Da via Marotta a piazza Mercato (7)

Ancora il Carmine, fin sul Campanile

di Elio Barletta

Si erano ormai fatte quasi le 13 di quella domenica del “maggio dei monumenti 2008” organizzata dalla NarteA e ci accorgemmo che – immedesimati della tragica sorte di Corradino – della Basilica del Carmine Maggiore non avevamo visto un gran che. Gli addetti alla chiesa ci avvisarono che – proprio perché avevano già procrastinato per noi il normale orario di chiusura – non  si sarebbe potuto andare oltre la mezz’ora.

Ci rendemmo subito conto dell’impossibilità di visitare il chiostro del convento, un’appendice meravigliosa del tempio che sono poi andato a visitare da solo, successivamente, e che qui brevemente richiamo. È una singolare costruzione formata da un loggiato superiore che poggia su di un porticato inferiore con volte a crociera dipinte in stile pompeiano, le pareti affrescate da Leonardo de Grazia da Pistoia e Giovanni Balducci, il pavimento a quadroni di piperno e marmo bianco di Caserta; introducendosi all’interno del porticato si va alla sala del Capitolo, oggi delle confessioni e refettorio.

Particolari notevoli: la torretta dell'ala meridionale con orologio a quadrante in maiolica arabescata di scuola napoletana del XVIII secolo; la meridiana dell'ala di fronte con lapide rievocativa della costruzione; la fontana in marmo del XVI secolo con due ninfee giacenti ai lati al centro del giardino. 

Tornando a quella domenica, la mezz’ora concessaci dagli addetti cercammo di sfruttarla al massimo in un fugace ma attento percorso a ritroso dal fondo del tempio verso l’uscita.

Entrammo per prima cosa in sacrestia – disegnata da  Nicola Tagliacozzi Canale, l’architetto preposto ai lavori dell’intera chiesa con i fratelli marmisti Cimmafonti e lo stuccatore Gargiulo – e ne restammo incantati: gli affreschi di Filippo Falciati raffiguranti il “Sacrificio di Elia”  sul soffitto, la “Fame in Samaria” sulla parete, i santi carmelitani nei sei medaglioni; l'altare sul fondo voluto da Carlo III di Borbone e dedicato ai santi Carlo e Amalia; il dipinto di Francesco Solimena; i finti armadi  di radice di noce alterni a sei mostre di porta di marmo rosso; le due porte di destra, una per la sala del lavabo “a commessi” in marmo e l’altra per la sala del Capitolo; le due porte di sinistra, una per l'altare maggiore, l'altra per la Cappella della Madonna e la sala degli ex voto. Una vera e propria rassegna antologica di capolavori.

Nei pochi minuti concessici per l'abside non sapevamo cosa ammirare di più: la sovrastante maestosa crociera con avanzi di architettura gotica e decorazioni settecentesche in stucco pregevole; la ricchezza e preziosità dei marmi di portovenere di Cosimo Fanzago; le quattro nicchie alle pareti con anfore di alabastro ornate da festoni in bronzo dorato; l'altare maggiore – uno dei migliori esistenti a Napoli, per la grande varietà di marmi pregiati e pietre preziose, quali agate, onici, lapislazzuli, madreperla, ametiste – e, dietro, l'arco includente la cappella e l'icona della Madonna Bruna, ed ancora, lateralmente, affreschi del Solimena.

Ritornammo quindi per l’ampia ed unica navata, originariamente in austero gotico poi ricoperta dal barocco napoletano: tripudio di marmi policromi un po’ dovunque. Quindi le dodici cappelle – sei per lato – intercomunicanti, con balaustre e cancelli in ferro battuto ornati in ottone. Le ricordiamo in sequenza.

Sul lato destro, entrando dalla porta grande, sono dedicate a:

San Nicola di Bari: tela di autore ignoto del XVII secolo; altare e cornice della tela con marmi commessi;

San Simone Stock: tela di Mattia Preti; altare e cornice della tela con marmi commessi; Santa Lucia: tela di Luca Giordano;

Madonna del Carmine: (o “Madonna del Colera per essere stata portata in processione in tempo di epidemie o varie calamità) statua attribuita a Giovanni Conte, detto il nano;

Beato Franco da Siena: tele ivi presenti di Giovanni Sarnelli; affresco del soffitto di Francesco Solimena; cappella più ricca di marmi pregiati;

Madonna delle Grazie: dipinto su tavola di Fabrizio Santafede; sulla sinistra il “monumento funebre al marchese Carlo Danza”;

Santi Angelo e Pier Tommaso: tela dell'altare di Francesco De Mura, tele laterali di Paolo de Maio.

Sul lato sinistro, entrando dalla porta grande, sono dedicate a:

San Gennaro: tela di Giovanni Sarnelli; nel suo interno il fonte battesimale;

Sant'Orsola e Santa Maria Maddalena: tela dell'altare di Andrea d'Asti;

San Gregorio Magno: tela attribuita a Giovanni Bernardo della Lama (ma porta la firma del Sarnelli che forse la restaurò);

Santa Teresa d'Avila e Santa Maria Maddalena de'Pazzi: tele del cavalier Viola;

Sant'Anna: tela è di Paolo De Matteis;

Santi Elia ed Eliseo: le tele di Francesco Solimena.

Il moderno soffitto a cassettoni è, ahimé, la tristissima testimonianza della seconda guerra mondiale: sostitutivo dell’originario, seicentesco in legno – come la stupenda (e rovinata) porta di ingresso, vera opera d'arte tutta intagliata a traforo – fu distrutto dallo scoppio nel porto della nave Caterina Costa che provocò numerose vittime ed ingenti danni a tutta la fascia costiera portuale della città.

Di sfuggita, demmo uno sguardo agli organi. Del primo, realizzato nel 1483 da Lorenzo di Jacopo, non trovammo traccia. Ai due lati della navata, invece, ecco i due costruiti alla veneziana, nel 1714, da Felice Cimmino, con le casse degli strumenti di pregevole intaglio ligneo; con il crollo del soffitto avvenuto nel del 1762, fu lasciato funzionante solo quello che si trova sul lato destro, mentre l'altro ha solo il finto prospetto di canne. Sulla porta di ingresso, infine, è ben visibile il monumentale costruito nel 1907 dalla ditta Francesco Mascia e ammodernato nel 1973; è ricordato per essere stato il primo strumento a diffondere via radio – allora EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche) – i concerti d'Organo tenuti dal maestro Franco Michele Napolitano. Lo strumento ha 4800 canne.

E finalmente uscimmo senza trascurare una curiosità ricordataci da un accompagnatore; in un tempio tanto ricco d’arte e di storia trovarono alloggio anche due funerali “illustri” dei nostri tempi: quello di Totò, nel 1967, e quello di Mario Merola, nel 2006.

Una volta fuori ci voltammo ad osservare la facciata, la terza ordine di tempo in quanto la più antica –  rovinata dai fulmini e dal terremoto del 1456 – fu ricostruita nel 1631, ma nuovamente danneggiata durante la rivoluzione di Masaniello, per i colpi sbagliati dei cannoni.  È opera di Giovanni del Gaizo, un ingegnere ed architetto napoletano di scuola rococò, incline agli influssi del tardo barocco e del  neoclassicismo, non emerso come i suoi colleghi contemporanei malgrado fosse allievo del Vaccaro. A lavori ultimati, si accorsero di averla fatta così bassa da far comparire il tetto della chiesa; pensarono allora di coprirlo con il frontale tuttora esistente.

Del mastodontico campanile – contemporaneo alla chiesa – si ha una prima traccia a partire dal 1439 nella  guerra tra Angioini e Aragonesi. Iniziato nel 1615, su disegno di Gian Giacomo di Conforto, fu eretto su una fondazione quadrilatera a sua volta poggiata su di una base solida detta “a bozze piane”, in piperno massiccio radicata nel sottosuolo cavo, ove, oltre ai resti della primitiva base del campanile, s’intravede l’ultima parte sommersa della sua versione trecentesca andata distrutta da un terremoto del 1456. Si sviluppa su tre piani – i primi due a pianta ottagonale – rispettivamente dal basso in stile ionico, dorico e corinzio. Fu anch’esso più volte danneggiato e ricostruito. L'aspetto attuale è della prima metà del XVII secolo, quando fu completato dal domenicano Giuseppe Donzelli, detto fra’ Nuvolo (soprannome dato anche all’intera  struttura) con l’aggiunta della cuspide ricoperta di maioliche dipinte ed, in cima, di una croce su di un globo di rame del diametro di 110 centimetri per un’altezza complessiva di 75 metri , la più alta per i campanili di Napoli.

Una citazione a parte meritano le campane – quattro nel 1500, cinque attualmente dopo molteplici fusioni delle esistenti e sostituzioni di nuove – per l’originale, addirittura divertente loro organizzazione: hanno ciascuna il nome di un santo, una data di installazione, una collocazione, una dimensione, un peso ed un soprannome che la gran parte dei napoletani ignora del tutto: Sant'Alberto, 1546, verso il mare, 74 cm di diametro, detta Sant'Antonino, protettore dei marinai; Sant'Angelo Martire, 1546, verso il Borgo Loreto, 86 cm di diametro, detta campana del Loreto; Santa Barbara, 1746, verso la via Lavinaio, 114 cm di diametro, pesa 11 cantara e 40 rotoli, detta anche Maria Barbara o Lavenarella; Santa Maria Maddalena dei Pazzi, 1712, su piazza del Carmine, 128 cm di diametro, pesa 18 cantara e 38 rotoli, detta Maria Maddalena Teresa; Santa Maria del Carmine, 1746, al centro del campanile, 147 cm di diametro, pesa 23 cantara e 70 rotoli,  detta Carmela.

Nei festeggiamenti in onore della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo si è per secoli perpetrato il rito dell’”Incendio del Campanile”, al quale – da pessimo “napoletano” – non ho mai assistito e che, attualmente, ritengo stia inevitabilmente perdendo il dettaglio e la solennità del suo cerimoniale tradizionale. Lo descrivo come si sviluppava negli anni Cinquanta del 1900. Alle ore 22 di ogni 15 luglio – spente le luci della piazza ed accesi girandole e bengala colorati con la scritta Napoli devota alla Madonna Bruna – un razzo chiamato 'o sorece (il topo), era fatto partire dall'attiguo terrazzo per colpire il piano delle campane, fra mille esplosioni dà inizio al tradizionale incendio del campanile. Piogge colorate lo rivestivano completamente, illuminando a giorno la piazza, fino all’accensione della croce in cima ed all’ascesa di una stella luminosa con l'immagine della Madonna che doma e spegne le fiamme. È una tradizione iniziata non si sa quando. Si sa però che preesisteva un finto attacco ad un fortino in legno che poi si dava alle fiamme. A portarlo erano i lazzari ed a  condurli fu anche Masaniello, la cui rivolta iniziò proprio durante i preparativi della festa. I Borbone – molto devoti alla Vergine – regalavano ogni anno due barili di polvere pirica per gli spettacoli esterni. Nel secolo scorso la festa ha richiamato folle da tutta la città e la provincia. Onnipresenti le bancarelle dei venditori di impepate di cozze, di cocomeri, e, soprattutto, l’usanza casalinga del tarallo e della birra al balcone di casa propria ascoltando le canzoni radiodiffuse per le vie del quartiere.

 

Napoli, 12 ottobre 2011

 

(7 – continua      

          

 

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