I MISTERI DI NAPOLI

Il mito del Virgilio partenopeo

 

Dopo la morte del poeta mantovano la sua fama andò sempre più crescendo ed estendendosi ad ampio raggio. Indubbiamente, la componente culturale giocò un ruolo immediato e determinante in tale espansione, anche se fondato su una base minoritaria, perché limitato agli studiosi ed appassionati di letteratura, gli unici in grado di intravvedere in Virgilio l’artefice di opere che si sarebbero poi rivelate autentici capolavori della poesia mondiale di tutti i tempi. Un ruolo unico nelle varie regioni dell’Impero dove il poeta era stato più letto che visto. Ma per gli abitanti di Neapolis il discorso fu differente. La gente comune della città – la parte maggioritaria – con cui aveva convissuto nei parecchi anni di permanenza, più che vedere in lui l’eru-dito, l’artista, il vate, gli attribuivano qualità meravigliose suggerite dall’affettuosa riconoscenza per ciò che era riuscito ad ottenere dall’imperatore a vantaggio della comunità in cui aveva vissuto. Una riconoscenza che tramutatasi in devozione, con il trascorrere del tempo assunse la dimensione soprannaturale che diventa leggenda e, con il succedersi delle generazioni, tradizione popolare.

Già un secolo dopo – il I d.C. – la sua figura, nel vuoto lasciato dal paganesimo e non ancora riempito dal cristianesimo, era diventato una divinità a cui riservare onori, lodi, preghiere, riti sacri. Il suo sepolcro era meta di pellegrinaggio, ai suoi resti fu attribuito il potere di proteggere la città dalle invasioni e dalle calamità, la sua memoria divenne oggetto di culto, le sue immagini si trasformarono in talismani portafortuna.

L’avvocato, poeta e politico Silio Italico, dopo averne acquistata la casa, ne celebrava devotamente il genetliaco – ogni anno, alle Idi di ottobre – iniziativa tramandatasi nei primi secoli dell'era volgare.

Proprio in Neapolis Virgilio aveva studiato alla scuola di Posillipo dell’epicureo Sirone dove imparò ad amare pensatori come Esiodo e Lucrezio, ad addentrarsi nella ricerca e nella scoperta dei segreti della natura, ad iniziarsi ai culti di Cerere e Proserpina allora seguitissimi nella città. Ma – lo riferiscono i suoi biografi – il poeta aderì anche al neopitagorismo, quel movimento filosofico e religioso sviluppatosi nella Magna Grecia in epoca ellenistica e tardo imperiale romana – fra I secolo a.C. e III secolo d.C. – che a Roma ebbe come primo esponente tale Publio Nigidio Figulo. Una scuola di pensiero che, prendendo spunto da sentenze ed atti vari – alquanto incerti – riguardanti Pitagora ed i suoi seguaci, dette impulso alla rinascita delle dottrine della scuola pitagorica, differenziandosi però da esse per due motivi fondamentali: il concetto di verità non più legata alla “rivelazione” delle leggi di Dio bensì all'"emanazione" del contenuto fisico della realtà da ricercare ed apprendere con strumenti come il numero, la figura geometrica, la logica dialettica; l’attribuzione alla figura del Pitagora "uomo", secondo le dottrine religiose dell’Orfismo e dei Misteri, di capacità "esoteriche" da lui acquisite in dubbie esperienze sacerdotali, in base alle quali il noto filosofo, matematico e scien-ziato greco diventava anche “mago”.

Tali notizie biografiche – assolutamente certe – riguardanti Virgilio fecero da esca per numerose supposizioni assai suggestive. Nella Napoli dell’alto Medioevo – che da Neapolis aveva eredltato quell’autonomia culturale genuinamente ellenica, malgrado il dominio di Roma – videro favorevolmente che il poeta fosse ricordato sotto le connotazioni nuove di un Virgilio esoterico diventato maestro di arti magiche, quelle apprese da alcuni spiriti che – sempre secondo leggenda – si erano sprigionati da una bottiglia che il poeta aveva portato alla luce vangando nel giardino di casa sua.

La tradizione partenopea gli attribuì pertanto una serie di prodigi realizzati nel territorio compreso fra l’abi-tato cittadino ed i Campi Flegrei: costruzione dei bagni termali di Baia e Pozzuoli; perforazione della Crypta Neapolitana, realizzata, con l'aiuto di demoni, in una sola notte “per comodità de li cittadini di Napoli”; prosciugamento di paludi insalubri che portavano la peste; arricchimento per acque sorgive della spiaggia della capacità di guarire ogni malattia; guarigione dei cavalli di Augusto a lui dati in affidamento; creazione di una mosca e di una sanguisuga d'oro per allontanare i loro consimili naturali infestanti la città; attuazione di incantesimi analoghi contro invasioni di insetti e serpenti; creazione di un cavallo in metallo che sanasse quelli veri, assurto poi a simbolo nelle insegne cittadine; possibilità per i barcaioli locali di ottenere una ricchissima pesca grazie al possesso di un piccolo pesce di pietra.

Un particolare divertente riguarda l’episodio riportato da Francesco Petrarca nel suo Itinerarium Syriacum quando – in uno dei suoi soggiorni napoletani – re Roberto d’Angiò gli chiese chiarimenti circa la costruzione prodigiosa della Crypta e Petrarca gli rispose argutamente: «Nusquam me legisse marmorarium fuisse Virgilium» (Non avevo mai letto che Virgilio fosse un cavamonti).

Intanto a Napoli, nel Medioevo normanno e angioino, ci fu una grande ripresa dell'esoterismo, cioè della dottrina che – convivendo con paganesimo, cristianesimo ed ebraismo – trattava dei sacri misteri posseduti inconsapevolmente dall’uomo e studiava come liberarli dal corpo, autentica prigione dell’anima. In tale clima fiorì una scuola ermetica di alchimia antico sistema filosofico esoterico con elementi di chimica, fisica, astrologia, arte, semiotica, metallurgia, medicina, misticismo, religione – che aveva tre grandi obiettivi: con-quistare l'onniscienza; creare la panacea universale per curare tutte le malattie e prolungare indefinitamente la vita; trovare un metodo per trasmutare tutti metalli vili in oro. Fine ultimo era ottenere la pietra filosofale, sostanza qualunque di tipo etereo (una polvere, un liquido, una pietra), mediante un processo metafisico e filosofico dai connotati mistici che connetteva la trasformazione fisica dei materiali allo sviluppo interiore dello spirito.

L’alchimia trovò ampia ospitalità nel segreto di diversi monasteri napoletani, come quello – ne resta oggi la sola chiesa – edificato sull’isolotto di Megaride alla fine del V secolo dai monaci Basiliani, l’ordine di rito greco e latino che si ispira alla regola dettata da San Basilio Magno. Già nell'età classica quell’isolotto era diventato rifugio di eremiti insinuatisi nelle piccole grotte naturali e tra i ruderi delle costruzioni romane della grande domus luculliana, la lussuosissima ed imponente villa che nel I secolo a.C. il generale Lucio Licinio Lucullo  aveva fatto edificare a presidio di un fondo che, secondo alcuni, andava da Pizzofalcone a Pozzuoli. I Basiliani si dedicarono all’apprendimento ed alla sperimentazione dei processi di “liquefazione”, “soluzione” e “calcinazione” dei materiali, favoriti da una particolare terra vulcanica offerta dal Vesuvio mentre la distillazione dell'acqua marina era ritenuta l'unico surrogato alla rugiada della notte – l'acqua degli alchimisti – che doveva possedere un grado altissimo di “purezza cosmica”. Il riscontro della loro presenza e delle loro ricerche si trova all’interno del Castel dell’Ovo, dove si può notare come seppero riutilizzare possenti colonne romane per ornare la sala del loro “cenobio”.

Ma tra il Medioevo angioino e il Rinascimento aragonese fu anche molto intenso il formarsi di una vera e propria “cultura virgiliana” della classe colta e religiosa napoletana. In un antico documento, si legge di un vecchio amanuense che aveva speso tutta la sua esistenza «... nello studio e nella trascrizione di Virgilio...». L’accostamento tra ricerche alchemiche e l’interesse per l’autore dell’Eneide visto anche come mago e protettore di Napoli si fusero per dar luogo ad una leggenda, molto fantasiosa che – incredibilmente – fu accolta e sostenuta anche da studiosi, diplomatici, eruditi e cronisti medioevali degni di rispetto, travalicando i confini geografici napoletani ed italiani. Si riferiva al Castel Marino, il fortilizio costruito proprio su Megaride in periodo ducale, occupato dal XII secolo in poi successivamente da Normanni, Angioini, Svevi, con ampliamenti e rafforzamenti vari delle mura di cinta, dal XIV secolo chiamato Castel dell’Ovo. Appunto per giustificare tale denominazione – meglio attribuibile, invece, alla forma particolare della pianta topografica – si risalì a Virgilio, che, una volta appreso i processi alchemici da un seguace dei misteri orfici, si sarebbe procurato un recipiente adatto per distillare ed operare nel segreto di “laboratori” in ville di patrizi amici di Mecenate, ottenendone tutte le attenzioni per un sereno soggiorno napoletano.

Secondo una versione più ardita della leggenda Virgilio sarebbe stato addirittura il costruttore del castello, prodigiosamente edificato sopra il guscio di un uovo magico di struzzo mediante quei processi, uovo che – custodito in una caraffa di vetro, a sua volta  inserita in una gabbia metallica – il poeta stesso avrebbe deposto e fatto murare segretamente in una nicchia tra le fondamenta del castello, chiusa da pesanti serrature e tenuta segreta poiché da “quell'ovo pendevano tutti li facti e la fortuna di Castel Marino". Con la rottura dell'uovo la fortezza sarebbe stata definitivamente espugnata e tutta la città sarebbe crollata. Si trattava di un “uovo alchemico”, cioè di un Athanor, nome esoterico con cui veniva indicato, oltre l’uovo, il piccolo forno chiuso, il matraccio di metallo o di un particolare vetro al calore del quale avveniva la lenta trasmutazione degli elementi primari – zolfo e mercurio – in metallo prezioso, il cosiddetto “oro alchemico”.

Virgilio avrebbe anche creato ed occultato nei sotterranei una specie di palladio – cioè di un simulacro che secondo le credenze dell'antichità era capace di difendere un'intera città. – rappresentato da una miniatura di Napoli contenuta in una bottiglia vitrea dal collo finissimo, che per magia doveva proteggerla dalle sciagure e dalle invasioni. Tale leggenda fu tanto considerata che quando Arrigo VI di Svevia scese in Italia per farsi incoronare a Roma Re dei Romani ed impossessarsi del Regno di Sicilia, per conquistare Napoli, facente parte del Regno, si fece precedere dal suo cancelliere Corrado di Querfurt – contermporaneamente anche vescovo di Hildesheim – per trovare e distruggere il palladio. Cosa che avvenne rendendo possibile l’entrata dell’esercito in città, come lo stesso cancelliere scrisse nel 1196 dalla Sicilia allo storico Arnoldo di Lubecca, primo abate del convento di S. Giovanni.

L’assunzione di Virgilio a simbolo della libertà politica di Napoli fu tanto forte che, nel XII secolo, i Normanni – col favore della Chiesa di Roma – permisero al filosofo e negromante inglese Ludowicus di profanare il sepolcro del poeta e rimuovere il vaso con le sue ossa onde privare Napoli del presunto oggetto della sua autonomia e sottometterla. I resti trafugati, prima salvati dalla popolazione e nascosti in Castel dell’Ovo, poi sotterrati e nascosti per sempre dai Normanni, andarono dispersi. La città, invece, travagliata da lunghe dominazioni straniere nei i secoli successivi, ebbe l’amara conferma della perdita di ogni protezione.

Già citato da padri e scrittori ecclesiastici che nelle sue opere riconoscevano principi filosofici o teologici richiamanti principi cristiani – come l’unità, la spiritualità, l’onnipotenza divina – il  poeta, acquistò grande rinomanza fra i cristiani per l'interpretazione cristologica e profetica dei versi della quarta egloga delle Bucolicae:

Ultima Cumaei venit iam carminis aetas;/magnus ab integro saeclorum nascitur ordo:/iam redit et Virgo, re-deunt Saturnia regna;/iam nova progenies caelo demittitur alto./Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum desinet ac toto surget gens aurea mundo,/casta fave Lucina: tuus iam regnat Apollo.

(E' arrivata l'ultima età dell'oracolo cumano:/il grande ordine dei secoli nasce di nuovo./E già ritorna la vergine, ritornano i regni di Saturno,/già la nuova progenie discende dall'alto del cielo./Tu, o casta Lucina, proteggi il fanciullo che sta per nascere,/con cui finirà la generazione del ferro e in tutto il mondo/sorgerà quella dell'oro: già regna il tuo Apollo.)

Dottori e scrittori della Chiesa – compresi i santi Agostino e Girolamo – dibatterono a lungo sull’argomento. Alcuni, riconoscendo che “ la Vergine ” fosse Maria e “la nuova progenie” che “discende dall’alto del cielo” fosse Gesù, ritennero di vedere in quei versi una profezia – interpretazione condivisa pienamente e pubblicamente perfino dall’imperatore Costantino – e nel loro autore una figura equiparabile a David, ad Isaia, agli altri profeti che non si espresse con maggiore chiarezza e decisione per non urtare la suscettibilità delle autorità pagane. Altri scrittori ecclesiastici, invece, credettero che “la nuova progenie” si potesse individuare con Asinio Gallo, il figlio di Gaio Asinio Pollione – il puer divino, portatore della nuova età dell'oro – ma tutti concordarono nel ritenere la poesia di Virgilio, oltre che simbolo stesso del sapere, fonte di dottrina precorritrice, anche inconsapevole, della fede cristiana. Il religioso grande maestro di retorica Bernardo di Chartres interpretò allegoricamente i primi sei libri dell'Eneide come quello biblico della Genesi.

Nelle scholae i chierici intravidero nel poeta latino il proprio antenato mitico, la guida ideale per intraprendere la via della conoscenza e della sapienza che conduce alla verità, ossia a Dio. Con questo retroterra Dante lo scelse, un secolo dopo, come guida nel suo straordinario attraversamento poetico di Inferno e Purgatorio esclamando: «O de li altri poeti onore e lume,/vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore/che m' ha fatto cercar lo tuo volume.» (Inferno, Canto I, 81-83)

Per il popolo napoletano restò, fino ai tempi risorgimentali, un santo protettore quasi più importante di San Gennaro.

 

Napoli, 2 maggio 2012

 

 

  

 

 

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