Da via Marotta a piazza Mercato (4)

Lucrezia D’Alagno

di Elio Barletta

Alla quarta puntata dell’itinerario realmente percorso con l’Associazione NarteA in quella domenica del maggio 2008 – e che da tre puntate sto idealmente ripercorrendo con i lettori – siamo arrivati, in pieno quartiere degli Orefici, a piazza Carlo Troya, quel largo a pianta irregolare che ospita la già citata “Fontana del Pesce”, una delle più antiche di Napoli. Le informazioni sulle sue origini sono alquanto discordanti, poiché secondo alcune fonti documentarie sarebbe stata presente già nel medioevo, mentre per altre la sua costruzione sarebbe avvenuta nel  periodo barocco. Inizialmente la struttura era molto più ricca di dettagli architettonici: l'attuale vasca triangolare in marmo era arricchita da un alto obelisco centrale, recante alla base pregevoli sculture di pesci dalle quali ne deriva il nome. Ad essa sono legate molteplici leggende del rione. È presente in antichi reperti fotografici del 1889 – indicata come la “fontana della Maruzza”. Risparmiata dalle grandi demolizioni del Risanamento, ha versato per decenni in un completo stato di abbandono, ma, oggi, è stata restaurata assieme alla sua piccola scalinata  e la zona circostante è stata anche provvista di panchine. Qui ne è riportata una suggestiva immagine notturna, ma in quella mattina della visita guidata un gran bel sole la illuminava tutta e faceva risaltare la plasticità dei figuranti che la NarteA aveva organizzto per un’ulteriore animazione.

Nei pressi della fontana, infatti, sostava una giovane dama in costume quattrocentesco – all’anagrafe Serena De Santo - mentre un maturo signorotto con parrucca e pomo d’avorio – rimasto sconosciuto – le girava intorno a vari metri di distanza. Chi volevano essere costoro? E perché li trovavamo in quel luogo?

Ci veniva proposta la singolare storia d’amore che legò la diciottenne Lucrezia d’Alagno al cinquantatreenne Alfonso V d'Aragona, detto il “Magnanimo”, re di Napoli, Sicilia, Sardegna, Corsica, Valencia, Maiorca, Conte di Barcellona e delle altre contee catalane.

Lucrezia, figlia di Nicola e di Covella Toraldo,  nacque intorno al 1430, ma sono scarsissime le notizie sui suoi primi anni di vita. Suo padre, amalfitano, era stato gentiluomo di corte di re Ladislao e poi di sua sorella Giovanna II, legato del regno a Tunisi e poi capitano quando Giovanna affidò il trono ad Alfonso. Di nobile famiglia, fu primo feudatario del Casale di “Torre dell’Annunciata” (la futura Torre Annunziata), assegnatogli con apposita strada intestata a suo nome, da Giovanna II in “burgensatico” ossia esente dal “relevio” – il tributo che i feudatari dovevano al sovrano all'atto della sua prima investitura o al momento della successione feudale – perché già assoggettato alla tassa annuale di “bonatenenza”. Nicola era anche proprietario di un vasto "orto fruttato" in Torre del Greco più alcune case in località Largo della Corte confinante con il Vallone, l’attuale Via XX Settembre.

Si narra che l’incontro tra la fanciulla ed il sovrano avvenne a Napoli il 23 giugno 1448, vigilia della festa di San Giovanni Battista per la quale era usanza che le giovani donne nubili offrissero agli uomini di cui erano innammorate una pianticella d'orzo o di grano e raccogliessero in cambio  offerte per rendere più solenne e fastosa la processione e la festa. Il re, in compagnia di alcuni  cortigiani, passeggiava per il centro della città, per uno dei vicoletti del “Purgatorio ad Arco”.  Vedendolo passare, Lucrezia gli si mostrò davanti e gli offrì la pianta. Alfonso le diede una borsa colma di monete d'oro, che, recando la sua testa per immagine, erano dette “alfonsini”. Ma Lucrezia, schernendosi con un sorriso gentile, prese solo una sola moneta  sussurrando che a lei di “alfonsini” ne bastava uno. Il re volle sapere chi fosse la ragazza, e la accompagnò alla funzione nella chiesa di San Giovanni a Mare.

Da quel giorno nacque una relazione durata dieci anni fino alla morte del sovrano –  verificatasi in Castel dell'Ovo, il 27 giugno 1458 – che gli storici interpretarono con valutazioni diverse ed opposte.

Secondo alcuni il legame fu squisitamente romantico, caratterizzato da un’attra-zione soltanto intellettuale. Di Lucrezia nessuno osò sparlare: concordemente ritenuta «una vergine incontaminata», che pur amando il suo sovrano di "casto amore", sapeva tenerlo a bada, fu temuta da tutti, non escluso l'erede al trono Ferrante, duca di Calabria, e la consorte di questi Isabella di Chiaromonte. Persino l'imperatore Federico III, trovandosi a Napoli ospite del sovrano aragonese, sostò a Torre per ossequiare la sua favorita.

Secondo altri, invece, la forte influenza che Lucrezia esercitò sul re  e l’accondiscendenza che questi ebbe per le richieste di lei, farebbero intravvedere un pieno rapporto carnale. Tutto ciò ha contribuito nel corso dei secoli a stimolare racconti di scrittori ed indagini di storici, fra i quali si annovera un giovane Benedetto Croce, che dedicò un apposito capitolo alla favorita, nella sua raccolta di saggi Storie e leggende napoletane più volte ristampata.

Ed indubbiamente al crescere della sua fama aumentava anche prestigio personale, potenza politica, partecipava a tempo pieno alla vita politica e privata del re. Del resto Lucrezia accumulò tesori, ricchezze, incarichi di rango per sé e per la sua famiglia. Riuscì a sistemare molto bene i suoi fratelli. Ricevette in feudo da Alfonso il castello e l’isola d’Ischia, e fu la prima castellana della nuova città edificata dal re aragonese, dove insediò il cognato Giovanni Torella in qualità di governatore militare del Castello.  Due suoi fratelli ricevettero il titolo di conte e incarichi importanti a corte, un cugino Rinaldo Piscicelli fu nominato arcivescovo di Napoli, di fatto la carica più importante del regno dopo quella del re.

Alfonso non si divise mai più da Lucrezia, prima dimorando in una stanza che si fece costruire nell'orto, poi ritirandosi la notte nel castello - attuale palazzo municipale, da lui fatto restaurare e non costruire, come dice qualche storico - perché meglio custodito, infine trasferendosi con lei a Pozzuoli, a Caiazzo e a Napoli, e facendo effettuare in suo onore di lei fastose giostre e sontuosi conviti. Il re fu tanto munifico verso l'amata da donarle, in pochi anni, S. Marzano, Caiazzo, Somma Vesuviana, nonché il castello e l'isola d'Ischia ed estendendo ai familiari la concessione di uffici, privilegi, feudi, titoli nobiliari.

I due accarezzarono a lungo l’idea di coronare la loro relazione con regolari nozze. L’unico ostacolo al pieno coronamento di tale progetto era il precedente legame matrimoniale di Alfonso con sua cugina, la principessa Maria di Castiglia, sposata il 12 giugno del 1415, nella cattedrale di Valencia, che viveva in Spagna e dalla quale era separato da trent’anni. Lui per amore, lei per cupidigia e sfarzosità, sperarono a lungo di ottenere dal neoeletto papa Callisto III, zio di un cognato di Lucrezia, l'annullamento del matrimonio con la motivazione della sterilità della regina, comprovata dal fatto che don Ferrante, erede e successore di Alfonso nel regno di Napoli, era suo figlio naturale. L'accoglienza trionfale, quasi  regale con cui Lucrezia, nell'autunno del 1457, fu accolta dal popolo di Roma e festeggiata dalla corte pontificia nel ricevimento dal Papa, nonché le doti di saggezza e di eloquenza da lei sfoggiate non le valsero a nulla. Il Pontefice non accolse la richiesta. Allora Alfonso, amareggiato, lasciò Capua il 27 ottobre successivo, e s'incamminò verso Roma per incontrarla.

La successiva morte di Alfonso - avvenuta il 27 giugno 1458 – giunse fra intrighi, congiure,  ribellioni dei baroni, guerre, finì la tranquillità del regno.  A ricordo del monarca varie testimonianze artistiche; significativa quella scolpita dallo scultore napoletano Achille D’Orsi, che insegnava all’Accademia delle belle arti, ma – come affermano molti critici d’arte – non riuscì a rendere il Sovrano Aragonese, come il fiero condottiero, che entrò in Napoli da trionfatore.

Ferrante I - non riconosciuto re dal papa e addirittura scomunicato - malgrado il molto danaro da lei ricevuto, le si mostrò lui stesso  ostile assecondando gli invidiosi nemici di Lucrezia,  perché, ambendo alla sue ricchezze. Volgarmente diffamata, le fu revocata la contea di Caiazzo. Costretta a ritirarsi  nel suo castello di Somma-Ottaviano (secondo altri a Venosa), dopo un pericoloso assedio fu costretta a fuggire in Puglia sotto la protezione di Giovanni d'Angiò e del principe di Taranto, in guerra con Ferrante, poi in Dalmazia, a Ravenna, a Roma, ed infine a Napoli,  dove mori il 23 settembre 1479 ancora, giovane e bella, quasi povera e dimenticata.

Morì il 19 febbraio 1479, e il suo patrimonio fu diviso tra la famiglia e il monastero di San Domenico maggiore a Napoli. Fu sepolta nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva, a Roma, dove però non resta più né la tomba né la lapide. La memoria di Lucrezia rimase però nel sentimento popolare romano, che attribuì appunto il nome di Madama Lucrezia al busto anonimo di epoca romana, alto circa 3 metri, attualmente posto su un basamento all’angolo tra il Palazzo Venezia e la chiesa di S. Marco, in piazza Venezia, nei pressi del luogo in cui Lucrezia visse i suoi anni di permanenza a Roma.

 

Napoli, 8° giugno 2011

 

(4 – continua)