I MISTERI DI NAPOLI

‘o Munaciello e 'a Bella 'Mbriana

Un istante di distrazione, un lieve rialzo di marciapiede non visto, un’inciampata violenta, un gran botto al ginocchio destro, tre settimane di diagnosi errata, risonanza magnetica, rotula fratturata, intervento ricostruttivo d’urgenza, un mese di ingessatura dell’intero arto, ogni attività sospesa, un domani incerto di riabilitazione. Quel tardo pomeriggio del 30 dicembre scorso mi ha voluto far riflettere che nella vita tutto può mutare all’improvviso. E, sofferenze momentanee a parte, il mutamento può diventare un mezzo propizio di riflessione e – perché no? – di revisione.

Nella morsa di una mobilità imprigionata fra le mura  domestiche – fra letto, divani, poltrone – il cervello si libra nei voli di fantasia più impensati. È così che, vagando fra tanti temi sfiorati e accantonati in passato, mi ritorna l’interesse per quel patrimonio plurisecolare di racconti intrisi di leggenda che hanno accompagnato la storia della nostra città, una Napoli misteriosa  che, se il diffondersi di una maturazione collettiva, almeno tecnocratica, ha nettamente ridimensionato, non si può negare quanta importanza abbia avuto nelle convinzioni e nei comportamenti delle generazioni che ci hanno preceduto.

Mi sovviene al riguardo, un personaggio che nella fantasia del popolo napoletano ha più di tutti occupato per secoli un posto prioritario. Mi riferisco a ‘o Munaciello – italianizzato anche ‘o Monaciello – quello spiritello bizzarro, del tutto imprevedibile, solitamente immaginato nella foggia di un ragazzino deforme, di bassa statura, abbigliato come un frate, con un saio dotato di cappuccio e sandali ricoperti da fibbie argentate, protagonista di infinite credenze metropolitane e detti popolari. Temuto – ma allo steso tempo evocato, amato, perfino insultato – si sarebbe  manifestato nel duplice atteggiamento di “prodigo benefattore” e di “dispettoso maligno”, a seconda dei casi. Un proverbio antico infatti recita: « ‘o Munaciello: a chi arricchisce e a chi appezzentisce ».  

La leggenda che lo ha reso celebre ha origini risalenti a vari secoli fa e due sono le ipotesi più accreditate fatte nei suoi riguardi dagli studiosi di tradizioni popolari.

Secondo una prima ipotesi, intorno all'anno 1445, durante il regno di Alfonso D'Aragona, la bella Caterinella Frezza – una signorinella della Napoli bene, figlia di un ricco mercante di stoffe – si innamorò follemente di Stefano Mariconda, un giovanotto altrettanto attraente che lavorava da garzone. La differenza di ceto sociale fece sì che i genitori di lei fossero subito contrari a questa relazione, contrastandola decisamente in tutti i modi. I due giovani si videro perciò costretti ad incontrarsi fugacemente di notte, una scelta di vita per quei tempi tanto audace da finire inesorabilmente in tragedia. Nel luogo dei loro incontri segreti Stefano venne scovato ed assassinato proprio dal padre di Caterinella, la quale, straziata dal dolore per la perdita dell’amato, decise di rinchiudersi in convento.  Ma quell’amore aveva lasciato una traccia indelebile: la ragazza era rimasta incinta, pertanto dopo pochi mesi dette alla luce un bimbo dal corpo minuto e dalla testa grande. Venne cresciuto ed adottato dalle suore del convento che, per mascherare le sue deformità, gli cucivano loro stesse vestiti simili ad abitini monacali dotati di cappuccio che generarono il diminutivo Munaciello. Il bambino – noto per la sua dolce vivacità, nonostante la debilitante condizione  – in circostanze non ben definite morì  e rapidamente la notizia si propagò per le strade cittadine. L’impressione fra la gente per la scomparsa misteriosa di siffatto personaggio fu tale da suggestionare facilmente i più sprovveduti che continuarono a vederlo nei posti più disparati. Ben presto si divulgò la voce nei quartieri bassi della città che avesse poteri soprannaturali, con la possibilità che dalle sue presunte apparizioni potessero ricavarsi numeri fortunati da giocare al lotto, dando origine alla leggenda che ha imperato per secoli. La gente, quando credeva di incontrarlo si faceva il segno della croce e mormorava scongiuri.

Una seconda ipotesi vuole che il Munaciello sia stato il gestore degli antichi, numerossisimi pozzi d'acqua scavati sotto la città, tutti collegati tra loro, tanto da costituire una vera e propria Napoli sotterranea. Era il cosiddetto “pozzaro”, una figura realmente esistita di uomo munito di lampada a olio che saliva e scendeva sul "camminamento" – una serie di fori nel muro distanti una ventina di centimetri l'un l'altro – movimenti che gli permettevano di fuoriuscire all’improvviso sul manto stradale. Per tale mansione fu ideale l’impiego di un ragazzetto che riusciva meglio a destreggiarsi tra le case, nei cunicoli più che stretti delle fognature entro i quali doveva calare il secchio per eseguire i dovuti controlli. Per proteggersi dall'umidità (e per non farsi vedere dagli abitanti), quell’ometto strano si copriva con una tunica e un cappuccio dai doppi colori, in rosso e nero, che gli valse il soprannome di "Munaciello", ossia “piccolo monaco”. Nel passaggio fra i cunicoli, avendo facile accesso alle case, quando sbucava d'improvviso in superficie con quel buffo abbigliamento faceva trasalire i proprietari dei pozzi – forse volutamente, per fare dispetto a coloro che non pagavano i suoi servigi –  i quali, scappando via, urlavano "'o Munaciello!". A questa seconda versione si allaccia la credenza che nelle sue svariate apparizioni portasse un cappuccio di lana di colore duplice: porpora se indice di buon augurio, nero se indice di cattivo augurio. E dato che era molto raro che comparisse con il cappuccio rosso, era quasi sempre bestemmiato e maledetto.

 

 

 

La tradizione non ha dettagliato con precisione il luogo in cui avrebbe abitato, ma ragionevolmente si è supposto che abbia dimorato tra le rovine di alcune delle abbazie e dei monasteri situati tra le colline del circondario. Una versione particolare vuole che uno dei vari suoi rifugi si trovasse a Marina del Cantone, nella torre di Montalto, località di Sant'Agata sui Due Golfi (Massa Lubrense).

Ma la sua fama è rimasta principalmente legata ai luoghi delle sue frequentazioni, che avvenivano – attraverso le vie sotterranee – nei vecchi palazzi della città. Si dice che una delle residenze più frequentemente visitate sia stata Villa Gallo, vasta tenuta dal nome dal ministro che la possedette durante il “Decennio Francese”, nota anche come villa della Regina Isabella, in quanto in seguito appartenne alla regina madre Isabella di Borbone, vedova di Francesco I. Tale insediamento – il cui primitivo nucleo risale al XV secolo –  dopo centinaia di anni di splendore architettonico e di prestigio cittadino, profondamente alterato e ridotto nella struttura, ospita attualmente una casa religiosa dei padri rogazionisti, con accesso dal viale dei Pini, nel rione La Pineta ai Colli Aminei.

Nei confronti degli abitanti delle case dove decideva di apparire – sempre nel cuore della notte – si sarebbe espresso con manifestazioni contrastanti, tipiche di una personalità complessa, alla radice capricciosa e scanzonata. La vasta gamma di interpretazioni suscitate dalle sue contraddittorie "manifestazioni" , è stata per secoli oggetto di vivaci discussioni – da "basso" a "basso" – su come "onorare" lo spiritello vestito da frate.

Per simpatia, da spirito benigno della casa – quasi a rinnovare il mito dei Penati – depositava dentro le abitazioni danaro in moneta contante, oppure faceva scherzi innocui dai quali si potevano cabalisticamente interpretare numeri da giocare al lotto. Per antipatia, da entità essenzialmente malvagia, nascondeva oggetti, rompeva piatti e stoviglie, oppure soffiava nelle orecchie dei dormienti. Per apprezzamento, sfiorava con palpeggiamenti vari le donne belle e procaci per le quali mostrava una sordida concupiscenza, quasi a volerle così ripagare per lo spavento provato nel vederlo. In nessuno dei tre casi suddetti le persone a cui appariva avrebbero dovuto rivelare ad altri l’accaduto se non volevano andare incontro a sicure disgrazie e sfortune. Lo si poteva  propiziare in modo benefico preparandogli del cibo, nella speranza che lui lo trasformasse in oro, ma non ci si doveva mai vantare di tali doni soprannaturali, altrimenti sarebbero svaniti così come erano apparsi.

Nei panni del generoso pare che si manifestasse personalmente soltanto a coloro che – stando nell’estremo bisogno – avessero invano fatto il possibile per alleviare l'angoscia che si era abbattuta su di loro. A costoro – senza parlare – avrebbe fatto solo un cenno di seguirlo per portarli in qualche posto dove era nascosto un tesoro, da lui donato senz’alcuna condizione per l’utilizzo, o promessa di rimborso, o richiesta di dazio, o proposta di servizio in cambio. Non si sa se tali presunti tesori fossero frutti di guadagni illeciti o di attività oneste, messi da parte per le più varie e legittime occasioni. Si disse che in molti avrebbero fatto improvvisamente fortuna per tali interventi e quindi, quando qualcuno mostrava di essersi improvvisamente arricchito era pronta la frase: «Forse avrà ‘o Munaciello in casa".

Secondo un altro racconto popolare ‘o Munaciello sarebbe entrato una volta nell’abitazio-ne di una donna facoltosa e molto bella. Questa, svegliatasi dal sonno e avendo visto l'inatteso ospite, avrebbe deciso di passare una notte d'amore con lui, il quale però, prima di scappare via, acciuffò a volo un mucchio di soldi deposti sul comò di fianco al letto. Al ritorno a casa del marito della donna, questi domandò che fine avesse fatto il denaro che egli aveva posto sul mobiletto. La donna, di tutta risposta, affermò che era stato "'o Munaciello", giustificandosi con un'affermazione che soltanto lei sapeva essere vera e che in seguito – nella vulgata corrente – divenne l’ironica spiegazione di un avvenimento poco chiaro.

Gli occultisti ritengono che la versione di un Munaciello sempre più ricco di caratteristiche "bonarie", se la sia inventata il popolo per non accettare la teoria – più esotericamente giusta – di una presenza demoniaca del Maligno che prende l'aspetto di un frate per meglio ingannare  le sue vittime, nel tentativo di ingraziarselo, di volta in volta, per racimolare piccoli e grandi doni. Gli strati più derelitti della società – il cosiddetto “popolino” – nonostante tutto, ancora oggi si augura, con un pizzico di sacro timore misto ad incredulità, che il lascivo e dispettoso Munaciello, atteso invano tutta una vita, si faccia vivo con una cospicua vincita al gioco.

Comunque resta il mistero di siffatto personaggio molto spesso identificato nella personalizzazione del lato cattivo dell'animo umano, quel demonio che si nasconde intorno a noi, che addirittura vive in noi, sempre pronto a prendere il sopravvento e condurci verso il male. Qual è l’antitesi che lo fronteggiava? Eccolo, 'a Bella 'Mbriana, lo spirito  benigno, antagonista del Munaciello, la cui presenza nelle case significava apporto di benessere e salute. Secondo la tradizione popolare si manifestava in forma di geco o di bella donna, molto ben vestita come la fata delle favole. Se è corretta la derivazione dal latino Meridiana – per cui è detta anche 'Mmeriana, in italiano Meriana il nome stesso alludeva ad uno spirito diurno che si intravvedeva alla controra, ossia nel primo pomeriggio, come un'ombra tra le tende mosse dal vento in una giornata di sole sotto cui ripararsi, significato etereo dell'essere.

 

Era uno spirito buono che regnava, controllava e consigliava gli abitanti, le piaceva l'ordine e la pulizia, le andava riservata una sedia vuota ed un posto a tavola per indurla ad entrare e mettersi a suo agio. Invocata in tutte le situazioni difficili che minacciano la serenità familiare, guai a farla diventare irascibile: un’offesa, la mancanza di una sedia o del posto a tavola, la casa non curata o in ristrutturazione, un trasloco potevano indurla a far morire un componente della famiglia. L'affetto dei napoletani produsse la diffusione del cognome Imbriani molto comune in città – derivante, appunto, da 'Mbriana.

‘A Bella ‘Mbriana, ‘o Munaciello e ‘a Janara, erano i protagonisti dei racconti, nelle serate d'inverno, quando le donne si riunivano attorno al braciere per conversare.

Napoli,  Febbraio 2012

  

 

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