I MISTERI DI NAPOLI

Virgilio a Napoli, sua vera patria

Parecchi, leggendo Parco Vergiliano, penseranno alla zona verde sovrastante Posillipo Capo, cioè al Parco Virgiliano, mentre invece tale indicazione si riferisce ad una precisa area esistente ai piedi del costone tufaceo di Posillipo, a poche centinaia di metri dalla stazione ferroviaria di Mergellina – stranamente poco conosciuta proprio dai napoletani – di cui si è molto occupato Daniele Pizzo, l’ingegnere gestionale, webmaster e fotografo autore di vasti ed interessanti servizi on line riguardanti Napoli. Si tratta di un tunnel che, passando sotto la collina di Posillipo, si proponeva di collegare l’estremo confine cittadino antico, per intenderci la zona di Piedigrotta, alla piana un  tempo extraurbana dove attualmente sorge Fuorigrotta e quindi di abbreviare, verso ovest, i percorsi che portavano ai cosiddetti Campi Flegrei e più in là all’abitato di Pozzuoli seguendo la strada già conosciuta come via Domiziana.

Sono oltre 700 metri di lunghezza colleganti l'ingresso est, dal lato della città, nella zona "ai piedi della grotta" (perciò Piedigrotta) – ora racchiuso all'interno di un parco archeologico – con l’ingresso ovest, dal lato flegreo, nella zona "al di fuori della grotta" (perciò Fuorigrotta). Il complesso monumentale è noto come Crypta Neapolitana, realizzata nel 37 a .C., durante la guerra civile tra Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto e Sesto Pompeo Magno Pio, figlio più giovane del triumviro  Gneo Pompeo Magno. Costituisce una delle tante opere costruite in provincia di Napoli dall'architetto ed ingegnere romano Lucio Cocceio Auctus e fu utilizzata attivamente fino al secolo XIX come mostrano i restauri effettuato dagli architetti borbonici di quel periodo. Il parco, monumento nazionale, ospita anche, dal 1939, la tomba di Giacomo Leopardi, morto a Napoli e sepolto inizialmente nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta.

Con  la realizzazione delle due gallerie del ‘900 – la Laziale e la IV giornate – cessò la sua funzione di collegamento, cadde in disuso, subì diversi crolli e, per le numerose nicchie scavate al suo interno fu detto colombario. A lungo di proprietà privata, acquisito dallo Stato dopo l'Unità d'Italia, nel 1934 fu costituito come Parco Vergiliano, in occasione del bimillenario delle Celebrazioni Virgiliane.  Dopo decenni di oblio e di abbandono è stato sistemato secondo l'attuale itinerario per volontà del latinista e archeologo Enrico Cocchia,  restaurato e riaperto al pubblico nel 1976.

Nelle poche centinaia di metri quadrati del tunnel verso Piedigrotta – fra tanti richiami storici e di costume – si trovano le sepolture di due sommi poeti, di epoche, lingua, caratteristiche letterarie nettamente diverse, ma accomunati fra loro dall’aver trascorso anni della loro vita a Napoli. In posizione elevata, all'imboccatura della Crypta, una stretta scalinata nel tufo permette di raggiungere, nonostante la posizione impervia, il mausoleo di Publio Virgilio Marone, a cui si deve la denominazione dell’intero complesso. Un po' più giù, a poca distanza dall'ingresso, è posta la tomba di Giacomo Leopardi. Tale comunanza di sistemazione non deve ingannare perché le circostanze che determinarono le due sepolture sono anch’esse molto differenti tra loro.

Il rapporto di amicizia con il Ranieri spinse Leopardi a trasferirsi a Napoli per viverci gli ultimi cinque anni di vita, dal settembre1833 al giugno1837, esclusi i pochi mesi – dall’estate del 1836 al febbraio 1837 – quando, scoppiata in città l'epidemia di colera, con il Ranieri e la sorella di questi, Paolina,  si rifugiò nella Villa Ferrigni a Torre del Greco. Sopraggiunta la morte del poeta con l’epidemia ancora in corso, le sue spoglie si sarebbero dovute inumare in una fossa comune. Fu per il deciso interessamento del Ranieri che trovarono invece sepoltura nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta e poi nella Crypta con apposizione di monumento e lapide.

Ben diverso fu il legame che Publio Virgilio Marone – ricordato nella storia della letteratura semplicemente come Virgilio – stabilì con la città che, sia che s’intenda essere Partenope, sia che s’intenda essere Neapolis, rappresenta il conglomerato urbano che sarebbe diventato Napoli e come tale qui lo consideriamo e citiamo.

Il vate nacque ad Andes – oggi Pietole – presso Mantova nel 70 a .C., in una famiglia agiata. Il padre, di nome Stimicone Virgilio Marone (citato nelle Bucoliche), era un piccolo proprietario terriero arricchitosi con l’apicoltura, l’allevamento e l’artigianato mentre la madre, di nome Polla Magio, era la figlia di Magio, un facoltoso mercante al cui servizio aveva lavorato colui che divenne suo marito. Dopo i primi studi a Cremona, poi a Milano di lettere greche e latine – verso il 52 a .C. – si trasferì a Roma per proseguirli ed aggiungervi anche gli studi di matematica e medicina, riuscendo persino a svolgere attività pratiche come quella che lo vide veterinario nientemeno per i cavalli dell’imperatore Augusto. A Roma però – oltre a scrivere i primi componimenti poetici raccolti sotto il nome di Appendix Vergiliana – portò principalmente a termine la propria formazione oratoria studiando eloquenza alla scuola di Epidio, un maestro importante dell’epoca, allo scopo di diventare avvocato.  Ma, di carattere riservato e timido – quanto mai inadatto a discutere in pubblico – nella sua prima causa forense non riuscì nemmeno a parlare. In seguito a ciò entrò in una crisi esistenziale che probabilmente risentì anche dei grandi sconvolgimenti per le guerre civili che in quegli anni travagliavano l’Impero: lo scontro tra Cesare e Pompeo, culminato con la sconfitta di quest’ultimo a Farsalo ( 48 a .C.), la congiura e l’uccisione di Cesare ( 44 a .C.), lo scontro tra Ottaviano e Marco Antonio da una parte e i cesaricidi (Bruto e Cassio) dall’altra, culminato con la battaglia di Filippi ( 42 a .C.). Egli fu toccato direttamente da tali tragedie: infatti la distribuzione delle terre ai veterani dopo quella battaglia mise in grave pericolo le proprietà che possedeva nel mantovano ma, grazie all'intercessione di personaggi influenti – primo fra tutti Augusto, riuscì ad evitarne la confisca. Verso il 45 a .C. – cioè ai venticinque anni circa di età – si decise a lasciare Roma per spostarsi a Napoli dove seguì i corsi dei filosofi Sirone e Filodemo per apprendere i precetti di Epicuro e dove strinse nuovi importanti rapporti d'amicizia.

Napoli rimase da allora il suo soggiorno preferito e quivi attese alla composizione delle sue opere poetiche: tra il 42 e il 37 a .C. le Bucoliche, dal 37 al 29 a .C. le Georgiche, quindi, fino alla morte, l'Eneide. In quegli anni frequentò Roma solo sporadicamente, partecipando al circolo letterario di Mecenate e condividendo i programmi di restaurazione di Augusto, soprattutto quelli che si rifacevano alle antiche tradizioni religiose e agricole del popolo romano.

Ebbe stretti legami con personaggi di potere e di grandissima influenza: a Roma, Augusto innanzi tutto e poi il governatore provinciale dell'Egitto Gaio Asinio Pollione, il consigliere Gaio Cilnio Mecenate, il poeta Gaio Cornelio Gallo, il giureconsulto Publio Alfeno Varo ; a Napoli, i poeti Lucio Vario Rufo, Plozio Tucca e Quinto Orazio Flacco, più il politico e generale Publio Quintilio Varo.

Ne poté beneficiare in molti modi la città di Napoli in cui tanto amava risiedere. I suoi biografi medioevali infatti raccontano che fu Virgilio a consigliare all’imperatore di intraprendere varie iniziative di importanza sociale. Assolutamente memorabile per l’utilizzo plurisecolare che ne derivò fu la costruzione di un acquedotto che – provenendo dalle sorgenti dell’avellinese, nei pressi di Serino, servisse Napoli ed altre città, come Nola, Avella, Pozzuoli e Baia. Altrettanto fondamentale per lo sviluppo che ne seguì fu la creazione per Napoli di una rete di pozzi e fontane per l’approvvigionamento idrico, più un sistema fognario di cloache e complessi termali terapeutici a Baia e Pozzuoli, opere che comportarono il necessario scavo di quel grandioso traforo nella collina di Posillipo di cui si è trattato all’inizio, attualmente detta anche "Grotta di Posillipo", dopo essere stata indicata fino al XIV sec. come "Grotta di Virgilio".

Altro provvedimento interessante – del tutto sconosciuto alle masse di cittadini – fu l’istituzione di un particolare gioco di lotta tra gladiatori, allora noto come "gioco della Carbonara", da cui probabilmente deriva l'odierno toponimo della via della Carbonara che, nel quartiere di San Lorenzo, collega via Foria con piazza Garibaldi.

Un’ultima curiosità riguarda il Virgilio fortemente appassionato di divinazione e di mondo religioso in generale come si evince chiaramente dalle sue opere letterarie. Fece installare due sculture di teste umane in marmo, una maschile e allegra, l’altra femminile e triste, sulle mura della città e precisamente ai lati della porta di Forcella al fine di fornire un presagio casuale fausto o infausto per i cittadini di passaggio. Con l’allargamento delle mura orientali in epoca aragonese, le teste furono trasferite nella lussuosa villa reale di Poggioreale che andarono però perdute a causa della distruzione del complesso.

Arrivò infine, tristemente presto la fine della sua esistenza, quando, avendo messo in atto un progettò di viaggio in Grecia che doveva servirgli per concludere definitivamente l’Eneide ed essendo stato colto dalla febbre appena giunto a Megara, fu costretto a ritornare in Italia e poco dopo lo sbarco a Brindisi – era il 19 a .C.    lo colse la morte. Prima di morire, raccomandò ai suoi compagni di studio Tucca e Varo di distruggere il manoscritto dell’Eneide, ma i due, per timore o per colpa, consegnarono i manoscritti all’imperatore che fece pubblicare l'opera incaricandoli di apportarvi i necessari emendamenti. I resti del grande poeta furono per suo volere trasportati a Napoli e custoditi nel tumulo tuttora visibile. Purtroppo l’urna che conteneva i suoi resti andò dispersa nel Medioevo. Sulla tomba fu posto e resta il celebre epitaffio:

«Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces» ovvero «Mi generò Mantova, la Calabria [ovvero la Puglia ] mi rapì: ora mi custodisce Partenope [Napoli]; cantai i pascoli [le Bucoliche], i campi [le Georgiche], i capi guerrieri [l’Eneide

Napoli fu per Virgilio la sua vera patria. A Napoli dette molto e, come vedremo in seguito, Napoli lo ricambiò facendolo diventare un mito.

 

Napoli, 4 aprile 2012

 

  

 

 

Condividi