I MISTERI DI NAPOLI

I Sangro, nuovi Principi di Sansevero  

Dopo esserci soffermati sull’uxoricidio di Maria D’Avalos torniamo al palazzo in cui quel delitto avvenne ed alla famiglia dei Sangro che quel palazzo fece costruire per il suo insediamento. Dovremmo parlare di palazzo dei Sangro – e non sarebbe improprio perché ne furono loro i proprietari – ma, secondo la più diffusa tradizione, preferiamo citarlo come palazzo Sansevero.

Per comprendere appieno tale denominazione facciamo vari passi indietro ricordando l’espressione “grandi di Spagna” con la quale si soleva, fino a qualche decennio fa, indicare quelle persone che, in base a posizioni di vantaggio, spesso economiche, acquisite nella società – quasi sempre senz’alcun merito – si sentivano in tutto e per tutto superiori agli altri.

Tal modo di dire aveva le sue origini storiche fondate sull’esistenza della Grandezza di Spagna, la massima dignità nobiliare spagnola immediatamente al di sotto dell’Infante (o dell’Infanta), titolo conferito ai figli o alle figlie non primogeniti del sovrano regnante – quindi non eredi diretti al trono – ed ai figli del Principe delle Asturie, cioè dell’erede al trono (o principe ereditario). Precorso in parte nel XIV secolo, il privilegio onorifico, così come è riconosciuto attualmente, ebbe la sua origine ufficiale nel 1520, quando Carlo I – già re di Spagna – fu incoronato imperatore del Sacro Romano Impero, assumendo il titolo di Carlo V d'Asburgo. Divennero Grandi di Spagna i possessori dei venticinque principali e più antichi titoli nobiliari di quello Stato a quell'epoca, conferimento che, comportando per loro il trattamento di “cugini” del sovrano, li rese rappresentanti dei più potenti clan nobiliari medievali spagnoli, con un enorme potere territoriale ed economico, più una serie di trattamenti e benefici estesi alle loro mogli ed ai loro figli (primogeniti e non). Il titolo, conservato anche con l’insediamento dei Vai a: navigazione, cerca

Borbone al trono spagnolo ed abolito durante la seconda repubblica spagnola degli anni 1931–1938, permane tutt’oggi, ovviamente con una quantità ed un’entità di privilegi notevolmente minori. 

Orbene, proprio i membri più eminenti dei Sangro di Napoli erano insigniti del titolo di Grandi di Spagna. Vantavano di discendere per linea paterna da Carlo Magno e godevano della concessione, in regime feudale, di innumerevoli comuni, prevalentemente dell'area pugliese, come Sansevero, Torremaggiore, Castelnuovo, Casalvecchio di Puglia, Castelfranco ed altri minori. Fu proprio il feudo di Sansevero a procurare loro un ambito titolo nobiliare, in quanto quella cittadina – secondo una leggenda rinascimentale, fondata dall'eroe greco Diomede col nome di Castrum Drionis (Casteldrione) e strappata al paganesimo nel 536 dal vescovo di Siponto, divenuto poi San Lorenzo Maiorano, che le impose il nome di un presunto governatore Severo, da lui convertito al Cristianesimo – all'apice del suo prestigio di capoluogo, sede del governatore della provincia e del tribunale, ma soffocata da un  debito contratto nel 1521, perse ogni prerogativa a vantaggio di Lucera e fu venduta al duca Giovan Francesco Paolo di Sangro, che ottenne per i suoi eredi il titolo, diventando il primo dei principi di Sansevero.  

 

Proprio nel 1590 – l’anno del suddetto uxoricidio – Giovan Francesco fece trasformare la piccola edicola votiva dedicata alla Vergine della Pietà in una vera e propria cappella destinata a luogo di sepoltura della famiglia, situata all’interno del giardino del palazzo. Suo figlio Alessandro, patriarca di Alessandria e arcivescovo di Benevento, portò avanti il progetto del padre, riuscendo ad inaugurare il nuovo ambiente – la chiesa di Santa Maria della Pietà – nel 1613. Con il secondo principe di San Severo, Paolo di Sangro, la struttura originaria venne modificata nel 1621, quando fu rifatta la facciata e si dette incarico all’architetto ed ingegnere Bartolomeo Picchiatti di effettuare alcuni lavori, tra i quali, sicuramente, il rifacimento del magnifico portale – tutt’ora richiamo architettonico di notevole valore – eseguito da Vitale Finelli.  

 

In tale pregiata dimora la casata dei Sangro, principi di Sansevero – particolarmente prolifica – andò svilup-pandosi nei decenni successivi. Occorre arrivare alla seconda metà del Seicento per incontrare un altro personaggio sconcertante: quell’Antonio di Sangro, del ramo dei duchi del feudo di Torremaggiore, in provincia di Foggia, passato alle cronache per aver sposato Cecilia – giovane, bella e raffinata discendente della famiglia nobiliare dei Gaetani dell’Aquila d’Aragona – per aver avuto da lei tre figli, per essere rimasto completamente sconvolto dalla prematura morte della sfortunata moglie, per essersi completamente disinteressato dei figli, i primi due (Paolo e Francesco) morti pur’essi in giovanissima età e l’ultimo (Raimondo) rimasto orfano di madre ad appena un anno di vita, e, soprattutto, per aver concluso la sua esistenza pubblica nel modo più indecoroso possibile.  

 

Da incallito e superficiale libertino, infatti, si innammorò di una ragazza, ma, dato che il padre di lei non acconsentiva a questo rapporto, ordinò di ucciderlo e per sfuggire alle conseguenze del delitto commesso – lo accusava implacabilmente Nicola Rossi, il sindaco di San Severo – trovò rifugio alla Corte di Vienna, dove, insistendo continuamente nel manifestare la propria innocenza, riuscì ad ottenere la comprensione e la protezione dell’imperatore. Avendo col tempo la magistratura pugliese archiviato il delitto, probabilmente perché corrotta, Antonio di Sangro ritornò nei suoi feudi dove non tardò a vendicarsi del suo accusatore, facendolo uccidere e pertanto – dopo quest’ulteriore non più mascherabile nefandezza – non trovò altra via di fuga che riparare in un convento di Roma,  prendere i voti e scomparire per sempre nei meandri della vita religiosa.  

Ed eccoci finalmente all’esponente più importante e celebre della casata: il Raimondo di Sangro nato il 30 gennaio del 1710, rimasto senza madre ad appena un anno di età e, di lì a poco, senza padre e senza fratelli. Il padre, sconvolto dalla morte della moglie, non si volle occupare del piccolo e, prima di rinchiudersi in un convento per il resto dei suoi giorni, lo affidò ai suoi genitori, cioè ai nonni paterni. Questi, a 10 anni, lo mandarono a studiare presso la Scuola Gesuitica di Roma, dove – ereditando a soli sedici anni il titolo di VII Principe di San Severo – restò fino al compimento dei vent’anni. Fu un tirocinio di intenso impegno formativo, agevolato da una spiccata e naturale propensione allo studio – salvo che in grammatica, per la quale perse un anno –  che lo portò all’acquisizione rapida di un livello di cultura molto superiore alla media della società dell’epoca, in particolare alla stragrande maggioranza dell'aristocrazia napoletana, ben nota per  rozzezza ed ignoranza.

I segni tangibili di quell’ascesa nella schiera degli eletti che arricchirono di “genialità” il Settecento napoletano ed europeo li raccolse durante una vita fatta di esperienze le più diverse, diventando esoterista, inventore, anatomista, militare, alchimista, massone, letterato, accademico italiano.

 

Appassionato di araldica e di geografia (nella quale eccelse), studiò retorica, filosofia, logica, matematica e geometria, scienza, fisica, greco, latino, ebraico e – incline alle lingue straniere – a proprie spese prese anche lezioni di tedesco da un sacerdote. A convalida della sua “genialità”, si narra che, in uno spettacolo scolastico, per il rapido smontaggio di un palco teatrale ed il conseguente adattamento della stessa area per esercizi di equitazione, superò “primi ingegnieri e valentuomini” interpellati per risolvere il problema, “inventando” un palco che “coll'ajuto di alcuni argani e di alcune nascoste rote” spariva in pochi minuti, suscitando la totale ammirazione degli astanti. Tuttavia, l’estrosa varietà delle sue “invenzioni” e gli studi chimici ed alchemici nei quali si inoltrò approfonditamente, gli fecero guadagnare anche la fama di un uomo capace di atti di stregoneria, fama che andò progressivamente e fantasiosamente sfociando in aspetti sempre più oscuri e misteriosi.

Esiste pertanto di Raimondo di Sangro una doppia versione: assolutamente prevalente quella positiva, minoritaria ma inquietante quella negativa. Ne rimandiamo l’approfondimento ad un prossimo articolo. 

 

Napoli, 13 giugno 2012

 

  

 

 

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