I MISTERI DI NAPOLI

Da Regio Nilensis a piazzetta Nilo

Approfondendo il tema dei cosiddetti “Alessandrini” – sfiorato in conclusione del precedente articolo “Partenope e Neapolis” – emerge la realtà storica dei numerosi migranti che, provenienti da Alessandria d’Egitto ed appartenenti ai ceti sociali più differenti (viaggiatori, mercanti, coloni, schiavi, ecc.), arrivarono nella fiorente Napoli greco–romana del I secolo d.C.. Non furono accolti male dalla popolazione locale che – per nulla infastidita dalle loro diversità – fin dagli albori si era abituata ad accogliere usi e costumi di altre popolazioni.

Quindi potettero insediarsi ed esercitare le loro attività commerciali che, per l’intensità e la qualità dei traffici intrapresi, li resero una fra le più agiate comunità straniere presenti in città. In tale clima di coesistenza non rinunciarono alla loro venerazione per Iside, la dea che – andata a nozze, secondo la versione prevalente della leggenda, con il fratello Osiride e vistoselo uccidere dall’altro gelosissimo fratello Set – divenne simbolo di sposa, madre e protettrice dei naviganti in quel culto che, sorto nella forma antica ( 3000 a .C.) e variato fortemente fino alla forma ellenistica ( 500 a .C), era penetrato in tutto il Sacro Romano Impero. Gli abitanti di Neapolis – come per altre confessioni religiose arrivate anche precedentemente – all’ombra di un paganesimo in via di decadenza, accettarono che gli Alessandrini svolgessero i loro riti, benché strettamente segreti in quanto per soli adepti. Tollerarono anche che essi – da immigrati provenienti dalla lontana Africa – sentissero il bisogno nostalgico di erigere un monumento che ricordasse la terra natia. Simbolo prescelto a cui dedicarlo fu un’entità fluviale, figlia dell'oceano – il Nilo – sia per il ruolo avuto dal fiume nella leggenda di Iside che disperata ricerca lungo le sue sponde il corpo di Osiride, sia come fonte di vita per le tante terre che il fiume tocca nel suo lungo percorso.

Fu così che, tra il II e III secolo d.C., si scolpì la statua del Dio Nilo, “Nilesi” furono detti i suoi devoti, “Regio Nilensis” fu detta la zona del loro insediamento, compresa fra le attuali piazza San Domenico Maggiore, via Mezzocannone (allora chiamata appunto vico degli Alessandrini), via San Biagio dei Librai (tratto intermedio del Decumano inferiore).

 La statua venne collocata nel notevole spazio urbano che poi si ridusse a piazzetta Nilo, spazio che, pur variato nelle dimensioni – unico esempio di conservazione  in 2000 anni di storia napoletana – ancora esiste con la stessa denominazione civica e con la stessa scultura, seppur modificata, vandalizzata e mal conservata.

In quell’epoca – elemento marmoreo di elevata fattura – la scultura raffigurava la divinità come un vecchio dal viso incorniciato da una importante barba che seminudo giaceva sdraiato sul fianco destro, possente e muscoloso, appoggiato su di un sasso da cui sgorgava acqua, i piedi su una testa di coccodrillo, una cornucopia (simbolo di abbondanza per gli antichi) lungo il braccio destro, la mano dell’altro braccio nascosta dai resti di una piccola sfinge a ricordo del luogo di provenienza. Il tutto era adorno di fiori e prodotti di varia natura, simbolo della fertilità del fiume rappresentato e della città ospitante. La simbologia era rafforzata dalla presenza di un bambino succhiante da un capezzolo del dio.

Quando, dopo decenni, gli egiziani se ne andarono si cercò di far perdere le tracce dei tanti culti paralleli o addirittura contrari alla religione ufficiale dei pagani. La statua fu privata della testa, portata chissà dove, probabilmente interrata e perduta per secoli. Nel Medioevo fu ritrovata, priva, oltre che della testa, anche di vari altre parti, come le teste del coccodrillo e della sfinge, mai più ritrovate. In compenso, al loro posto si rinvennero migliaia di capelli, fogli di carta con scritte invocanti grazie, monete e qualsiasi altra cosa che implorasse il Dio Nilo in nome dei bisognosi.

Il bambino che si nutre al seno del corpo sdraiato fece credere erroneamente che questo  raffigurasse un personaggio femminile simboleggiante la città madre che allatta i propri figli; da qui nacque il toponimo Corpo di Napoli per indicare il largo dov’era ubicato. Solo nel XVII secolo – per influsso del Neoclassico imperante – furono eseguiti numerosi restauri. Ricerche effettuate portarono inoltre alla ricostruzione della statua per come la conosciamo oggi, attribuendole finalmente la primaria identità del Nilo. Integrata da un’altra testa di uomo barbuto, nel 1667 fu riportata nel luogo d'origine e posta su quello che viene chiamato sedile di marmo. Sulla base fu incisa, nel 1734, l’epigrafe in latino del dottissimo archeologo Matteo Egizio – grande amico di Giambattista Vico e corrispondente di Ludovico Muratori – che riassume le vicissitudini del monumento:

« Gli edili dell'anno 1667 provvidero a restaurare e ad installare l'antichissima statua del Nilo, già eretta (secondo la tradizione) dagli Alessandrini residenti nel circondario come ad onorare una divinità patria, poi successivamente rovinata dalle ingiurie del tempo e decapitata, affinché non restasse nell'abbandono una statua che ha dato la fama a questo quartiere. Gli edili dell'anno 1734 provvidero invece a consolidarla e a corredarla di una nuova epigrafe, sotto il patronato del principle Placido Dentice. »

 

Durante il secondo dopoguerra, la testa del coccodrillo, alcuni putti che circondavano la divinità e la testa della sfinge che caratterizzava il blocco di marmo, furono perduti a seguito di atti vandalici finalizzati. Infatti si presume, con quasi assoluta certezza, che i pezzi asportati siano stati rivenduti al mercato nero dell'antiquariato.

Non possiamo chiudere l’argomento senza citare quel Bartolomeo Capasso – eccellente storico, archivista ed archeologo del lX secolo – di cui scovammo una lapide commemorativa sulla facciata della casa da lui abitata, in  via Giuseppe Marotta, e di cui la Società Napoletana di Storia Patria (da lui fondata e presieduta) riportò l’opera postuma nel 1905.

Con il garbo e l’acutezza del ricercatore di razza l’autore ci fornisce una quantità inestimabile di informazioni. Ne riportiamo alcune come gustosi esempi.

Accenna innanzi tutto al vico degli Alessandrini (via Mezzocannone) nell’estensione di allora: dalla porta ventosa – oggi non più esistente, ma localizzabile nel largo San Giovanni Maggiore – al decumano inferiore.

Dei Nilesi afferma: «crebbero assai di numero ai tempi di Nerone ... che godendo assai dalle loro ben modulate adulazioni, ne fece venir molti altri».

In merito alla scultura scrive: «dirimpetto a questo monumento io suppongo che vi sia stato un tempio, che gli Alessandrini dedicarono ad Iside» ... «con ragione si puo`presumere che nel pronao si vedessero molte tabelle votive, che attestavano le grazie ricevute dal Nume, e numerose erano quelle dei marinai scampati da naufragi» ... «Stavano sedute avanti la porta del tempio e vestite di bianco le donne cantavano le lodi della Dea salutare,e si trascinavano carponi  con la faccia sul pavimento del tempio quelle che pregavano per la salute dei loro cari. Vi erano anche dinanzi al tempio molte are pe` sagrifizi».

E circa i ruderi alla sommità di via Mezzocannone, dettaglia: «dovendosi rifare le fondamenta al palazzo Pennese, si trovarono, alla profondita` di circa mt. 10 dal moderno piano stradale, muri fatti di grossi quadroni di tufo, che andavano parallelamente alla via attuale» ... « si puo` ritenere che materiali simili gli antichi Napoletani abbiano adoperati anche in edifici pubblici. Quindi credo che il grosso muro in questione possa riferirsi alle fondamenta del tempio di Iside».

Il nome del Nilo è rimasto legato a varie entità del luogo: il Seggio o Sedile del Nilo (una delle tante istituzioni amministrative di zona, dal XIII secolo in poi); via Nilo (dalla piazzetta omonima fino a via Tribunali); la Chiesa Sant'Angelo a Nilo, già nota come Cappella Brancacci, eretta in stile gotico, abbellita con linee catalane, ultimata con richiami barocchi; la Chiesa San Nicola a Nilo, con annesso complesso conventuale nella vicina via San Biagio dei Librai.

Imponenti edifici di rilevante pregio architettonico e passato storico, non opportunamente valorizzati, fanno da contorno alla statua.

Alle spalle si staglia il quattrocentesco Palazzo del Panormita, soprannome dato a Beccadelli Antonio, noto umanista di famiglia bolognese ma nato a Palermo (in latino Panormum) che si fece costruire lì la propria abitazione quando giunse a Napoli alla corte di Alfonso V d'Aragona, diventandone consigliere e panegirista. La facciata è poggiata su un basamento in piperno con aperture regolari, composto per il resto da una griglia in piperno che inquadra finestre, di diverso stile secondo i piani, inserite nella struttura muraria in opus reticulatum. Il luogo, tra ‘600 e ‘800, fu detta “de Bisi, in dialetto "vico d'e 'mpisi”, perché vi venivano trascinati da Castel Capuano – carcere e tribunale penale – i condannati a morte da impiccare in pubblico.  

Invece il Palazzo Pignatelli di Toritto – voluto da Cesare Pignatelli, barone di Orta e di Toritto – costruito nel 1499 in stile rinascimentale, rimaneggiato nel 1736 in stile barocco, contiene i resti probabili del sedile di Nilo, mentre mostra stemmi dei Pignatelli lungo la facciata e sotto il soffitto dell'androne.

In ultimo il palazzo De Sangro di Vietri – edificato nel 1506 da Giovanni de Sangro dei duchi di Vietri e da sua moglie Andreanna Dentice – rifatto nel 1764 su progetto del napoletano Luca Vecchione, occupa una porzione dell'isolato tra la piazzetta, via Nilo, piazza San Domenico Maggiore e via Sansevero. Lo particolarizzano una facciata notevolmente lunga con portale in piperno e bugne racchiudenti un arco misto, finestre aventi timpani alterni, atrio con il dipinto dello stemma dei duchi di Vietri e cortile dotato di  fontana.

Una nota divertente è suggerita da un'effige, con tre caraffe all'interno, visibile sul palazzo a destra del Nilo: si suppone che dalle varie aperture venivano versate violentemente colate di olio bollente sui gruppi di malintenzionati che nel largo sottostante – allora molto ampio – intendessero attaccare l'ipotetica famiglia agiata lì residente.

 

Napoli, 14 marzo 2012

 

 

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