I MISTERI DI NAPOLI

L’uxoricidio di Maria D’Avalos  

 

di Elio Barletta

Quante volte ci è capitato di passare per piazza San Domenico Maggiore? Ricerche di archivi, acquisti di libri, frequentazioni universitarie, visite a monumenti: è molto difficile che questo luogo centrale della cultura partenopea ci sia rimasto estraneo. Meno difficile, invece, è che, fra i tanti motivi di interesse offerti dal complesso architettonico ivi esistente, ci sia sfuggito l’edificio contrassegnato dal numero civico 9, che – sebbene abbia una facciata abbastanza estesa – non desta l’immediata attenzione del visitatore perché è sistemato sullo scorcio della piazza, l’angolo da cui si intravede l’omonimo vicolo fiancheggiante la chiesa che conduce in piazza Miraglia. Il palazzo è denominato in vari modi, tutti equivalenti, perché riferiti ai Sangro, o ai Sangro di Sansevero, o ai Sansevero, esponenti di un’unica grande famiglia nobiliare.

Le origini dei Sangro si perdono nella notte dei tempi. Le prime notizie risalgono all’anno 856 con Berengario, primo titolato dei Marsi, la vastissima contea comprendente la valle Spoletana e buona parte degli Abruzzi, nel 1093 diventata, con Oderisio, la contea di Sangro, dalla quale il casato prese il nome e tutti i discendenti potettero fregiarsi del titolo di conte concesso secondo le usanze longobarde. La famiglia – una vera e propria dinastia – si  andò quindi ad affiancare alle tante altre famiglie “nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano”, con il cosiddetto contrassegno d’arma in oro a tre bande azzurre, la dimora in Napoli ed il motto (comune a tutte le linee ereditarie sia principali che secondarie) “Unicum militiae fulmen”.

Il palazzo sopra indicato fu eretto nel XVI secolo per volontà di uno di tali discendenti, il duca di Torremaggiore Paolo di Sangro, come residenza del casato, probabilmente su disegni dello scultore e architetto Giovanni Merliano da Nola. Modifiche strutturali ed architettoniche si verificarono nei secoli successivi, promossi da esponenti vari della discendenza. Ma di ciò ce ne occuperemo successivamente in altro articolo. Ci preme ora andare subito ad un episodio tragico che macchiò la storia dell’edificio – pochi anni dopo la sua costruzione – di un atroce delitto che ebbe per protagonista un principe, il musicista Carlo Gesualdo. Noto come Gesualdo da Venosa – essendo nato nel comune lucano, l’8 marzo 1566, nell’ambito della dinastia dei Gesualdo, da Fabrizio II e da Geronima Borromeo, la sorella del San Carlo arcivescovo di Milano – era diventato un eccellente compositore italiano di musica polifonica e musica sacra, eccezionale precursore della musica moderna, ritenuto in mezzo mondo come il più famoso autore di madrigali, cioè di quei componimenti lirici prevalentemente per 3 – 6 voci diffusi tra il Rinascimento ed il Barocco. Aveva trovato alloggio a Napoli nel palazzo dei Sangro per i severi studi musicali fatti nella nostra città, ai quali lo aveva avviato il padre, un discreto letterato e noto mecenate, molto legato ai Gesuiti. 

Ad appena vent’anni – il 29 maggio 1586 – sposò nella vicina chiesa di S. Domenico Maggiore, con dispensa del Papa Sisto V, la cugina ventiseienne Maria d'Avalos, nata da Carlo, conte di Montesarchio, e da Sveva Gesualdo. Malgrado che Maria fosse – come è stato tramandato – una donna bellissima, dai lineamenti dolci e irresistibili, il loro non fu un matrimonio d’amore, ma servì ad evitare che il patrimonio familiare portato in dote da lei potesse ritornare nelle casse del finanziatore, cioè del Papato. Dopo la nascita del primogenito Emanuele, Carlo ritornò a comporre le sue liriche, senza più interessarsi della propria moglie.

In tale atmosfera, Maria conobbe un giorno, durante una festa a corte, il duca d'Andria e conte di Ruvo –  l’ir-resistibile Fabrizio Carafa – di cui si innamorò perdutamente, malgrado che lui fosse coniugato con Maria Carafa e padre di ben quattro figli. I due – accesi da violenta passione – erano a tal punto determinati nel superare qualunque tipo di ostacolo pur di incontrarsi, perfino in casa Gesualdo, da non considerare che con la loro sfrenata condotta avrebbero attirato l’attenzione di tutti e provocato l’insorgere dei più infidi pettegolezzi. Le voci infatti arrivarono all’orecchio del principe, che, immerso nelle sue composizioni, pare che inizialmente non vi desse credito, nemmeno quando  furono riferite da un suo fidato amico e dallo zio Don Giulio il quale, avendo corteggiato la bella Maria e avendone incassato un deprimente rifiuto, volle vendicarsi accusandola.

Finché un giorno – non si sa se per fugare sospetti a cui non credeva o se per verificarne la veridicità e vendicarsi – preparò un piano in ogni minimo dettaglio per venirne a capo. Era il 15 ottobre 1590 quando Carlo avvertì Maria che, insieme ad alcuni dei suoi servitori, sarebbe andato ad una battuta di caccia nel bosco degli Astroni, restando lontano da casa due giorni. Ma nella notte tra martedì 16 e mercoledì 17 ottobre –  appena il giorno dopo la sua partenza – egli ritornò senza preavviso e di corsa si recò nella stanza da letto di Maria. La trovò intimamente stretta tra le braccia del suo amante e quindi, mosso da improvvisa furia omicida, estrasse un pugnale, si lanciò sul letto e li colpì entrambi ripetutamente, trucidandoli. Secondo altra versione, molto insistente, non sarebbe stato il principe a sporcarsi le mani di sangue, ma i suoi scagnozzi; lui avrebbe gustato la sua vendetta in una stanza attigua alla camera da letto.

Comunque, all'alba del giorno seguente Carlo adagiò il corpo nudo e privo di vita di Maria all'ingresso del Palazzo e lasciò che tutto il popolo si accalcasse intorno al cadavere per vederne il ventre squarciato dalle coltellate. Durante la mattina in cui le povere spoglie della D'Avalos furono miseramente mostrate al popolo all'ingresso del Palazzo non mancarono episodi riprovevoli; addirittura – si narra che – una volta diradatasi la folla, un monaco domenicano, gobbo e di brutt'aspetto, approfittò del corpo esangue della fedifraga. Il cadavere di Fabrizio Carafa fu affidato al gesuita Carlo Mastrillo perché lo facesse seppellire nella tomba dei suoi familiari; quello di Maria D'Avalos fu consegnato alla contessa di Travetto, zia dell’uccisa, per seppellirlo accanto al suo primo marito, avuto all’età di 15 anni, essendo Maria stata vedova già due volte prima di sposare Carlo Gesualdo.

Entrambi l corpi avrebbero dovuto essere sepolti in San Domenico Maggiore. Ma nella chiesa non ci sono mai stati: nella prima metà degli anni ' 90 l 'università di Pisa ricevette l'incarico di scoperchiare le arche in cui dovevano essere trovate le spoglie mortali dei due amanti. Nella numero undici furono trovati dei resti mortali che, presentando numerosi tagli sulle ossa, si suppose fossero appartenuti a Fabrizio Carafa (anche se c'è stato chi ipotizzasse che fossero di Ferdinando D'Avalos). Maria, invece, non è stata mai più ritrovata.

Quasi certamente furono le tante interessate delazioni – che, secondo la morale dell’epoca, imponevano l'obbligo di “lavare con il sangue dei colpevoli” l'offesa ricevuta e di “salvaguardare il proprio nome disonorato” – ad indurre il principe Carlo a compiere il duplice omicidio nel palazzo dei Sangro. Da taluni, però, non è stata comunque esclusa l'eventualità che quel delitto potesse essere il frutto di oscure trame ordite contro il suo casato, che in quegli anni era assai potente e pertanto mal visto dalla nobiltà napoletana, prevalentemente corrotta.

Ad ogni modo Carlo si recò immediatamente a dare notizia personalmente dell'accaduto al viceré Miranda. Per quanto prima considerato, le circostanze lo giustificavano dal punto di vista della legge e del costume del tempo. Istruito il processo, all’indomani il caso era già risolto: delitto d’onore, movente giustificato e dunque assoluzione. Pur tuttavia il viceré lo esortò ad allontanarsi subito da Napoli onde sfuggire ad eventuali atti vendicativi, anche criminosi, promossi dalle famiglie degli uccisi D'Avalos e Carafa. Al principe – ad appena 24 anni – non restò altro che scappare da Napoli per andarsi a rifugiarsi in Irpinia, nel castello–fortezza longobardo dei Gesualdo in cui restò rinchiuso per ben

 

 

diciassette anni. All’inizio di tale lunga permanenza pare che, per garantirsi da qualunque insidia, abbia fatto radere al suolo l'intero bosco di abeti e querce che lo circondava, onde tenere d'occhio tutto il feudo. Nel lungo esilio, con propositi espiatori fece costruire due conventi, uno per i Domenicani con la chiesa del SS. Rosario, ed uno per i Cappuccini con la chiesa di Santa Maria delle Grazie.

Il caso fece grande scalpore e sul tragico destino degli amanti i poeti si scatenarono in una gara in versi. Da Roma, l’11 novembre Torquato Tasso – che, prima e dopo del delitto, gli fornì dei testi da musicare – scrisse: Piangi, Napoli mesta, in bruno ammanto / Di beltà, di virtù l’oscuro occaso / E in lutto l’armonia rivolga il canto. I cantastorie andarono raccontando la storia d’amore e di morte, che divenne leggenda. Erano gli anni  in cui Shakespeare scriveva le sue tragedie più famose. Non mancarono quindi le storie più inverosimili – perciò poco accreditate – come quella per cui nel periodo di fuga Carlo, colto da un attacco incontrollabile di paranoia, si sarebbe scagliato contro il piccolo Emanuele avuto con Maria e l'avrebbe ucciso barbaramente, somigliando troppo al duca Fabrizio.

Fin qui, press’a poco la storia; poi il trascendente. Dalla notte dell'uxoricidio in poi, per secoli, gli abitanti nei pressi del palazzo garantirono di udire – ogni singola notte – le urla di Maria D'Avalos. Dal giorno del 1889 in cui un’ala dell’edificio crollò, si parlò di un fenomeno che avveniva ogni notte, più definito con la luna piena: tra l'obelisco di San Domenico Maggiore e il portale del palazzo – ritenuto maledetto fino alla settima generazione – si aggirava una figura femminea eterea, tanto stupenda quanto spaventata, gemente o singhiozzante.


Napoli, 30 maggio 2012

 

 

 

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