Napoletani di nascita o d’adozione
Jacopo Sannazaro

di Elio Barletta

La parte di Lombardia sud-occidentale, in provincia di Pavia, compresa tra i fiumi Sesia (ovest), Poad (ovest/sud), Ticino (est) e le Colline Novaresi (nord), costituisce la Lomellina. Nella fascia meridionale di tale zona – la bassa Lomellina – ai margini di quel terrazzo naturale che domina la valle alluvionale del Po, presso la riva sinistra del fiume e vicino alla sua confluenza con il torrente Agogna, si trova Sannazaro de' Burgondi, un comune di 5.920 abitanti. Il termine Sannazaro (errato Sannazzaro) comparve attorno al 1000 come cella Sancti Nazari, probabilmente per un piccolo insediamento monastico, dedicato al Santo, ivi esistente. Da esso provenne il nome di una famiglia presto sviluppatasi e diventata potente sotto la protezione della signoria dei Conti Palatini di Lomello. Più che una consorteria, cioè un insieme di famiglie unite insieme da un comune lignaggio, i Sannazaro divennero col tempo una gens, cioè un insieme di famiglie con lo stesso nomen gentilizio – domus Sanazaria – ma un differente cognomen che ne distinguesse i vari rami. Nel corso del 1100, all'epoca delle lotte del Barbarossa contro i Comuni lombardi, erano già estesi nell'Oltrepò Pavese e nel Monferrato, avendo acquisito ampi possedimenti feudali e castelli, radicando il proprio casato in antichi privilegi imperiali. 

Il termine Burgondi, corrispondente al moderno cognome Bergonzi, potrebbe derivare da uno di quei rami.

Tra le varie migrazioni verificatesi è ormai riconosciuto da molti accreditati autori, in particolare letterati, che una fetta di quella nobilissima famiglia lasciò il pavese per trasferirsi con gli angioini nel 1380 a Napoli, guidata dai fratelli Nicola e Benedetto, capitani d’arme di Carlo III di Durazzo, ricevendo privilegi, feudi e la registrazione col numero delle persone interessate – cioè l’ascrizione – al seggio di Portanova.

Nel 1415, un avo e omonimo del personaggio in oggetto, tale Jacopo Sannazaro, capitano d’armi, patrizio napoletano, al quale Re Ladislao aveva donato la Baronia delle Serre confiscata ai Sanseverino, sposò Cicella d’Anna, figlia di Saverio, dotata di molti beni e terre, che andarono ad irrobustire il patrimonio di famiglia. Ebbero il figlio Nicolò, detto Cola, che a sua volta conobbe e sposò Masella di Santomango, nobildonna salernitana, originaria di Terra Sancti Magni ws Pedemontis – attuale San Mango Piemonte – la cittadina con presenze etrusche e sannitiche esisteva fin dal VI secolo a.C., fondata dai profughi di Picentia attuale Pontecagnano   costretti ad abbandonare la città distrutta ed a rifugiarsi sui monti vicini, dando origine ai paesi della odierna valle del picentino (88 a.C.).

Da Cola e Masella nacque tra il 1456 ed il 1458, anche se l'epigrafe sepolcrale riporta la data del 1457 – lo Jacopo che sarebbe diventato un poeta esponente di spicco dell’umanesimo partenopeo. L’infanzia la trascorse nel quartiere di Portanova, in ore di spensieratezza con i compagni vicini di casa, compresa una bambina di otto anni, Carmosina figlia di Andrea Bonifacio, per la quale provò un sentimento che andava ben oltre l’amicizia per una semplice compagna di giochi. Ebbe un'infanzia segnata dal dolore per la prematura scomparsa del padre (1462) e per la perdita di una parte del patrimonio familiare. Le difficoltà economiche indussero sua madre a tornare nella provincia di Salerno, prima a Nocera de' Pagani, poi nella terra d’origine, a San Cripriano Picentino. Nell’universo bucolico in cui fu immerso, a contatto quotidiano con l’irruente paesaggio della campagna salernitana, come ammise lui stesso, interiorizzò inconsapevolemente sensazioni ed immagini per una prima elaborazione dell'Arcadia, riordinate molti anni dopo nella stesura definitiva. A San Cripriano Picentino,  dove la famiglia possedeva alcune ville, Jacopo trascorse alcuni anni.

Ritornato a Napoli (1475), con la madre e il fratello Marcantonio, seppe dell'avvenuta morte di Carmosina, la fanciulla oggetto  dei suoi sogni alla quale, alcuni anni dopo, dedicò la sua opera maggiore. Sempre alla ricerca di una qualche stabilità economica, incontrò a Mondragone i due maestri Lucio Crasso e Giuniano Maio, docenti di poetica e di retorica dello Studio partenopeo, dei quali divenne discepolo e grazie ai quali si avviò verso gli studi a carattere umanistico.

Per la particolare attitudine alla letteratura ottenne un posto nell’Accademia di Giovanni Pontano, assumendo lo pseudonimo classicheggiante di Actius Syncerus. Si affermò così in tutto il suo talento di letterato colto e raffinato, ottenendo consensi e ammirazione dall’élite culturale partenopea dell’epoca e diffondendo quella fama di poeta che gli valse una solida investitura a uomo di corte. Persa anche la madre si trasferì al seguito di Alfonso d'Aragona, duca di Calabria (1481), che divenne poi re di Napoli col nome di Alfonso II. Raggiunta la tranquillità economica, sotto la spinta degli stimoli culturali di corte, iniziò a produrre anche scritti in volgare come le prime egloghe (1480 ), poi le Rime (1483), poi l’opera più celebre (e più influente nei secoli successivi), l'Arcadia. Questa fu iniziata ad essere scritta in gioventù (1480); probabilmente fu in gran parte sviluppata alla vista dei monti Picentini, nel palazzo di corte di Montella, dove a lungo fu ospite dei conti Cavaniglia; circolò poi sotto forma di manoscritto prima di essere pubblicata (1504), a Napoli, come romanzo pastorale in prosa e in versi, in cui si narrano le vicende di Sincero, un pastore sotto le cui vesti si nasconde il poeta.

Largamente imitata e diffusa in Europa fino a tutto il Settecento, rappresenta un raffinato esercizio letterario che ha come argomento non il tema bucolico in sé, ma la nostalgia per le forme preziose con cui quel tema è stato elaborato dagli antichi poeti, soprattutto da Virgilio. Perfetta nel gusto classicheggiante dell'umanesimo, l'Arcadia è, allo stesso tempo, il tipico prodotto della civiltà cortigiana dell'ultimo Quattrocento: una vita libera sognata da una società aristocratica e colta che trasferisce nella cornice schematica della campagna le idealità e le convenzioni del mondo di corte.

 

Passato alle dipendenze di Federico d'Aragona (1496 ), ricevette in dono (1499) una dimora costituita da una torre, una villa e una chiesa – la sontuosa Villa Mergellina – autentica residenza di campagna, com’era all’epoca di campagna il quartiere dal quale prendeva nome, poco distante dal sepolcro di Virgilio. La chiesa venne successivamente donata ai Frati di Santa Maria dei Servi e intitolata alla Vergine del Parto dal nome del poema in lingua latina del Sannazaro De partu Virginis (1526), oggi quasi dimenticato, che gli guadagnò l’appellativo di "Virgilio cristiano".

Quando Napoli fu occupata dai Francesi (1501) e Federico d’Aragona, nel frattempo divenuto re, fu costretto a rifugiarsi in Francia, il Sannazaro, con gesto magnanimo, donò parte dei suoi averi al suo signore e lo seguì in esilio, identificandolo nell’ideale di sovrano umanista, ammirandolo, stimandolo, restandogli fedele fino alla morte (1504).

Con la fine del sovrano, terminato l’esilio speso nell’approfondimento ulteriore dei classici, libero dal vincolo di fedeltà, fece ritorno in patria, vivendo, come sembra, a Napoli, in prima persona il successo scaturito dalla pubblicazione dell’Arcadia, avvenuta in quello stesso anno. Fino all’anno della sua morte (1530) condusse una vita abbastanza ritirata nella villa di Mergellina, concentrandosi a produrre testi latini: gli Epigrammata, le Elegiae, le Eclogae piscatoriae

Come opere bucoliche di ispirazione virgiliana vi sono cinque Eglogae piscatoriae, su argomenti riferiti alla Baia di Napoli, e tre libri di Elegìe.

Fra le sue opere in italiano e napoletano sono la ricomposizione di proverbi napoletani come gli Gliommeri (in dialetto, gomitoli), la Farsa, e le Rime (pubblicate come Sonetti et canzoni di M. Jacopo Sannazaro, Napoli e Roma, 1530), in chiaro stile petrarchesco. Scrisse anche epigrammi caustici e aggressivi.

L’opera più celebre dell’ultima fase produttiva del Sannazaro è tuttavia il De partu Virginis, pubblicata nel 1526, che con il coevo Christias dell’umanista, poeta e vescovo cattolico Marco Gerolamo Vida, costituì il modello di poema religioso controriformistico, un'arcadia sacra rielaborata a lungo nella quiete di Mergellina su sollecito di Leone X, come antidoto contro il veleno dell'eresia luterana, tra mitologia pagana e storia della Natività.

Scomparso il poeta (1530), apparve una raccolta di suoi Sonetti e canzoni, dedicata a Cassandra Marchese.

Compose opere sia in lingua latina che in volgare. Dall'Arcadia ha preso il nome l'omonima accademia costituitasi a Roma a fine Seicento.

Il benedettino dom Bernard de Montfaucon (1655-1741), nel suo Voyage en Italie, descrisse la tomba del poeta Sannazaro nella Chiesa degli Olivetani, a Napoli (ora nota come Santa Maria del Parto a Mergellina), decorata con le statue di Apollo e Minerva, e con gruppi di satiri. Nel XVIII secolo le autorità ecclesiastiche provarono a dare un aspetto meno profano alla composizione, incidendo il nome di "David" alla base della statua di Apollo, e di "Giuditta" sotto la statua di Minerva.

Napoli gli ha dedicato un teatro di prosa prevalentemente dialettale ed un liceo classico dove, dal 1° ginnasio (attuale 1a media) al 3° liceo, ho trascorso otto anni della mia giovinezza.

 

Napoli, 7 marzo 2013

 

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