I MISTERI DI NAPOLI

Il Monastero di Sant’Arcangelo a Baiano

 

Forcella – angolo cittadino da decenni assurto a simbolo di malavita e malaffare, addirittura oltre i confini nazionali ed europei – deve il suo nome a quella “Y” che ne contraddistingue lo sviluppo urbanistico di strada che si biforca in altre due e che è la lettera sacra alle scuole pitagoriche quale quella che vi risiedeva nella Napoli greca, perciò inserita nello stemma del Sedile di Forcella, cioè di una delle istituzioni consiliari (Seggi o Sedili) affidate ad esponenti di famiglie nobili con funzioni amministrative, giuridiche e giudiziarie, che governarono la città dal XIII al XIX secolo. Un coacervo di carne e di intelletto, di vizio e di pensiero, di istinto materiale e di espressione spirituale che – caratterizzando un po’ tutte le popolazioni del Mediterraneo e del Medio Oriente – trova perennemente a Napoli la sua piena realizzazione.

Quasi a voler perfezionare e completare una simile riflessione, ci viene in aiuto con la sua antica storia di misticismo e di prostituzione la vicina Chiesa di Sant'Arcangelo a Baiano, un monumento maestoso ed isolato che dà nome alla piazzetta ed alla strada in cui sorge, prima traversa sinistra del corso Umberto I andando da piazza Nicola Amore a piazza Garibaldi. Le origini del tempio sono molto antiche. Sembra, infatti, che sia stato edificato sui resti di un sacello pagano nel VI secolo da monaci Basiliani e dedicato prioritariamente ai Santi Arcangelo e Pietro. Accanto –  alimentato dalle acque attigue sgorganti da una sorgente – vi fu eretto il monastero che successivamente passò alle monache benedettine.

Nel 593, l’abate Teodosio dedicò nuovamente la struttura a San Michele Arcangelo che aggiunse alla sua denominazione la dizione “a Baiano” derivante dall’essere la zona abitata da persone provenienti da Baja oppure – secondo il Pontano – dalla presenza di una nobile famiglia Baiani del Seggio di Montagna. La piazzetta, invece, prima di adeguarsi alla chiesa ed alla via, assunse sempre toponimi differenti, molto pittoreschi e suggestivi, quali “Scannacardilli” – come si chiamava un vicino vicolo – o “Paparano”, o “Piazzaluce”.

Nel XIII secolo il tempio fu rifatto su commissione, arricchita da cospicue donazioni, da parte del re Carlo I d'Angiò – costituendo la prima struttura degli Angioini edificata in città – voluta per consacrare la vittoria sugli Svevi, ottenuta il 23 agosto 1268 nella battaglia di Tagliacozzo, con la morte di Manfredi e di Corradino di Svevia e con l’acquisizione del territorio di quel feudo. Il destino d’Europa volgeva così in favore degli Angioini sugli Svevi ed in favore – ancora per secoli – del potere temporale del Papa. Il re, nell’euforia della vittoria, si prodigò anche di donare alle monache del convento le reliquie di San Giovanni Battista.

Secondo la tradizione, tra le mura massicce di quella costruzione venne educata e si ritirò a viverci Maria d'Angiò, figlia di Roberto d'Angiò; vi soggiornò inoltre anche la Fiammetta amata da Giovanni Boccaccio ed il convento fu anche citato nel Filocolo – etimologicamente Fatica d'amore uno dei lavori della giovinezza del poeta e scrittore nato a Certaldo, primo romanzo avventuroso della letteratura italiana, scritto in prosa ed in volgare (mentre i romanzi delle origini erano costituiti da poemi scritti in versi) durante il suo soggiorno a Napoli, nel 1336.

Il monastero annesso alla chiesa ebbe però vita breve. Nella seconda metà del Cinquecento – era l’anno 1577 – notizie sulla corruzione in esso dilagante cominciarono rapidamente a diffondersi fino ad arrivare a tal punto da provocare una reazione delle autorità ecclesiastiche che portò alla chiusura: causa scatenante dello scandalo era la vita non certo “religiosa” delle giovani monacate. L’incredibile evento non può stupire noi uomini dell’era moderna se ci fermiamo per pochi attimi a considerare le violente ed innaturali impostazioni dettate inesorabilmente dagli ipocriti pregiudizi che la società di allora nutriva nei riguardi del costume e della moralità.

Era regola imperante nelle le famiglie aristocratiche che tutte le figlie nate successivamente alla primogenita dovessero ritirarsi giovanissime in convento. La loro provenienza nobiliare non era un ostacolo, anzi era addirittura una condizione necessaria ed indispensabile per entrare a far parte di un convento di alto lignaggio. L’obbligo imposto alle fanciulle di rinunciare ad avere legami con il mondo, ad aspirare di costruirsi una famiglia, a poter disporre della propria sessualità, accoppiato alla incontenibile voglia di libertinaggio dei giovani maschi in genere, meglio ancora se dabbene e se proiettati fuori delle loro mura domestiche, venne a formare una miscela esplosiva di immense proporzioni.

Le cronache di quegli anni del monastero di San’Arcangelo a Baiano – tra sedute esoteriche e messe nere più o meno vere o presunte – si ridussero quindi a continui incontri sfocianti in orge erotiche che le novizie napoletane, pare tutte belle e nobilissime, erano costrette a (o gradivano di) avere nelle loro celle, trasformate in confortevoli alloggi privati, con irresistibili nobiluomini più o meno coetanei. L’assurdo della vicenda è che il cattivo esempio per tutto ciò sarebbe stato dato dal comportamento pubblico di un personaggio, lo stesso che probabilmente fu costretto ad ordinare la chiusura del convento, cioè il viceré don Pedro da Toledo.

Proprio costui, infatti, nel clima di continui omicidi per vendetta imperante in città, tentò di far uccidere un visitatore spagnolo amico di suo genero, colpevole di essere più che giustamente infastidito dalle pesanti attenzioni che il dissoluto governatore aveva mostrato per sua moglie, la nobildonna Vincenza Spinelli.  L’improvvisa e precoce morte dello sfortunato ospite per una febbre tifoidea spianò la strada alle brame di Don Pedro: in pochi giorni donna Vincenza si trasferì a palazzo e finì col diventare la moglie del tiranno.

Uno scandalo tanto grave non poteva lasciare a lungo indifferenti le autorità ecclesiastiche. Don Andrea da Avellino, al secolo Lancellotto Avellino, nato a Castronuovo di Sant’Andrea, presbitero e religioso dell’Ordine dei Chierici Regolari Teatini, proclamato Santo nel 1712 da papa Clemente XI, era apprezzato nella Curia Arcivescovile di Napoli per i servizi offerti da alcuni anni in tema di riforma, in special modo di riforma dei monasteri femminili, nella maggior parte dei quali le abitudini di vita erano del tutto simili a quelle di Sant’Arcangelo a Baiano.

La riforma di quel monastero – un’impresa che esigeva grandi doti di saggezza e polso fermo – era resa più ardua dalla presenza dei nobili appartenenti al Sedile di Forcella (di cui il monastero faceva parte), allo stesso tempo frequentatori o amici dei frequentatori degli incontri alle luci rosse. Ne fu dato incarico a Don Lancellotto che, cosciente della gravità e dei rischi della missione, accettò con generosità, rifiutando però il beneficio pecuniario della Cappellania della chiesa – una sorta di indennità – non perché intendesse sfuggire alle responsabilità che il nuovo lavoro gli comportava, ma per il netto rifiuto suo personale ad onori e prebende. Come padre spirituale del convento, fu costretto – su consiglio dall’arcivescovo Paolo Burali – a tagliar corto operando per la soppressione immediata dell’insediamento ed il trasferimento delle monache che vi risiedevano al convento di San Gregorio Armeno. Il romitorio, trasformato in casa chiusa, veniva pertanto drasticamente chiuso senza alcun ricorso a soluzioni provvisorie, risanatrici soltanto in apparenza.

La curia, dopo aver tardato nell’intervenire, non si limitava soltanto a punire le religiose trasferendole altrove, ma addirittura decideva di sconsacrare l’edificio, di abbandonarlo allo stato laicale, di condannarlo a diventare un rudere nel tempo. Per una tale decisione non furono estranee motivazioni di natura esoterica: la sovrapposizione dell’edificio di culto cattolico ad un antichissimo luogo di culto pagano – alla presenza di un corso d’acqua propizio per particolari e misteriosi antichi riti partenopei sulla fecondità – non fu vista dal riformatore e dai suoi superiori come una convivenza ulteriormente proponibile: occorreva allontanare da quel luogo demoniaco non solo le suore artefici del misfatto, ma anche quelle che sarebbero potute arrivare in futuro.

 

Con lo sgombero del monastero e la chiusura della chiesa non tardarono a farsi vive le voci di apparizioni notturne dietro le finestre schiuse della facciata del palazzo, quindi mostranti l’ondeggiare di ombre inquiete vaganti nella luce surreale degli interni ed al fruscìo lento di affannosi lamenti.

Quella vicenda non poteva non richiamare l’attenzione delle penne di scrittori e storici.

Il francese Sthendal vi dedicò un libro diventato famosoun vero e proprio best seller ottocentescointitolato Cronaca del Convento di Sant'Arcangelo a Baiano, nel quale, prendendo lo spunto dalle vicende avvenute nel monastero, si allargò nel narrare i numerosi fatti storici sofferti dalla città e quanto tali eventi abbiano potuto opprimere i suoi abitanti schiacciati da un clericalismo intrasigente e miope. Malgrado il successo del momento si trattò di uno scadente romanzo d’appendice, macabro e pruriginoso, che fu fatto passare ai primi dell’Ottocento come opera frutto di fonti autentiche del passato, ma che invece era un’estemporanea invenzione del momento.

Con ben altro intento Benedetto Croce ricordò:

« Di orrenda memoria, ma per diversa ragione, non perché infestato di spiriti ma perché bruttato da fatti di libidine e di sangue e di sacrilegio, era il vicolo di Sant'Arcangelo di Baiano, dove si vedeva ancora la chiesa superstite dell'antico monastero di monache benedettine, abolito nel 1577. »

Il filosofo raccontò anche di un giovane pittore che, su commissione del principe di Fondi, dipinse un quadro raffigurante i vari scempi che accadevano nel monastero. L'artista, a tal riguardo asserì:

« Anch'io, che qualcosa avevo letto di quegli orrori nelle “Leggende napoletane” del Dalbono e altrove, provavo l'impressione di calcare un suolo maledetto, quando la prima volta percorsi quel vecchio vicolo ed entrai nell'ammodernata chiesa. »

Nel 1645, i religiosi Padri della Mercede tornarono in possesso della struttura e ricostruirono convento e chiesa, ma anche loro furono allontanati durante il decennio francese. Il monastero fu nuovamente disabitato e la chiesa – rimaneggiata anche nel XVII secolo, contemporaneamente alla costruzione della piazzetta antistante  venne richiusa al culto.

Attualmente, intorno a quelle mura, di tanto in tanto si fa teatro di rituali arcaici, secondo una tradizione popolare sopravvissuta nei secoli e legata alle religioni pagane. Il senso della solitudine e dell’abbandono è assoluto, esternamente con il portale già di per sé di scarso interesse – davanti al quale, malgrado i correttivi, si continuano a parcheggiare auto ed a gettare rifiuti – e la facciata dalle origini spoglia di decorazioni mostrano; internamente, per l’acc esso precluso ai visitatori perché chiuso da decenni. Non sta meglio l’edificio dedicato al monastero – attualmente fabbricato civile disabitato – del quale è tuttavia ancora possibile ammirare i resti dell’architettura catalana del Quattrocento; alcune parti di un porticato sono occupate da una fabbrica di specchi.

L'intera struttura urge di un restauro conservativo e, soprattutto, di una vigilanza che serva a non dissipare quel poco di arredi sacri sistematicamente asportato nei secoli, non da fantasmi di suore inappagate e di nobili concupiscenti, bensì dalle orde di ladri e vandali che qui – grazie a Dio – non mancano mai.

 

Napoli, 11 luglio 2012

 

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