu proprio re Carlo Sebastiano di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna, che, entrato a Napoli – a soli 17 anni, il 10 maggio 1734 – per prendere possesso del Regno delle due Sicilie dopo avere trionfalmente sconfitto gli austriaci, subito dopo le sue nozze con Amalia Walburga di Polonia, istituì l'Ordine cavalleresco di San Gennaro, nel quale entrarono a far parte sessanta fidati blasonati scelti uno per uno dal re in persona, fra i quali fu uno dei primi proprio lui, il Principe di Sansevero. Sapendo che il re amava la caccia, per ringraziarlo dell'onore concessogli gli fece fabbricare dei mantelli di un tessuto impermeabile – di sua invenzione – novità assoluta a quel tempo. Il sovrano ne restò entusiasta, riservandogli una stima che crebbe sempre più con gli anni quando – sempre nel campo militare – Raimondo inventò uno speciale cannone in bronzo ed un fucile a retrocarica che anticipò il Lefaucheux, l'ideatore della nuova arma.

 

 

Fu scrittore ed editore, con propria tipografia impiantata nei sotterranei del suo Palazzo. Stampò libri, suoi e di altri – spesso censurati dalle autorità ecclesiastiche o pubblicati anonimamente perché di chiaro influsso massonico – oltre che trattati e traduzioni di libri ignoti in Italia. Un suo testo del 1750, noto come “Lettera apologetica, ma il cui titolo completo è “Lettera Apologetica dell'Esercitato accademico della Crusca contenente la difesa del libro intitolato Lettere di una Peruana per rispetto alla supposizione de' Quipu scritta dalla Duchessa di S*** e dalla medesima fatta pubblicare trattò del criterio di traduzione dei "quipu" – le cordicelle colorate annodate a differenti altezze usate in America Latina per scambiarsi messaggi segreti – alludendo con Duchessa di S***”, per alcuni a Madam de Grafigny, per altri a Mariangela Ardinghelli, il cui salotto napoletano accoglieva gli eruditi in voga. Altre sue opere furono un “Vocabolario dell'arte militare di Terra”, redatto in ben otto anni fino alla lettera “O”, un “Manuale di esercizi militari per la fanteria che ottenne il plauso del re Federico II di Prussia, nonché trattati vari sulle fortificazioni.

Tradusse, fra l’altro: “Il Conte di Gabalis, ovvero ragionamenti sulle Scienze Segrete..., dell'abate francese Villars de Montfaucon, testo il cui contenuto esoterico gli procurò nuove accuse di miscredenza dai Gesuiti, che lo costrinsero a negarne la paternità; “I viaggi di Ciro, da “Les voyages de Cirus dello scozzese Michel Ramsay, massone e iscritto alla stessa loggia del Montesquieu, brano in cui si auspicava un maggior fervore illuministico della nobiltà partenopea; “Il riccio rapito, dell'inglese Alexander Pope, anch'egli massone.

Normalmente le operazioni di stampa a colori avvenivano anche allora con tante “passate” per quanti erano quante sono i colori, non esistendo le moderne stampanti in tricromia o quadricromia. Raimondo avrebbe inventato, invece, un sistema per stampare “a più colori” con unica “passata di torchio”, applicato nella  tipografia dei sotterranei del Palazzo.

Nel 1744 intraprese la sua opera massima, il restauro e la sistemazione definitiva della Cappella Gentilizia, quella “Santa Maria della Pietà” popolarmente detta “Pietatella”, oggi nota come “Cappella Sansevero”. Per i lavori, durati fino alla sua morte, spese tutto il danaro di famiglia fino a contrarre debiti tanto cospicui da dover affittare – oltre al Palco che aveva al Teatro San Carlo – alcune stanze del Palazzo ad uso di bisca clandestina. Per tale destinazione il Ministro della Real Casa Bernardo Tanucci –  che vedeva in lui per le sue simpatie prussiane, ingiustamente, un nemico del Regno – lo fece arrestare e rinchiudere nel carcere di Gaeta. Potette farlo in quanto Raimondo era rimasto privo della protezione del sovrano. Nel 1759, infatti, alla morte del fratello, Carlo di Borbone re di Napoli dovette abbandonare la città per diventare Carlo III, re di Spagna, lasciando il trono al figlio, il religiosissimo e giovanissimo Ferdinando IV. Raimondo, per intercessione della moglie e di alcuni nobili amici, venne liberato soltanto dopo alcuni mesi.

Intriso di esoterismo, quando nel 1750 la Massoneria fece capolino a Napoli – le prime Logge erano sorte  ai primi del Settecento – non tardò a entrarvi, iscrivendosi alla “Libera Muratoria” e diventando “Fratello Massone”. In particolare, entrò a far parte della Confraternita della Rosa–Croce iniziandosi agli antichi riti alchemici – ”arte sacra” ed “arte regia” – che, tramandati fin dai tempi più remoti dai sacerdoti egiziani ai propri discepoli, gli servirono successivamente per ricerche ed esperimenti. Fondò – con i vertici della nobiltà napoletana – la Loggia "Rosa d'ordine Magno", così detta dall'anagramma del suo stesso nome. Per il prestigio di cui godeva e per la suggestione occultistica e alchimistica introdotta dal filone scozzese nella struttura razionalistica della Massoneria di tipo inglese, fece molta presa sulla nobiltà e sulla borghesia, scalando in pochi anni la gerarchia dell'Associazione segreta. Scelto come “Gran Maestro” di tutte le Logge napoletane, formò una cerchia interna di “Alti Gradi”, un ristretto cenacolo elitario intorno al quale ruotava un migliaio di “fratelli” suddivisi in diverse logge. Erano gli anni delle maggiori scoperte archeologiche di Pompei, Ercolano, Paestum, fortemente volute da re Carlo, anche queste viste in chiave massonica come riscoperta degli antichi valori morali e democratici dell'ideologia della “fratellanza”.

Ma l’esperienza massonica non fu per lui propizia. Nel Settecento le logge prendevano spesso il nome delle taverne dove i “liberi muratori” si radunavano per discutere di filosofia, esoterismo, politica. A fine seduta, si sedevano intorno ad un tavolo per mangiare, bere a sazietà e concludere la serata con canti a squarciagola. I discorsi su eguaglianza e libero pensiero preoccuparono il Santo Uffizio, ossia il tribunale dell'Inquisizione che da tempo cercava senza successo di aprire una sede nel Regno delle due Sicilie. Iniziarono, le invettive della Chiesa, dei Gesuiti e del frate Guglielmo Pepe contro la Massoneria e contro il fallimento – per intervento dello stesso Re – del tentativo di istituire anche a Napoli un tribunale del Santo Uffizio.

Si mosse il pontefice Benedetto XIV, papa Lambertini – anch'egli in odore di Massoneria – che il 15 gennaio 1751 informò l'ambasciatore di re Carlo della sua preoccupazione per il diffondersi della Massoneria nel Regno e negli stessi ambienti di Corte. L’iniziativa del Papa trovò terreno fertile perché anche il re si era dato da fare per saperne di più su «un'unione senza l'intelligenza ed approvazione del Sovrano». E proprio in quell'anno – non si era compiuto il miracolo di San Gennaro – per istigazione del Pepe la plebe dette vita ad un vero e proprio movimento popolare contro i massoni, considerati i responsabili del mancato prodigio. In breve, il 28 maggio 1751 Benedetto XIV emanò la bolla «Providas Romanorum Pontificum» con la quale rinnovò la scomunica della Chiesa verso la Massoneria , già espressa tredici anni prima dal predecessore Clemente XII.

Il più additato di questa agitazione antimassonica fu proprio il Principe di San Severo, il quale, però, avendo fiutato il vento, e comprendendo che si stava giocando vita e onori, si era mosso prima, tentando di porre le Logge sotto l'alta protezione di re Carlo, di cui era consigliere. Il Papa ignorava che fin dal 26 dicembre 1750 Raimondo si era presentato al re per abiurare e tradire il segreto massonico consegnandogli la lista degli affiliati alle logge presenti nel Regno; costoro vennero, però, solo redarguiti e non puniti. Si salvarono così i massoni napoletani da eventuali persecuzioni, permettendo loro di continuare indisturbati le proprie attività esoteriche. Re Carlo, con un editto contro i “liberi muratori” del 2 luglio 1751, cancellò a malincuore le logge napoletane e bandì la Massoneria dal Regno. Il primo agosto Raimondo scriveva al Papa ritrattando la sua fede massonica e mettendosi sotto la sua protezione. Così facendo salvò la sua testa e permise al re – contrario a mettere in carcere metà della sua Corte – di limitarsi a impartire una «solenne ammonizione» a tutti i massoni napoletani. 

Nel 1764 sopravvenne una spaventosa carestia che causò oltre duecentomila morti nel Regno, oltre trentamila nella sola Napoli. Il Principe di Sansevero, al fine di cancellare la pesante sua situazione debitoria, decise di far sposare il primogenito Vincenzo alla principessa Gaetana Mirelli, la cui ricchissima dote gli avrebbe consentito il saldo dei debiti ed un discreto appannaggio mensile. In omaggio agli sposi, fece venire a Napoli un “picchetto” d'onore costituito da una cinquantina di propri “feudatari” pugliesi indossanti una sorta di uniforme ed armati. Fu lo spunto per l’indomito Tanucci – che già aveva comunicato all’ex re Carlo (ormai Carlo III) l’ammontare del debito a 220.000 ducati – per farlo nuovamente arrestare per «invasione armata» della città. Liberato dopo poco, ma messo all'indice dalla “fratellanza” internazionale e dagli stessi amici di un tempo, tornò a occuparsi per altri vent'anni delle sue attività di studio, delle sue invenzioni, dei lavori di restauro della sua Cappella, principalmente della sua alchimia fino a quando la sera del 22 marzo 1771 la morte lo colse «per malore cagionatogli dai suoi meccanici esperimenti». Probabilmente aveva inalato o ingerito qualche sostanza tossica durante le sue lunghe notti di veglia.

In realtà, ancor oggi c’è da domandarsi chi fu realmente Raimondo di Sangro: un genio o uno stregone? Così ce lo descrisse Antonio Genovesi nella sua “Autobiografia”: «È di corta statura, di gran capo, di bello e giovanile aspetto; filosofo di spirito, molto dedito alle meccaniche; di amabilissimo e dolcissimo costume: studioso e ritirato; amante le conversazioni d'uomini di lettere. Se egli non avesse il difetto di avere troppa fantasia, per cui è portato a vedere cose poco verosimili, potrebbe passare per uno dè perfetti filosofi».

La fantasia, appunto, fu la capacità intellettiva posseduta in abbondanza allo stato teorico e messa in pratica nelle tante invenzioni più o meno autentiche che resero famoso il personaggio, uno dei più brillanti ed estroversi, ma anche dei più misteriosi e discutibili del Settecento europeo. Uomo forse troppo moderno per il suo tempo, pagò un prezzo troppo elevato per le sue estemporaneità. Anche le più discutibili.

Il sospetto che fosse uno stregone, che i suoi persistenti studi chimici ed alchemici generarono nella plebe e nella rozza aristocrazia, si estese anche alle classi elevate, a causa del suo tradimento dei confratelli massoni – denunciati all'autorità giudiziaria – che gli valse una specie di “damnatio memoriae da parte di tutte le logge d’Europa. Nacquero vicende magiche e misteriose rispetto alle quali lui non fece nulla per negarle, anzi ammantò la propria vita di segretezza rinchiudendosi a lungo nei suoi laboratori, dedito allo studio ed alla realizzazione di esperimenti e invenzioni. D’altronde i rumori allora insoliti provenienti dalla tipografia nei sotterranei del Palazzo alimentavano ulteriori dicerie.

 

Tra le numerose leggende sorte sul suo conto si disse che: avrebbe fatto uccidere sette cardinali, con le cui ossa e pelle avrebbe fatto realizzare altrettante sedie; avrebbe ucciso una donna che gli si negava ed un nano che la difendeva, “metallizzandone” i corpi; avrebbe ottenuto la liquefazione del sangue come nel prodigio di San Gennaro; avrebbe resuscitato gamberi di fiume secchi; avrebbe ottenuto il sangue dal nulla.

Anche la sua passione per il bel canto gli giocò un brutto tiro. Nonostante i piaceri della famiglia e di essere padre, si dilettava a girare per i suoi vasti possedimenti in cerca di fanciulli dalla bella voce. Stando ad una nuova diceria, non comprovata, nel giro per le campagne in cerca di ragazzi dalla voce adatta, li avrebbe comprati dai genitori – quasi sempre contadini analfabeti senza un soldo, ma con tanta prole – e, dopo averli fatti castrare dal suo medico di fiducia, il palermitano don Giuseppe Salerno, li avrebbe fatti rinchiudere nel Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo, a Napoli, dove sarebbero stati avviati alla carriera canora di “sopranisti”. Questi sfortunati “cantanti” erano sorti nel Regno Pontificio, per il divieto del Papa alle donne di calcare i palcoscenici. Nel Regno delle due Sicilie tale divieto non c’era. Malgrado ciò c’era un gran numero di castrati per il prevalente gusto generale di intravedere in loro quella ricerca della perfezione che la Confraternita segreta dei Rosa–Croce identificava come «annullamento del dualismo della separazione, nel ritorno all'androgino primordiale». Raimondo di Sangroavrebbe condiviso quest’insana passione.

Ma, indubbiamente, per noi viventi del XXI secolo, il modo migliore per meglio focalizzare il personaggio in oggetto è quello di conoscere la natura delle sue “invenzioni”, vere e presunte, e, meglio ancora, i cimeli storici ed artistici, assolutamente certi della Cappella della sua famiglia. Ci riserviamo di farlo in un’ulteriore puntata sul tema.

 

Napoli, 20 giugno 2012

 

  

 

 

Condividi