Napoletani di nascita o d’adozione 

Aniello Falcone 

di Elio Barletta

 

Oltre a Francesco Fracanzano, altro artista significativo per la formazione di Salvator Rosa fu  Aniello Falcone. I contemporanei lo ricoprirono di riconoscimenti, ma di lui lasciarono frammentarie ed imprecise note biografiche. A parte il già citato Bernardo De Dominici – che di lui scrisse varie inesattezze, come le date di nascita e morte – è quasi doveroso citare le ricostruzioni storiche di due studiosi nostri concitadini, relativamente recenti rispetto al Falcone, ma distanti fra loro più di mezzo secolo. ll primo è Prota Giurleo, nato nel 1886 e vissuto nella prima metà del Novecento, diventato storiografo e critico d’arte musicale per incitamento di Salvatore Di Giacomo e poi dedicatosi anche alla pittura seicentesca napoletana con un documentatissimo studio pubblicato dall’Editore Fausto Fiorentino. Il secondo è il ginecologo sessantacinquenne Aurelio Della Ragione, scacchista di fama internazionale, collaboratore di riviste mediche, appassionato d’arte ed autore di un’opera in 10 volumi sulla pittura napoletana del Seicento, purtroppo da tempo coinvolto in incresciose vertenze giudiziarie relative alla sua attività professionale. Ma sono i vari documenti ritrovati da tre storici dell’arte – l’abate e filologo Nunzio Federigo Faraglia (1905), l’austriaco Fritz Saxl (1915 e 1939–40) e il suddetto Prota Giurleo (1951) – ad aver dato agli avvenimenti ed alle opere riguardanti Aniello Falcone un profilo generale abbastanza attendibile.

 

Si sa di certo che nacque a Napoli da Vincenzo e Giovanna de Luca, il 15 novembre 1607, e fu battezzato nella parrocchia di San Giorgio Maggiore. Suo padre, titolare di una bottega d'indoratore e ripetutamente console di quell'Arte – fiorente corporazione dell’epoca – era sicuramente un benestante, dato il vasto comprensorio di case da lui posseduto sulla strada della Sellaria, ossia nella zona dell’attuale piazza Nicola Amore.

Nel 1636 Aniello aprì un’accademia di nudo con Matteo di Guido e Onofrio Masturzo, fondamentale per il verismo e la raffinatezza con cui raffigurò in seguito il corpo umano; il 17 maggio del 1639 sposò Orsola Vitale, figlia del pittore Filippo e di Caterina de Mauro, entrando così a far parte di una fitta rete di artisti figurativi, suoi fratelli e parenti compresi. Ebbe vari figli. Nei registri della parrocchia di San Giuseppe è annotata solo la nascita, il 28 novembre 1646, di una bambina, Cecilia Jacova, probabilmente deceduta prima del 1650, quando, alla morte di Filippo Vitale, risultarono viventi solo i figli Vincenzo, Antonio e Caterina. Il 2 marzo 1647 rimase vedovo e l’anno successivo, il 3 giugno 1648, perdette anche il padre che, con la madre, si era trasferito a vivere a casa sua dopo la morte di Orsola.

 

 

Nel 1651 risiedeva nel palazzo del principe di Tarsia, uno dei suoi maggiori committenti e collezionisti napoletani del tempo. Fra questi, acquirenti di sue opere erano i Caracciolo, principi di Avellino, Cesare Firrao, principe di Sant’Agata, Ferrante Spinelli, principe di Tarsia, possessore di ben 50 suoi quadri, Gaspare Roomer, che, nel 1647, gli commissionò una serie di battaglie ispirate alla Gerusalemme Liberata, inviate poi in Fiandra e ora perdute, più la rivestitura di affreschi per il salone della sua villa di Barra. In una Napoli mista d’influssi greci, latini, spagnoli rimase celebre l’accoglienza con cui accettava nella sua bottega giovani interessati alla pittura, insegnando loro segreti e tecniche quasi fossero suoi figli. Ne fecero parte – come già accennato – Salvator Rosa e Micco Spadaro, il pittore paesaggista, anch’esso barocco, Domenico Gargiulo, molto attivo a Napoli – suoi i dipinti nel Coro dei Conversi e nel Quarto del priore della Certosa di San Martino – così soprannominato per il mestiere del padre, un artigiano forgiatore di spade.

 

Nei giorni della terribile peste del 1656, Aniello si trasferì in una grande casa presso il monastero delle Cappuccinelle ed il 14 luglio, contratto il morbo, fece testamento, ultimo suo atto in vita diligentemente ritrovato e pubblicato sulle pagine di Napoli Nobilissima dal Faraglia, nel  1905. I suoi giovanissimi figli dovevano essere già morti perché ne beneficiarono la sorella Candida, i fratelli Giuseppe e Tommaso, alcuni nipoti. Si trattò di ingenti proprietà a riprova che la sua produzione artistica era stata assai redditizia. Gli interessi dei capitali li lasciò invece all’ospedale degli Incurabili, in cambio di una serie di messe di suffragio, mentre divise in tre lotti la raccolta dei suoi disegni, una delle quali regalata al nipote scultore Andrea. Dispose inoltre che fossero restituite agli aventi diritto le caparre sui quadri non eseguiti e che dalla vendita dei suoi mobili si stornassero 50 ducati da dare “per amorevolezza”, in primis et ante omnia, a Giovanna de Rosa, sorella di Salvator Rosa, moglie, e forse già vedova, di Francesco Fracanzano. Lasciò scritta, infine, la richiesta di essere seppellito nella chiesa di Gesù e Maria e non del Carmine Maggiore (come riferito da biografi successivi, tra cui il Dalbono).

Pochi decenni dopo la sua morte già circolavano gli aneddoti più incredibili sul suo conto. In particolare – vi lavorò sopra di fantasia il De Dominici – fiorì la leggenda, amplificata in epoca romantica, che lo fece attivamente partecipe, con i pittori della sua bottega e con la protezione del Ribera, ai rivolgimenti popolari del 1647 quando, in una Compagnia della morte organizzata contro gli spagnoli per vendicare la morte di un amico, «armati di tutto punto, di giorno giravano uccidendo quanti più spagnoli avessero incontrati, e di notte attendevano a dipingere alacremente, e specialmente a ritrarre le sembianze di Masaniello». Siffatta Compagnia, realmente esistita, si disciolse alla fine della rivoluzione, con il ritorno del Regno di Napoli sotto il dominio spagnolo.

 

 

 

Leggendo il De Dominici è invece possibile che dopo il 1647 il Falcone abbia conosciuto a Roma il Borgognone, che abbia poi brevemente soggiornato e lavorato a Parigi, che soprattutto sia stato allievo del Ribera. Pittore di ispirazione realista, nelle tele giovanili il Falcone associò al carattere rinascimentale dei simboli la realtà ambientale di personaggi dai tratti e dai movimenti profondamente umani richiamanti proprio il primo Ribera, come il volto ed i libri della Maestra di scuola, ritenuta la più antica delle sue opere. Ma c’è anche il tenue riflesso della pittura caravaggesca importata dalla scuola romana dei bamboccianti ed un vigore chiaroscurale che si rifà al giovane contemporaneo Velázquez. Testimonianze dell’indubbio successo riportato sono le importanti  commissioni di due tele con Gladiatori e Soldati romani nel circo per il Museo del Prado e di una serie di composizioni con storie antiche per il palazzo del Buen Retiro a Madrid. Il legame col Ribera fa preferire per queste tele una datazione antecedente al 1638. Vi si riscontra un tono monumentale, con spiegamento accademico di figure a fregio, lo straordinario studio accurato dei corpi, movimenti e proporzioni calcolate dei cavalli, con un richiamo al classicismo bolognese.  

La svolta del quinto decennio verso il classicismo romano-bolognese è testimoniata da un gran numero di opere che risentirono le influenze di vari artisti e scuole europee il cui dettaglio lasciamo all’ampia e profonda bibliografia specializzata. Ne citiamo solo alcune quali il Riposo in Egitto nella sacrestia del Duomo di Napoli del 1641, le Storie del Vecchio Testamento, affrescate nella cupola della cappella di Sant’Agata in San Paolo Maggiore per Cesare Firrao nel 1641-42, gli affreschi della villa Roomer e ora Rodinò di Miglione a Barra del 1647, gli affreschi della sacrestia del Gesù Nuovo del 1652.

 

 

 

In un continuo spostarsi fra naturalismo e classicismo, privilegiò sempre l’accuratezza  nel disegno come testimoniano i molti fogli di carta sui quali si esercitava preventivamente. Emergono altre opere come la Cacciata dei mercanti dal tempio ed il Concerto, entrambe al Prado, l'Elemosina di Santa Lucia, variamente datate.

Più che realista, pittore di genere, si differenziò da molti suoi contemporanei napoletani specializzandosi in quadri da cavalletto dai temi più disparati, come il Vecchio Testamento, la Gerusalemme liberata, le Crociate, scene di guerre fra Turchi e Cristiani. È incerto se abbia dipinto nature morte, mentre diventò famoso per le battaglie, nelle quali eccelse tanto da guadagnarsi l'epiteto di "Oracolo” e da attirarsi i favori dei collezionisti europei del Sei e Settecento. Nessuna visione eroica o drammatica della battaglia, nessuno stile epico o tragico delle masse di soldati si colgono nelle sue composizioni, nelle quali, una sapiente alternanza di paesaggi (spesso luoghi del Napoletano), di luci, di ombre fa da contorno alla realtà concreta della guerra –esperienza quotidiana in quell’epoca – fatta di scene di vita quotidiana: moti naturali di cavalli e cavalieri, intensi ritratti, costumi ben descritti, figure dal modellato pieno e essenziale, il tutto trattato come in una natura morta. La datazione delle battaglie è difficile, non così l'evoluzione ispiratrice che le accompagna: quella semplice del Louvre, firmata e datata 1631, poi  quella di Ebrei e Amalachiti di Capodimonte, del 1635 circa, quelle posteriori come la firmata e datata 1646 in collezione privata di Milano e la simile a Schleisshem, il Saccheggio di Ithaca, i Cavalieri spagnoli in collezione privata a Napoli, infine quella del Museo nazionale di Stoccolma.

 

 

 

Chiudiamo queste note citando con piacere un’opera del 1640 dall’innegabile fascino e che spesso è richiamata quando si parla o si scrive di Aniello Falcone: l’Anacoreta, ossia la figura simbolo di quei religiosi – oggi sempre più rari – che lasciano le passioni del mondo per dedicarsi alla preghiera ed alla meditazione.

Napoli, 8 gennaio 2013

 

Condividi su Facebook