Da via Marotta a piazza Mercato (8)

Masaniello

Avendo ormai alle spalle la fugace scorpacciata d’arte fatta durante l’intero percorso, come si potrebbe trascurare la seconda tragedia storica che – quattrocento anni dopo la tragica decapitazione di Corradino – ebbe per sfondo la basilica del Carmine Maggiore e la piazza del Mercato? Trattasi di Tommaso Aniello d'Amalfi, detto Masaniello, nato il 29 giugno 1620 da famiglia umile ma non poverissima. Per molto tempo si è creduto – ancora oggi alcuni ne sono convinti – che sarebbe stato effettivamente originario di Amalfi, diventato addirittura amico di un singolare figuro di quella cittadina, l'abate Pirone, un bandito che uccideva dietro compenso, così soprannominato per l’uso abusivo della tonaca allo scopo di sfuggire alla giustizia. Costui avrebbe addirittura collaborato con Masaniello nei giorni della rivolta. Nel 1896, invece, il poeta Salvatore Di Giacomo smentì tale tesi trascrivendo un atto di battesimo reperito nella Chiesa di Santa Caterina in Foro Magno, che asseriva:

 «A 29 giugno 1620 Thomaso Aniello figlio di Cicco d'Amalfi et Antonia Gargano è stato battezzato da me Don Giovanni Matteo Peta, et levato dal sacro fonte da Agostino Monaco et Giovanna de Lieto al Vico Rotto.»

L'equivoco sarebbe consistito nell’aver interpretato il d'Amalfi come un riferimento geografico, mentre invece era semplicemente il cognome di un popolano venuto al mondo in uno dei tanti vicoli adiacenti al Mercato. Per lo storico meridionalista Giuseppe Galasso ciò sarebbe stato favorito dal consapevole atteggiamento del potere e della cultura ufficiale della Napoli spagnola: nella fedelissima città non si doveva né poteva ammettere la presenza di un ribelle infedele che aveva messo in difficoltà il governo spagnolo della città.

Masaniello ebbe per padre Francesco, detto Cicco, un pescatore che vendeva al minuto e per  madre Antonia Gargano, incinta di lui prima del matrimonio, una massaia. Aveva due fratelli minori ed una sorella: Giovanni, che fu un altro capo della ribellione; Francesco, che morì durante l'infanzia; e Grazia. La casa dove visse si trovava tra la pietra del pesce, nel quartiere Pendino, dove era riscossa la gabella sui prodotti ittici, e Porta Nolana, dove invece era riscosso il dazio sulla farina. Nel 1641, nello stesso giorno della nascita e nella stessa chiesa in cui fu battezzato, sposò la sedicenne Bernardina Pisa.

Napoli – all'epoca, con circa 250.000 abitanti, una delle metropoli più popolose d'Europa – aveva in piazza del Mercato il suo centro nevralgico: bancarelle con ogni sorta di merce, palchi per l’esibizione di saltimbanchi, patiboli per esecuzioni capitali, riscossione delle imposte da parte degli arrendatori al servizio del governo spagnolo. In tale realtà – già prima di quella che divenne la svolta tragica della sua vita – Masaniello soleva fare dell’evasione della gabella la sua attività principale, al punto da guadagnarsi la fama di abile contrabbandiere della zona. Forniva pesce principalmente alla nobiltà feudale – vedi  la marchesa di Brienza e don Diomede Carafa, duca di Maddaloni – ma senza trarne vantaggio essendo quasi sempre ricambiato male, da schiavo, spesso colto sul fatto e quindi imprigionato dai gabellieri. Sua moglie Bernardina, arrestata per aver introdotto in città una calza piena di farina evadendo il dazio, fu imprigionata per otto giorni. Per ottenerne il rilascio, Masaniello dovette pagare un riscatto di cento scudi, che racimolò indebitandosi. Fu questo episodio a maturare in lui l’idea della vendetta nei riguardi degli oppressori. Infatti, in un soggiorno nel carcere del Grande Ammiraglio, conobbe il giovane dottore in legge cavese Don Marco Vitale, figlio illegittimo di un noto avvocato, che lo mise in contatto con alcuni esponenti del borghesi stanchi dei soprusi dei gabellieri e dei privilegi della nobiltà. Divenne subito seguace di don Giulio Genoino, un prete letterato ultraottantenne dal passato bellicoso di difensore del popolo contro i nobili, una specie di antico tribuno della plebe punito con la destituzione ed il carcere. Rientrato in città nel 1639 e ripresa la difesa dei diritti del popolo, ma logorato nel fisico, si circondò di un folto gruppo di agitatori fra i quali il giovane e ignorante Masaniello, suo braccio armato.

In quegli anni la Spagna asburgica aveva affrontato una lunga serie di conflitti rovinosi: la rivolta dei Paesi Bassi (1568-1648), la guerra dei trent'anni (1618-1648), la sollevazione della Catalogna (1640-1659), la rivolta siciliana (1647), la secessione del Portogallo (1640-1668). Per sostenere lo sforzo bellico e risanare le casse di un impero il cui Siglo de Oro stava sulla via del tramonto, il regno iberico decise di imporre una forte pressione fiscale al Vicereame di Napoli. Juan Alfonso Enríquez de Cabrera – il viceré che aveva lievemente diminuito il peso delle tasse – sollecitato da Madrid a reperire un milione di ducati per finanziare la guerra contro la Francia, chiese a re Filippo IV di essere sostituito. La situazione si aggravò con il suo successore, Rodrigo Ponce de León, duca d'Arcos – un uomo dedito alla vita mondana, frivolo e senza esperienza di governo – che reintrodusse, nel 1646, una gravosa gabella sulla frutta, l'alimento principe dei ceti umili, con un provvedimento che già nel 1620 aveva scatenato gravi tumulti in città. Alla vigilia di Natale, uscendo dalla Basilica del Carmine, il duca d'Arcos, circondato da un gruppo di lazzari, fu costretto a promettere l’abolizione delle tasse sugli alimenti di primo consumo, ma, tornato a Palazzo Reale, fu convinto dai nobili, affidatari della riscossione delle tasse, a cambiare idea. Trascorsero sei mesi di vana attesa aggravati da nuovi  tumulti popolari contro la tassazione in Sicilia, prima a Messina, dopo a Catania e Palermo.

Fu così che il 6 giugno 1647 alcuni popolani guidati da Masaniello e dal fratello Giovanni bruciarono i banchi del dazio a piazza del Mercato. La domenica 30 giugno, con le prime celebrazioni per la festa della Madonna del Carmine, il giovane pescatore radunò un gruppo di lazzari vestiti da arabi ed armati di canne come lance – i cosiddetti alarbiche durante la sfilata davanti al Palazzo Reale insultarono pesantemente i notabili spagnoli affacciati al balcone. La domenica seguente, 7 luglio, incoraggiati da Genoino, ancora lazzari si riunirono nei pressi di Sant'Eligio per sostenere il cognato di Masaniello – il puteolano Maso Carrese – capo dei fruttivendoli, decisi a non pagare la gabella sulla frutta. Per riportare la calma fu chiamato l'eletto del popolo Andrea Naclerio, un ricco mercante, che, malgrado il suo ruolo, si schierò con i gabellieri. Ne derivò un violento scontro tra i due conclusosi con la morte del Carrese.

Fu la scintilla che accese la ribellione. Masaniello ed i suoi alarbi, al grido di «Viva o're e'Spagna, mora o'malgoverno», sollevarono la popolazione guidandola fino alla reggia e, dopo aver sbaragliato soldati spagnoli e mercenari tedeschi di guardia, introducendola nelle stanze della viceregina. Il duca d'Arcos, scampato all'aggressione di un popolano, si rifugiò nel Convento di San Luigi da cui fece recapitare all'arcivescovo di Napoli – il cardinale Ascanio Filomarino, stimato amico della plebe inviso alla nobiltà – un messaggio con la promessa di abolire  tutte le maggiori imposte. Ma ancora tremebondo, si spostò a Castel Sant'Elmo e poi a Castel Nuovo.

Ottenuta tale abolizione, Genoino, chiese ambiziosamente il riconoscimento del vecchio privilegio concesso alla “fedelissima città” da Ferdinando il Cattolico, poi confermato da suo nipote Carlo V nel 1517, alla sua investitura a Napoli da parte del papa Clemente VII. Esso sanciva per il popolo napoletano una rappresentanza pari a quella dei nobili, con la riduzione e l’equa ripartizione delle tasse tra le classi sociali. Filomarino si propose come mediatore.

Nei giorni tra il 7 ed il 9 luglio la violenza divampò implacabile: i ritenuti responsabili delle gabelle – per primo il Girolamo Letizia che fece arrestare la moglie di Masaniello – percossi ed uccisi; i registri delle imposte incendiati; detenuti per evasione o contrabbando liberati; case di ricchi mercanti, di influenti oppressori, palazzi nobiliari messi a soqquadro ed incendiati; beni dei nobili distrutti; la Basilica del Carmine diventata sede rivoluzionaria, la Basilica di San Lorenzo ed annesso convento occupati, cannoni custoditi nel chiostro catturati.  

Il 9 luglio, dopo vani tentativi di viceré e nobili di presentare documenti falsi, finalmente una copia autentica di quel privilegio fu consegnata dagli spagnoli al Filomarino, che la consegnò a Masaniello e quindi a Genoino.

Ma già il 10 luglio cominciarono a manifestarsi i molti nemici di Masaniello. Trecento banditi  tentarono invano di aggredirlo dopo la lettura pubblica dei capitoli del privilegio nella Basilica del Carmine. Per reazione la folla inferocita catturò ed uccise il bandito Domenico Perrone, altri furono rincorsi e linciati, tra cui un certo Antimo Grasso che prima di morire confessò di essere stato assoldato dal duca di Maddaloni. La plebe allora si vendicò sul fratello del duca, don Giuseppe Carafa, uccidendolo, decapitandolo e portandone la testa in trionfo a Masaniello.

Quel giorno comparvero nel golfo le galee spagnole di stanza a Genova agli ordini dell'ammiraglio Giannettino Doria. Ma Masaniello, ancora temuto e rispettato, ordinò che la flotta si mantenesse lontana almeno un miglio dalla costa. Costrinse così il Doria ad inviargli un messaggero che – rivolgendosi a lui, pescatore di Vico Rotto, con l’appellativo di «Sua Signoria illustrissima» – lo supplicò di concedere il passaggio in mare delle vettovaglie per gli equipaggi, richiesta che Masaniello accettò ordinando la fornitura di quattrocento palate (pezzi) di pane.

Il giovedì 11 luglio – conclusa la ratifica dei capitoli del privilegio nella Basilica del Carmine da parte di un'assemblea popolare – Masaniello cavalcò, tra acclamazioni e festeggiamenti dei popolani, con il cardinale Filomarino ed il nuovo eletto del popolo, Francesco Antonio Arpaja, fino a Palazzo Reale per incontrare il viceré. Alla presenza del duca d'Arcos, per un improvviso malore, perse i sensi e svenne iniziando a manifestare i primi sintomi di squilibrio mentale che gli procurò l'accusa di pazzia. Durante l'incontro, dopo un infruttuoso tentativo di corruzione, il pescatore fu nominato Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano. Filomarino, scrivendo a papa Innocenzo X, lo descrisse così:

« Questo Masaniello è pervenuto a segno tale di autorità, di comando, di rispetto e di ubbidienza, in questi pochi giorni, che ha fatto tremare tutta la città con li suoi ordini, li quali sono stati eseguiti da' suoi seguaci con ogni puntualità e rigore: ha dimostrato prudenza, giudizio e moderazione; insomma era divenuto un re in questa città, e il più glorioso e trionfante che abbia avuto il mondo. Chi non l'ha veduto, non può figurarselo nell'idea; e chi l'ha veduto non può essere sufficiente a rappresentarlo perfettamente ad altri. Non vestiva altro abito che una camicia e calzoni di tela bianca ad uso di pescatore, scalzo e senza alcuna cosa in testa; né ha voluto mutar vestito, se non nella gita dal Viceré.»

Da quel momento trascorsero alcuni giorni in cui il suo comportamento divenne inspiegabile e contraddittorio con gli ampi onori ricevuti. Smessi gli abiti di pescivendolo fu vestito da  nobiluomo; sotto la casa di Vico Rotto venne eretto un palco dal quale poteva legiferare a suo piacimento in nome del re di Spagna; in compagnia di sua moglie Bernardina – presentatasi come la "viceregina delle popolane" – e di sua sorella Grazia fu ripetutamente ricevuto ed ossequiato a Palazzo Reale sia dal Duca e dalla Duchessa d’Arcos che dalla nobiltà di corte spagnola.

Ma – o per una probabile alterazione delle facoltà mentali dovuta all’improvvisa ascesa al potere o per un’ipotetica, anche se voluta dalla tradizione, assunzione di potente allucinogeno, detto roserpina, appositamente somministratogli in un banchetto alla reggia – il suo comportamento si dibatté fra “atti di follia” e “gesti di crudeltà”. Si susseguirono lanci del coltello tra la folla, interminabili galoppate, tuffi notturni in mare, il progetto di trasformare piazza Mercato in un porto e di costruirvi un ponte di collegamento alla Spagna, l’ordinanza di diverse esecuzioni sommarie dei suoi oppositori, compreso un bandito per il quale Genoino aveva chiesto clemenza. La popolazione cominciò a infastidirsi che un popolano pretendesse obbedienza e rispetto avendo un simile comportamento. Sorsero voci che fosse impazzito, che fosse un pederasta, che intrattenesse una relazione omosessuale con il sedicenne Marco Vitale, suo amico e segretario. Il 13 luglio, malgrado il giuramento solenne del viceré sui capitoli del privilegio nel Duomo – imposizione piena delle rivendicazioni del popolo al governo spagnolo grazie al contributo principale di Masaniello – alcuni suoi ex-compagni di lotta cominciarono a tramarne l’eliminazione.

Il 16 luglio, ricorrenza della Madonna del Carmine – ormai debilitato e malato – da una finestra di casa sua cercò invano di respingere le accuse di pazzia e tradimento provenienti dalla strada. Accusò i suoi detrattori di ingratitudine e ricordò loro le condizioni in cui versavano prima della rivolta. Sentendosi braccato si rifugiò nella Basilica del Carmine, dove, interrompendo la celebrazione della messa, pregò Filomarino di poter partecipare, prima di morire, insieme a lui, al viceré ed alle altre autorità della città, alla tradizionale cavalcata in onore della Vergine. Resta integro il suo ultimo discorso dal pulpito:

« Amice miei, popolo mio, gente: vuie ve credite ca io sò pazzo e forze avite raggione vuie: io sò pazze overamente. Ma nunn'è colpa da mia, so state lloro che m'hanno fatto'ascì afforza n'fantasia! Io ve vulevo sulamente bbene e forze sarrà chesta 'a pazzaria ca tengo 'ncapa. Vuie primme eravate munnezza e mò site libbere. Io v'aggio fatto libbere. Ma quanto pò durà sta libbertà? Nu juorno?! Duie juorne?! E già pecché po' ve vene 'o suonno e ve jate tutte quante 'a cuccà. E facite bbuone: nun se pò campà tutta a vita cu na scuppetta 'mmano. Facite comm'a Masaniello: ascite pazze, redite e vuttateve 'nterra, ca site pat' 'e figlie. Ma si ve vulite tenere 'a libbertà, nun v'addurmite! Nun pusate ll'arme! 'O vedite? A me m'hanno avvelenate e mò me vonno pure accidere. E ci 'hanno raggione lloro quanno diceno ca nu pisciavinnolo nun pò addeventà generalissimo d'a pupulazione a nu mumento a n'ato. Ma io nun vulevo fa niente 'e male e manco niente voglio. Chi me vo' bbene overamente dicesse sulo na preghiera pe me: nu requia-materna e basta pé quanno moro. P' 'o rriesto v' 'o torno a dì: nun voglio niente. Annudo so' nato e annudo voglio murì. Guardate!!»        

Vistolo denudarsi, tra la derisione dei presenti, l'arcivescovo lo invitò a calmarsi e lo fece accompagnare in una delle celle del convento dove  venne raggiunto da alcuni capitani delle ottine corrotti dagli spagnoli: Carlo e Salvatore Catania, Andrea Rama, Andrea Cocozza, Michelangelo Ardizzone. Sentita la voce amica di quest'ultimo, Masaniello aprì la porta della cella ma fu freddato con una serie di archibugiate all'età di soli ventisette anni. Il corpo fu decapitato, trascinato per le strade del Lavinaio e gettato in un fosso tra Porta del Carmine e Porta Nolana, vicino ai rifiuti, mentre la testa fu portata al viceré come prova della sua morte.

I capitani delle ottine coinvolti nella congiura – i documenti sono conservati nell'Archivo General a Simancas – richiesero alla Corona di Spagna, per ricompensa: Carlo Catania, la capitania a guerra della città di Napoli e cinquecento scudi; Salvatore Catania, la carica di Percettore di Terra di Lavoro; Andrea Cocozza, la capitania a guerra di Nicastro ed una pensione di trecento scudi per il figlio. Le loro aspirazioni furono coronate il 17 giugno 1648, quando ricevettero tutti il privilegio di nobiltà ed il compito di governare per sei anni, rispettivamente, i territori di Modugno, Cava e Catanzaro, con venticinque scudi mensili di pensione ad incarico compiuto.

Giulio Genoino fu invece premiato con le nomine conferitegli il giorno dopo la fucilazione di Masaniello, a Presidente Decano della Sommaria ed a Presidente del Collegio dei Dottori, portandolo al vertice dell'ordinamento forense del regno. Ma – procuratosi di nuovo l'ostilità degli spagnoli – fu arrestato definitivamente e morì a Mahón sull'isola di Minorca, durante il viaggio verso la prigione di Malaga.

Tremendo fu invece il destino per le donne di Masaniello, la moglie Bernardina, la sorella Grazia e la madre Antonia fuggite insieme a Gaeta. Queste due furono uccise, mentre Bernardina fu risparmiata perché incinta. Ma tornata a Napoli e ridotta in tale miseria da vedersi costretta a prostituirsi in un vicolo del Borgo Sant'Antonio Abate, fu più volte picchiata e derubata per sfregio dai soldati spagnoli, suoi clienti. Morì di peste nell'epidemia del 1656.

Emblematica la figura del cardinale Filomarino, che, avendo smesso di sostenerlo a causa della «temerità, furore e tirannide» dimostrata dopo il 13 luglio, si recò con il duca d'Arcos a rendere grazie «a Dio Benedetto, alla Beatissima Vergine, ed al glorioso S. Gennaro» per avere «estinto il perturbatore, e restituita la perduta quiete» alla città di Napoli.

Il giorno dopo l’uccisione il popolo si accorse che con la morte del pescatore i miglioramenti faticosamente ottenuti durante la rivolta erano svaniti. Di mattina, le donne del Mercato trovarono che, essendo stata reintrodotta la gabella sulla farina, la palata di pane il cui peso era stato fissato da Masaniello a trentadue once, era tornata a pesare trenta once. Presto si sentì la mancanza di colui che era riuscito, anche se per pochissimo tempo, a migliorare le condizioni di vita della popolazione, finché si arrivò ad un’esplosione di avvenimenti incredibilmente macabri e sacrileghi.

Un gruppo di persone ne recuperò pietosamente il corpo e la testa, che dopo essere stati lavati con l'acqua del Sebeto furono ricuciti insieme. Le autorità spagnole, temendo nuove sommosse, ordinarono di assecondare tutte le manifestazioni di “devozione” verso l’assassinato. Il cardinale Filomarino, supplicato di celebrare i funerali, scrisse al papa giustificandosi per la concessione della sepoltura e, dopo aver accettato, ordinò che tutti i preti sotto la sua giurisdizione partecipassero il 18 luglio alla celebrazione. Il corteo funebre, uscì dalla Basilica del Carmine due ore prima del tramonto, seguito da decine di migliaia di persone, mentre da tutte le finestre venivano esposte coperte e lumi come tributo d'onore. Il feretro – in un lenzuolo di seta bianco ed una coltre di velluto nero, con alla destra una spada ed alla sinistra il bastone di capitano generale – fu portato in processione come un santo, in tutti i sei seggi di giustizia della città, secondo l'itinerario della rituale cavalcata per l'insediamento dei viceré. Dopo l’attraversato via Toledo, nel passaggio davanti al Palazzo Reale, il duca d'Arcos ordinò di abbassare le bandiere spagnole in segno di lutto.

Il corpo del capopopolo fu oggetto di una forma di venerazione religiosa: nella litania recitata dalla folla era compresa anche un «Sancte Mas'anelle, ora pro nobis»; alcune donne, invocandolo come un redentore, cercarono di toccarne il corpo e staccarne i capelli per conservarli come reliquie. Alle tre del mattino, finita la processione, fu data sepoltura al feretro nella Basilica del Carmine, dove i resti di Masaniello rimasero fino al 1799. In quell'anno, però, dopo aver represso ferocemente la rivoluzione napoletana, Ferdinando IV di Borbone ne ordinò la rimozione, la cremazione e la dispersione onde cancellarne il ricordo.

Quella di Masaniello non fu una rivolta antispagnola e repubblicana, come avrebbe voluto la storiografia risorgimentale dell'Ottocento. Fu dovuta all'esasperazione degli umili verso le gabelle imposte sugli alimenti di necessario consumo. Con la fine del capo, malgrado la durata di soli dieci giorni, la ribellione da lui guidata non si spense; anzi, sotto la guida del nuovo agitatore Gennaro Annese, assunse quel marcato carattere rivoluzionario antispagnolo che indebolì il secolare dominio spagnolo sulla città al punto da determinare in seguito scontri violentissimi fino alla cacciata degli spagnoli dalla città e la proclamazione dell'effimera e filofrancese Real Repubblica Napoletana, cinque mesi dopo la morte di Masaniello, riaccendendo la tradizionale contesa tra Spagna e Francia per il possesso della corona di Napoli.

L'esempio napoletano fu poi seguito anche da popolani di altre città – Giuseppe d'Alesi a Palermo ed Ippolito di Pastina a Salerno – con parentesi rivoluzionarie presto però conclusesi. Nel 1701, più di cinquant'anni dopo, un’altra insurrezione contro il governo spagnolo fu tentata stavolta dalla  nobiltà – la cosiddetta congiura di Macchia – che fallì proprio per la scarsa partecipazione dei ceti umili, memori dell'ostilità dei nobili durante la rivolta di Masaniello.

La ribellione guidata dal pescivendolo napoletano – sostenuta dalla Francia di Mazzarino in funzione antispagnola e valorizzata in Inghilterra al punto da accostarvi la repubblica instaurata da Oliver Cromwell nel 1649 dopo la guerra civile – fece notizia in tutt’Europa. Il filosofo Benedetto Spinoza ne fu talmente affascinato da autodefinirsi "Masaniello della metafisica". Nel Settecento, nell’Europa dell'Illuminismo, diversi intellettuali liberali esaltarono Masaniello, che a Napoli, durante la repubblica del 1799, fu spesso ed a torto considerato come il “primo Repubblicano di Napoli”. Si arrivò al punto di intitolare come Cantone Masaniello il quartiere Mercato. Il presidente della Repubblica Carlo Lauberg scrisse: «La presente rivoluzione altro non è che quello stesso che volle fare, e per il tradimento della tirannia non poté eseguire, Masaniello». Lo scrittore, giurista, politico, saggista ed economista italiano Vincenzo Cuoco, nel suo Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, ne fece un precursore della corrente rivoluzionaria settecentesca:

« Masaniello, senza i nostri lumi, ma nel tempo stesso senza i nostri vizi e gli errori nostri, suscitò in tempi meno felici una gran rivoluzione in quel regno; la spinse felicemente avanti perché la nazione lo desiderava ed ebbe tutta la nazione con lui perché egli voleva solo ciò che la nazione bramava. Con piccolissime forze, Masaniello ardì opporsi, e non invano, alla immensa vendetta della nazione spagnola; Masaniello morì, ma l'opera sua rimase.»

Il mito dei rivoluzionari del 1799 probabilmente provocò quella damnatio memoriae a cui Masaniello fu condannato durante la restaurazione borbonica, quindi la conseguente riscoperta in chiave risorgimentale ed infine il ridimensionamento della storia moderna. Durante il Risorgimento infatti, gli storici interpretavano gli eventi della storia italiana preunitaria alla luce del processo di unificazione in corso, caricandoli spesso di valori patriottici che in realtà non possedevano. Masaniello incarnò l'ideale indipendentista diventando un eroe che combatteva contro la dominazione straniera.

Al termine del Risorgimento decadde progressivamente il mito del capopopolo, ridimensionato nettamente da due insigni storici: Michelangelo Schipa, che vide in Masaniello lo «strumento d'altri» che «divenne presto d'impaccio», risaltando invece il ruolo del giurista Giulio Genoino, la «vera mente» dei moti; Benedetto Croce, che definì la rivolta come «uno dei tanti moti plebei senza bussola e senza freno, senza capo né coda, senza presente e senza avvenire», attribuendone il grande successo storiografico «al naturale effetto della poesia pronta a prorompere dai petti umani a ogni favilla o parvenza di libertà». Si stimolarono così tutti gli stereotipi e pregiudizi che lo volevano rozzo, incolto, furbo, prepotente con i deboli, e servile con i potenti, alla fine persino accostato alla figura di Pulcinella. Il 7 luglio 1997 – 350º anniversario della sommossa popolare – il Comune di Napoli ha posto un'iscrizione a Vico Rotto in onore di Masaniello.

In sostanza il nostro eroe ha subito nel tempo un’altalena di giudizi – dall’esaltazione alla dannazione, dalla glorificazione all’annullamento, dall’epica alla sceneggiata – funzione dell’indiriz-zo politico del momento. Ovviamente, non mancarono di prestargli attenzione uomini dell’arte, della letteratura e dello spettacolo. I pittori napoletani Aniello Falcone, Salvator Rosa, Micco Spadaro e Andrea di Leone – la cosiddetta "Compagnia della Morte" – rappresentarono Masaniello e le vicende della rivolta nei propri dipinti, alcuni dei quali, sopravvissuti, sono conservati nel Museo di San Martino. Nel 1846 lo scultore Alessandro Puttinati gli riservò una statua in marmo ora esposta nella Galleria d'arte moderna di Milano. Quella rivolta nel corso dei secoli è stata rappresentata in numerose opere teatrali europee e canzoni anche recenti. A Masaniello sono state intitolate centinaia di strade e piazze in diverse città italiane. Per la protesta di Luciano De Crescenzo nel romanzo Così parlò Bellavista del 1977 gli fu dedicata una degradata piazzetta presso le piazze del Mercato e del Carmine, dietro "palazzo Ottieri".  

I Carmelitani decisero di tramandare ai posteri il ricordo di quegli eventi con due lapidi, una nel convento dei frati, l'altra in chiesa nel luogo della sepoltura, del 1961, fatta apporre in occasione del centenario dell'Unità d'Italia. La fontana dalla quale Masaniello arringava la folla fu acquistata nel 1812 dal comune di Cerreto Sannita ed è oggi sita nella piazza principale di quel  paese.

     

Napoli, 19 ottobre 2011

(8 – continua)

 

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