Napoletani di nascita o d’adozione

Salvatore Di Giacomo 

di Elio Barletta

 

Nacque a Napoli, il 12 marzo 1860, primogenito di un papà medico, Francesco Saverio, e di una mamma musicista, Patrizia Buongiorno, a sua volta figlia di un professore del Conservatorio di San Pietro a Maiella. Conseguita la licenza ginnasiale presso il collegio della Carità, si iscrisse al liceo Vittorio  Emanuele (1875), dove ebbe per insegnante di lettere il presbitero calabrese, poeta e patriota antiborbonico Vincenzo Padula. Tali genitori pensarono bene, dopo la licenza liceale, di indirizzarlo alla facoltà di Medicina, malgrado che lui non avesse interesse per quel tipo di studi. Un episodio macabro, al 3° anno di frequenza, fu determinante: lo spettacolo di un cadavere di vecchio sul tavolo anatomico nonché di una tinozza colma di membra umane, riversata da un bidello scivolato per le scale, segnò l’addio di Salvatore Di Giacomo all'edificio universitario di Sant'Aniello a Caponapoli e l’arresto dell’iter accademico intrapreso. Non più costretto a studiare ciò che non gli piaceva, il giovanotto sentì il richiamo di due sirene sopite ma non dimenticate: la letteratura e la critica letteraria.

 

 

Con altri giovani fondò Il Fantasio, fortunato periodico letterario napoletano intorno al 1880. Poi, per breve tempo, fu impiegato presso la tipografia Giannini. Trovò il Corriere del Mattino di Martino Cafiero (1882) per la pubblicazione di una serie di suoi racconti fantastici – fra Hoffmann e Poe – definiti “di genere tedesco”, perché ambientati in una immaginaria città tedesca popolata di sinistri studenti e di scienziati maniacali secondo lo stile narrativo di due scrittori francesi di origine alsaziana Emile Erckmann ed Alexandre Chatrian. Un genere che molto più tardi (1003), Matilde Serao gli consigliò di abbandonare del tutto. Intanto il Cafiero e Federico Verdinois, giornalista abruzzese che si firmava “Picche”, sospettando che quei racconti fossero traduzioni di lavori altrui, lo costrinsero a scriverne di nuovi per dimostrarne l'autenticità. Ebbero perciò modo di apprezzarlo e spingerlo a proseguire nell'attività di novelliere. Dopo alcuni mesi diventò collaboratore stabile del Corriere, assieme allo scrittore chietino Giuseppe Mezzanotte ed a Roberto Bracco, con cui allacciò una profonda amicizia. Dopo qualche anno lasciò il Corriere per vari altri giornali: il Pro Patria, la Gazzetta letteraria del letterato piemontese Vittorio Bersezio, il Pungolo, il Corriere di Napoli dove, per la cronaca giudiziaria, si firmava "II paglietta".

 

 

Quanto alle novelle, l’editore Pierro gli pubblicò la raccolta Minuetto Settecento (1883) che ricevette le lodi e gli utili consigli della Serao, nonché i lusinghieri apprezzamenti da Antonio Fogazzaro. Perso il padre a causa del colera che colpì la città (21 settembre 1884), si venne a trovare in difficili condizioni economiche. In quell’anno il suo sonetto Uocchie de suonno apparso sul Corriere del Mattino, servì ad aprirgli la strada per la pubblicazione di due raccolte: le rime dal titolo Sonetti e i bozzetti napoletani dal titolo Nennella. Sollecito a mostrare le novelle, neghittoso per le liriche, arrivarono alla stampa anche le Mattinate napoletane (1884), dove coesistono sentimenti teneri e malinconici con una scrittura impressionistica, a volte di forte espressione. Seguirono quindi 'O Funneco verde (1886), Zi' munacella (1888), Canzoni napoletane (1891). Con Benedetto Croce, Vittorio Spinazzola e altri intellettuali fondò (1892) la rivista di topografia ed arte napoletana, ben presto nota, Napoli nobilissima.

 

 

Assunse l'incarico di bibliotecario (1893) presso la biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Maiella, poi in quella Universitaria e infine nella Nazionale Vittorio Emanuele III, diventandone direttore (1902) della Sezione autonoma Lucchesi-Palli e bibliotecario capo (1925–1932). L’approccio con la canzone napoletana non fu sempre immediato in quanto molte delle sue tantissime composizioni dialettali, scritte inizialmente per restare poesie, per il colore ambientale, l’armonia del verso, l'azione scenica unite al garbo del dialetto, furono musicate successivamente, spesso per iniziativa dei maestri con cui veniva a contatto in ambito giornalistico. Di questi, i tre che gli musicarono il maggior numero delle oltre duecento canzoni complessive non erano napoletani: il pugliese di Taranto Mario Pasquale Costa, nome d'arte di Pasquale Antonio Cataldo Maria Costa , il maggiormente scelto e preferito; l’abruzzese di Ortona Francesco Paolo Tosti, detto lo “Schubert italiano”, ed il calabrese di Corigliano Vincenzo Valente. Nutrita la schiera degli altri validi maestri: Enrico De Leva, col quale scrisse undici canzoni, Eduardo Di Capua, l’autore di ‘O sole Mio, Francesco Buongiovanni, Rodolfo Falvo, Salvatore Gambardella, il genio autodidatta che componeva melodie fischiettando.

 

 

 

L'esordio si ebbe quando la Casa musicale Ricordi gli pubblicò sotto contratto (1881) E ghiammoncenne me' e Nannì, scritta su sollecitazione del suo direttore di giornale per controbattere il dilagante successo della canzone Funiculi Funiculà, scritta l’anno prima dal collega Peppino Turco, suo giovanissimo coetaneo. Nannì non riscosse un gran successo ma fu totalmente cambiata nell’apprezzatissima Napulitanata (1884). Alcuni suoi versi, da lui stesso non molto apprezzati (1885), ispirarono due maestri per due delle più famose canzoni napoletane in assoluto: la sublime Era de maggio, suggestivo ricordo di due giovani innamorati del loro primo incontro, avvenuto a maggio in un giardino profumato di rose, portato magistralmente sul pentagramma da Costa; la celebre Marechiaro, quadretto immaginario di una serenata portata nel borgo marinaro di Posillipo (Di Giacomo non c’era mai stato fino ad allora) sotto una finestra con un garofano bianco in un vaso, attendendo il risveglio e l’affaccio della bella Carolina, sulle note di Tosti.

 

 

 

Sempre con Costa seguirono Carulì (1885), Oilì Oilà (1886), la cui spensieratezza contrastante con i guai della città stupì gli stranieri, e Luna Nova (1887), preferita da Papa Leone XIII. Altri tre successi arrivarono (1888) con Lariulà, musicata da Costa, ‘E cerase, musicata da Valente, ‘E spingule Francese, musicata da De Leva. Quest’ultima, ispirata ad un antico canto popolare, si diffuse all’estero fino alle corti imperiali; venne suonata in Piazza del Plebiscito, per una parata in onore di Guglielmo II di Germania – invece che la marcia d’ordinanza – su esplicita richiesta dello stesso imperatore. Altre canzoni di altrettanti maestri nacquero dai suoi versi: Catarì di Costa (1892), tratta da Marzo (nu poco chiove e n’ato ppoco stracqua);  Carcioffolà di Di Capua (1893), divertente; ‘E trezze ‘e Carulina di Gambardella (1895),  romantica; ‘A Sirena di Valente (1897); Palomma ‘e notte di Francesco Buongiovanni (1906), lirica; Oje Carulì di Costa (1906), appassionata. Nella cosiddetta epoca d'oro della canzone classica napoletana Di Giacomo fu uno dei maggiori artefici, con Ernesto Murolo, Libero Bovio, E. A. Mario, ma forse il più alto per quanto concerne la canzone d’autore come forma d’arte.

 

 

Nel teatro si cimentò col massimo impegno, con l’intento di volare alto. Assunta Spina è il suo dramma più noto, tratto da una sua novella omonima, andato in scena ripetutamente, con gli anni adattato per il cinema e per la televisione. Fu anche importante 'O mese mariano, tratta ancora da una sua novella, Senza vederlo, trasmessa poi in televisione con l'interpretazione di Titina De Filippo. Scrisse inoltre tre drammi: 'O voto, sempre ricavato da una sua novella, Il voto, A "San Francisco", questa volta preso dalla sua collana di sonetti omonima, e Quand l'amour meurt.  Tantissime altre sue opere non citate, non riassumibili in questa sede.

Morì a Napoli, il 4 aprile 1934. Contemporaneo di vati come Carducci, Pascoli, D’Annunzio fu definito da Benedetto Croce “Poeta senz’altro”, contribuendo con un articolo apparso su La Critica nel 1903 a liberarne la produzione dall'etichetta riduttiva di “poesia dialettale”. Secondo Croce un autore è innanzitutto poeta e il Nostro aveva dimostrato di eccellere scrivendo in versi. Il poeta napoletano Francesco Gaeta, citando lo scritto del filosofo, ne evidenziava efficacemente le linee essenziali: «Salvatore Di Giacomo è, sic et simpliciter, un poeta. Quanto all'aggettivo “grande”, esso traspariva dall'intero contesto dello studio». Il giornalista napoletano dell'epoca Roberto Minervini, ricordando Salvatore Di Giacomo, scrisse di lui: «Alle trattorie di lusso preferiva nascoste osterie, tra una pietanza e l'altra rimaneva trasognato, né valevano a ridestarlo le sue canzoni, sonate e cantate per fargli onore dai posteggiatori di quei pittoreschi locali. Non amava Marechiaro, la piu' celebre di tutte, perché veniva indicato non come l'autore di Ariette e Sunette o Assunta Spina, ma come l'autore di Marechiaro. Il puntuale riferimento lo infastidiva e lo innervosiva: una sera al Gambrinus, caffè prescelto per abituale convegno di letterati, giornalisti e uomini politici, gli fu presentata una signora che anch'ella non gli risparmiò il dolore: poco dopo fu visto allontanarsi, salutando, appena con un gesto, i presenti».

Nel privato, l’incontro con l’amore non fu dei migliori. Molto chiacchierate le due relazioni, quella con la celebre cantante napoletana Emilia Persico  e quella, tardiva per l’epoca, con Elisa Avigliano, la studentessa di ventisei anni più giovane di lui, quarantacinquenne, la quale stava preparando la tesi di laurea proprio sulla poesia del poeta napoletano.

Per la sua ricerca ed originalità linguistica in ambito dialettale, trovò l’opposizione da parte della Accademia dei filopadriti. Era nonno del percussionista Gegè Di Giacomo.

Vista con la consapevolezza di oggi che la democrazia, malgrado le sue degenerazioni, è la migliore forma di convivenza civile possibile, non si può che vedere negativamente l’adesione di Di Giacomo (come Ernesto Murolo) al Manifesto degli intellettuali fascisti del 1925 che un anno dopo gli fruttò la nomina ad Accadamico d’Italia.

 

 

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