Napoletani di nascita o d’adozione

I Fracanzano

di Elio Barletta  

L’esserci imbattuti in Salvator Rosa nell’ultimo articolo della presente collana ci ha fatto incontrare altri artisti suoi contemporanei che gli fecero da maestro o da consigliere. Uno di questi è Francesco Fracanzano, non unico pittore a portare tale cognome in quanto anche suo padre e suo fratello si dedicarono all’arte figurativa. Infatti, Alessandro Fracanzano – un nobile originario di Verona – era un pittore di “maniera”, definizione che, non sottintendendo più il significato di “stile”, non aveva più il senso elogiativo con cui il Vasari considerò giganti come Leonardo da Vinci, Michelangelo e Raffaello giunti al culmine di una progressione artistica che, iniziata alla fine del Duecento con Cimabue e Giotto, li aveva fatti ascendere ad una perfezione formale e ad un ideale di bello tali da superare i mostri sacri dell'arte classica. Aveva invece il significato negativo di "manierismo" e “manieristi” con cui si indicavano movimento ed artisti che, nei secoli XVII e XVIII, rimosso l'ideale rinascimentale del modello natura, operavano esclusivamente alla "maniera" dei grandi maestri, ripetendone banalmente le forme, spesso accentuandole ed alterandole.

Trasferitosi in Puglia, Alessandro conobbe e sposò Elisabetta Milazzo, nativa di Barletta. Restano alcune sue opere: a Monopoli, un’Assunta (Cattedrale) ed un Sant’Antonio da Padova (Chiesa di San Francesco, mediocri dipinti tardo manieristici; a Bari, un’Assunzione della Vergine (Pinacoteca provinciale); a Conversano, alcuni affreschi raffiguranti i Santi Cosma e Damiano (volta del Convento di San Benedetto), attribuitigli dalla storica dell’arte Pina Belli D’Elia.

Dal matrimonio con Elisabetta nacquero Cesare, il 16 ottobre 1605 a Bisceglie, e Francesco, il 9 luglio 1612 a Monopoli. Seguendo il padre nel suo andare su e giù a realizzare decorazioni  i due ragazzi colsero i primi rudimenti dell’arte pittorica, ma senza subire l’influsso paterno. Anche perché – trasferitisi con la famiglia a Napoli, nel 1625 – ebbero l’occasione di formarsi nella bottega di Jusepe (o José) de Ribera, lo Spagnoletto.

Cesare Fracanzano improntò il suo stile pittorico non solo al Ribera, ma anche al Tintoretto, ai fratelli Carracci, a Guido Reni. Trascorsi lunghi anni di maturazione artistica a Napoli, ma nel 1626 tornò definitivamente a Barletta dove sposò Beatrice Covelli ed operò in chiese e palazzi signorili, con saltuari spostamenti a Napoli, Roma ed altre località pugliesi. Morì tra il 1651 e il 1652.

Molte sue tele sono conservate proprio a Barletta, nelle Chiese di Santa Maria di Nazareth ( La Sacra Famiglia , San Francesco Saverio, Sant'Elena e Immacolata), Sant'Andrea (Natività), Madonna del Carmine (Immacolata), San Ruggero(Crocifisso, San Nicola di Bari), San Gaetano (Sant'Anna, Sacra Famiglia);  Purgatorio (Madonna dei suffragi, Testa dell'Eterno); nel Palazzo arcivescovile (Natività, Il martirio di San Sebastiano, Immacolata e Santi, Cristo apparso a San Francesco); nella Pinacoteca, Collezione Gabbiani, (l'Assunta, San Pietro, San Giovanni della Croce).

Altre tele presenti in Italia sono: a Taranto, Palazzo Carducci Artenisio (dodici dipinti ovali di santi, alcuni non identificati); a Corigliano Calabro, Chiesa madre di Santa Maria Maggiore (Sant’Agata in carcere); a Palermo, Galleria Regionale di Palazzo Abatellis (Tormento di Tycius); a Martano, Chiesa madre di Santa Maria Assunta (Immacolata); a Napoli, Basilica Santuario del Gesù Vecchio (pala di San Francesco Saverio); Chiesa di Santa Maria della Speranza (Madonna della Speranza; Chiesa di Santa Maria della Sapienza (affreschi della volta e dell'abside); Eremo di Camaldoli (Assunzione della Vergine e Santi); Museo Capodimonte (tele del ventennio 1626–1647, dal duomo di Pozzuoli).

 

Di Francesco Fracanzano si sa certamente che sposò nel 1632 Giovanna, la sorella di Salvator Rosa, mentre, per quanto riguarda la vita, la morte e la paternità di molte opere attribuitegli, restano ancora molte zone buie, argomento di dibattiti non sopiti. Si sono occupati di lui molti critici storici. Innanzi tutto Carlo Celano – l’avvocato, letterato e religioso napoletano del Seicento, restauratore della Basilica di Santa Restituta, l'antica Cattedrale di Napoli di origine paleocristiana, oggi raggiungibile dalla navata sinistra dell'attuale Cattedrale di Santa Maria Assunta – autore di un noto ed accurato censimento dei monumenti partenopei. Da esso trasse informazioni anche Bernardo De Dominici – pittore e storico dell'arte di epoca tardo-barocca attivo principalmente a Napoli – che in un capitolo riassunse la vita dei due Fracanzano con tante imprecisioni ed invenzioni, smentite dai dati in archivio. All’aquilano Ferdinando Bologna – esperto d’arte vivente, legato a Napoli per i vari ruoli ricoperti all’Università, alla Pinacoteca Nazionale, all’Istituto italiano per gli Studi Filosofici – spetta la ricostruzione della produzione giovanile di Francesco: una serie di quadri spiccatamente naturalisti eseguiti intorno al 1630–1635 che però il Soprintendente per i Beni artistici Raffaello Causa, nel 1972, trasferì in gran parte nel catalogo del Maestro dell’annuncio ai pastori, o Maestro degli Annunci, l’anonimo pittore italiano attivo nella nostra città fra il 1630 ed il 1660 che deve il suo nome alla tela raffigurante l’Annuncio ai pastori, oggi conservata al Museo di Birmingham. 

Secondo il De Dominici, alla formazione di Francesco e del fratello, a Napoli, nella bottega di J. de Ribera, contribuì anche la conoscenza del naturalismo di matrice caravaggesca introdottosi nella pittura napoletana dell’epoca, coinvolgendo anche l’artista Francesco Guarino ed il suddetto Maestro anonimo.

Le prime opere di Francesco datate 1635 – suo autentico capolavoro – sono le tele della cappella di San Gregorio Armeno nell'omonima chiesa, raffiguranti Scene della vita del Santo, completate nella parte superiore da due lunette raffiguranti Episodi del martirio del Santo. Ampiamente descritte e commentate dalla critica, citate in quasi tutte le antiche guide, per i tanti riferimenti culturali travalicanti l'esperienza riberiana, sono ritenute il punto d'incontro di quell’esperienza con le più moderne correnti fiamminghe che conducevano all’astro di Anversa, Antoon van Dyck.  

Invece, alla fase iniziale del pittore sono stati attribuiti i dipinti in cui la componente riberiana si integra con il più tradizionale naturalismo del gruppo di “indipendenti” come  Filippo Vitale, Giovanni Do, il Maestro degli Annunci ai pastori, Bartolomeo Bassante. Primo fra questi dipinti è il  cosiddetto Maestro del Gesù tra i dottori (collezione privata, Torino), ottenuto grazie ad una materia grumosa e densa che l’esponente della cosiddetta scuola di Posillipo Eduardo Dalbono definì, in una lettera del 1906, “a tutto impasto”, con “uso del colore denso, che sembra quasi un potente mastice, che a stento il pennello riesce a spalmare”. Per tale tecnica sono omogeneamente associabili l'Uomo che legge (Museo provinciale di Lecce), il Gesù tra i dottori (quadreria del Gesù Nuovo), il Ritorno del figliuol prodigo, Lot e le figlie (cattedrale di Monopoli), alcuni Apostoli (convento di San Pasquale a Taranto, e il cosiddetto Ritratto di Ludovico Carducci Artemisio (già in casa Carducci Artemisio, Taranto, ora nella collezione di famiglia, Roma).

Dalla rivisitazione naturalistica dei temi mitologici ad una più intensa e cromatica rappresentazione - particolarmente dei volti – intercorse un processo di trasformazione visibile nel Baccanale del Fogg Art Museum di Cambridge, nel Sileno ebbro del Prado di Madrid, nel Trionfo di Bacco del Museo nazionale di Capodimonte. Dopo le tele di San Gregorio Armeno (nel frattempo arricchite dal S.Benedetto della cappella omonima), dai trentacinque anni di vita in poi, sempre più convinto dalle proposte fiamminghe si avvicinò a Bernardo Cavallino con la Santa Caterina d'Alessandria (INPS, Roma), esempio di sintesi compositiva.

 

Si susseguirono poi la Negazione di San Pietro (collezione Boblot, Parigi) richiamante le tele di S. Gregorio Armeno, le tele dell'Ecce Homo (1647, collezione Morton B. Harris, New York) e del Cristo davanti a Caifa (collezione privata Civiltà del Seicento a Napoli, 1984, Napoli). Problematica è invecela la collocazione cronologica dei Santi Antonio abate e Paolo eremita (Sant’O-nofrio dei Vecchi, Napoli).

All'ultima fase dell'attività appartengono la Morte di San Giuseppe (Arciconfraternita dei Pellegrini, Napoli, 1652) – ritenuto dal De Dominici “uno de' migliori, che adornino la Città nostra, e che servano di esempio a' nostri Professori, per la maniera grande, ed eroica di operare” – più le opere documentate del maggio 1656 per il reggente Capece Galeota: una Pietà, già consegnata, e due quadri "da fare", un San Gerolamo e un San Giovanni Battista.

Si pensa possa essere scomparso con la peste del 1656, anche se alcuni documenti di pagamento lo mostrano vivo ancora nel mese di maggio.

Gran parte della sua produzione fu costituita dall’esecuzione di mezze figure di santi e filosofi. Molte sono le opere attribuitegli poi respinte, alcune clamorose per l’autorità dei proponenti, ma oggi, lentamente, si sta imparando a riconoscere meglio i tratti distintivi dell’artista.

Amplissime le fonti e la bibliografia – comprendente 168 riferimenti – che riguardano Francesco, purtroppo incomplete: saggi interamente dedicati a lui o inseriti in opere riguardanti altri artisti della pittura nell’Italia meridionale, in particolare la napoletana, del XVII secolo.  Scarsi invece sono i documenti.

 

 

dicembre 2012

 

 

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