Da via Marotta a piazza Mercato (6)

Basilica del Carmine Maggiore

Quella domenica del “maggio dei monumenti 2008” arrivammo a fine mattinata nella storica piazza del Mercato  – l’antico “Foro Magno” – situata nel quartiere Pendino, a pochi passi dal quartiere appunto detto del Mercato. La passeggiata, organizzata dall’Associazione NarteA, era stata intensa di soste e riflessioni e la stanchezza cominciava a farsi sentire. Per analogia simbolica penso che anche nei lettori che mi stanno gentilmente seguendo in quel percorso – on line e da prima dell’estate – prevalga il desiderio di arrivare a destinazione. Non mi soffermerò pertanto più di tanto per qualche riflessione su questo luogo così ricco di opere architettoniche, scultoree e pittoriche intorno alle quali, per molti secoli, hanno ruotato avvenimenti di risonanza europea.

Oggi, lo spazio che qui vediamo contrassegnato come “piazza del Mercato” confina con l’atti-gua “piazza del Carmine” con la quale costituiva un tutt’uno fino al secondo dopoguerra. Negli anni ’50 – nel pieno fervore del “laurismo” – ne fu separato per l’edificazione di un orribile immenso scatolone in cemento armato, pessimo esempio di edilizia popolare lasciatoci dal costruttore Ottieri. L’uscente giunta comunale Iervolino ha più volte tentato, per la necessaria bonifica della zona, l’abbattimento del complesso – male abitato ed in avanzato stato di irreversibile degrado – previo ovvia sistemazione altrove delle famiglie, ma, per la ferma opposizione delle stesse e per l’estrema debolezza di quegli amministratori, l’attuazione del suo progetto, tanto per cambiare, è sfumata.

Noi considereremo entrambi gli spazi, già da soli molto ampi, come una sola unità, cioè come quella piazza del Mercato per così dire “storica”, rappresentante una delle maggiori realtà napoletane. Ma lo faremo in due ulteriori puntate - questa e la seguente – perché lo suggerisce la ricchezza dei monumenti da commentare sia pur fugacemente e la molteplicità di personaggi, eventi e periodi che ad essi si richiamano in un grandioso intreccio caratterizzante il passato di questa città, alla quale gli stessi conquistatori dettero implicitamente il ruolo di capitale del Sud.

Poniamo subito la nostra attenzione sulla Basilica Santuario del Carmine Maggiore che, forse per il calo di interesse commerciale della zona, ha finito con l’essere meno frequentata, almeno dai nostri concittadini. È una delle più grandi e belle chiese di Napoli – risalente  al XIII secolo, un esempio unico del Barocco napoletano. La sua origine risalirebbe, secondo la tradizione, alla venuta di alcuni monaci, sfuggiti ai saraceni in Palestina. Portarono un'immagine della Madonna da essi venerata sul Monte Carmelo, culla del loro ordine. La collocarono in un angolo – detto la grotticella – di una cappellina dedicata a San Nicola che sorgeva presso la marina, allora fuori città, e che fu loro concessa per potersi insediare per quel tempo “provvisorio” che qui diventa quasi sempre “definitivo”. Quell'icona – detta “Vergine Bruna” per il colore della pelle - parrebbe opera di scuola toscana del XIII secolo. L’immagine – su tavola rettangolare di un metro per 80 centimetri – rientra nel tipo risalente al modello figurativo bizantino che, accostando intimamente il volto della Madre al volto del Bambino, era detto della Panaghia  Glykophilousa (ossia della Madonna della dolcezza).

Il primo documento storico della presenza dei Carmelitani a Napoli si ha nel 1268, un atto che, come la Basilica stessa, è legato alla tragica storia di Corrado V di Svevia, detto Corradino, nato a Landshut, città extracircondariale tedesca del Land della Baviera, il 25 marzo 1252, e morto a  Napoli, giustiziato, il 29 ottobre 1268. Nel documento, infatti, i cronisti del tempo descrissero l’atroce supplizio inflitto nell’area antistante alla chiesa all’erede della casata degli Hohenstaufen, i cui tristissimi sedici anni di vita furono pesantemente condizionati dall’assurdo ed intricato alveo familiare lasciato da suo nonno. Alludiamo all’uomo che i trattati indicano – ad attestazione della vastità dei domini da lui posseduti – come Federico VII Hohenstaufen di Svevia, o come Federico I di Sicilia o, più diffusamente, come Federico II del Sacro Romano Impero, essendo stato contemporaneamente re di Sicilia, duca di Puglia, principe di Capua, re di Gerusalemme, imperatore dei Romani, re d'Italia e re di Germania. Conosciuto con gli appellativi di stupor mundi ("meraviglia o stupore del mondo") o puer Apuliae ("fanciullo di Puglia"), questa gigantesca figura di sovrano del duecento si rese celebre – oltre che per i successi militari e la sua cultura poliedrica - per l’elevato numero (13) di matrimoni o unioni contratti con nobildonne diverse e per l’altrettanto elevato numero (20) di figli con esse procreati.

Corradino, a soli due anni, era rimasto orfano per la morte di suo padre Corrado IV di Germania, figlio secondogenito che Federico II aveva avuto nel matrimonio con la contessina Jolanda di Brienne e che aveva designato alla successione. Cresciuto per la giovane età in affidamento in Baviera, fu illegittimamente sostituito sul trono italiano da suo zio Manfredi, fratellastro di Corrado IV, perché nato dall’unione di Federico II con la Bianca della famiglia dei Lancia, diventata sua ultima moglie in articulo mortis. Quando anche lo zio Manfredi morì (dopo la sconfitta subita da Carlo I d'Angiò nella Battaglia di Benevento nel 1266), i ghibellini italiani implorarono la discesa in Italia di Corradino, che, nel settembre del 1267, mosse finalmente alla riconquista del suo regno. Entrò in Italia senza opposizioni e fu accolto calorosamente, ma arrivato a Tagliacozzo trovò il nemico accampato che lo attendeva, con il quale avvenne uno scontro tanto cruento da determinare la disfatta completa della sua armata. Il giovane aspirante al trono riuscì a mettersi temporaneamente in salvo con l'amico Federico d'Austria. Fuggirono verso le paludi pontine, ma, una volta riconosciuti, furono catturati e consegnati agli uomini di Carlo d'Angiò. Dopo un sommario processo furono condannati alla pena capitale che fu eseguita mediante decapitazione nella piazza del Mercato, il 29 ottobre 1268. Le loro salme furono prima gettate in un fossato ricoperto da pietre, poi, per le insistenti sollecitazioni dell'Arcivescovo di Napoli, furono sepolte all'interno della Basilica.

Nel 1670, durante i lavori per l’abbassamento del pavimento della chiesa, furono trovate due casse di piombo: una portava l'iscrizione Regis Corradini Corpus, e conteneva all'interno, avvolto in un lenzuolo usurato dal tempo, lo scheletro recante il teschio sul petto e una spada al fianco. Nel 1847, Massimiliano II di Baviera si curò di far erigere il monumento a Corradino, disegnato dal danese Bertel Thorvaldsen e realizzato da un certo Schopf. Al suo interno furono collocate le ossa che fino ad allora avevano riposato nella grande cappella della Madonna.

La storia di quei resti ebbe un epilogo singolare nel settembre del 1943, quando  un gruppo di soldati tedeschi in ritirata tentò di portare via i resti mortali di Corradino intimando all’unico religioso rimasto in custodia del tempio – un certo padre Elia Alleva – di mostrare il luogo della sepoltura. Il religioso li portò presso la statua situata su piedistallo all’interno del quale erano effettivamente conservati i resti. Ma, giocando furbescamente con le frasi mozze di una lapide frantumata, tutt’ora esistente, riuscì ad ingannarli. Dopo vari spostamenti e demolizioni inutili, i soldati si rassegnarono ed andarono via. Oggi le ossa di Corradino riposano ancora nel piedistallo della statua.

Altro evento, risalente al secolo XV, che fece clamore nella storia della chiesa e che segnò tutta una serie di credenze e di riti successivi – e che, per la sua natura trascendente, raccontiamo assumendo per vero quanto tramandato dalla fede cattolica delle generazioni dell’epoca – è quello segnato come il miracolo del crocifisso. Nel corso della guerra fra  Angioini e  Aragonesi, il regnante Renato d'Angiò collocò le sue artiglierie sul campanile del Carmine, trasformandolo in vera fortezza. Alfonso V d'Aragona assediò quindi la città, ponendo l'accampamento sulle rive del fiume Sebeto, presso l'attuale Borgo Loreto. Il 17 ottobre 1439, l 'infante Pietro di Castiglia fece dar fuoco a una grossa bombarda, detta la Messinese, il cui proiettile – una grossissima palla di ferro ancora conservata nella cripta della chiesa – sfondò l'abside e schizzò in direzione del capo del crocifisso che, per evitare il colpo, reclinò la testa sulla spalla destra, senza subire alcuna frattura. Il giorno seguente, mentre l'infante Pietro ripeteva nuovamente l’ordine di azionare la Messinese, un colpo partito dal campanile, da un’altra bombarda, soprannominata la Pazza ed azionata dagli angioini, gli troncò il capo.

Re Alfonso tolse allora l'assedio, ma quando – ritornato all'assalto nel 1442 – entrò il 2 giugno trionfalmente in città, il suo primo intento fu di recarsi al Carmine per venerare il crocifisso e, per riparare l'atto insano compiuto del defunto fratello. Vi fece costruire un sontuoso tabernacolo che però fu ultimato dopo la sua morte del Re. Chiusovi dentro il simulacro che ormai godeva la fama di miracoloso, fu reso visibile per l’apertura del monumentino il 26 dicembre del 1459. Da allora, quel crocifisso viene messo in mostra il 26 dicembre di ogni anno e resta visibile al gran pellegrinaggio di fedeli per otto giorni, fino al 2 gennaio. La stessa cerimonia si ripete nel primo sabato di quaresima per ricordare un altro avvenimento ritenuto prodigioso, quello del 1676, quando Napoli fu risparmiata da una terribile tempesta, sedata secondo la leggenda popolare dall'intercessione del crocifisso svelato in via eccezionale per l'occasione nefasta.

Nel 1500 in occasione dell'Anno Santo la confraternita dei Cuoiai portò a Roma in processione sia il crocifisso – attualmente ancora sistemato nel transetto laterale – che la Madonna Bruna. Numerosi miracoli si sarebbero verificati nel corso del pellegrinaggio; l'immagine rimase per tre giorni nella Basilica di San Pietro in Vaticano, durante i quali, sparsasi la fama dei suoi prodigi in Roma, tutti i fedeli furono attirati per andarla a vedere, tanto che il papa Alessandro VI, temendo i fedeli fossero distolti nel loro fervore per la visita delle basiliche, ne ordinò il rientro a Napoli. Fu dopo tali episodi che l'icona della Madonna – prima del pellegrinaggio collocata nella già menzionata grotticella – fu spostata sull'altare maggiore del Carmine e successivamente posta in una edicola di marmo, arricchita da figure di profeti, opera attribuita ai fratelli Malvito, scultori che operarono a Napoli negli anni intercorrenti fra il 1498 ed il 1524.

Dopo tali eventi sorprendenti, Federico d'Aragona, reggente la città di Napoli, ordinò che per il 24 giugno – un mercoledì – tutti i malati del regno si portassero nella Basilica per implorare dal Cielo la guarigione. Altra vulgata riferisce che, nel giorno stabilito – alla presenza dei sovrani e della popolazione – durante la consacrazione, un raggio di vivissima luce si sarebbe posato contemporaneamente sull'Icona della Bruna e sugli infermi, che istantaneamente si sentirono guariti del tutto o almeno alleviati dalle sofferenze. Si scelse allora il mercoledì come giorno da dedicare tutto alla Madonna Bruna, e ancora oggi – dopo ben cinquecento anni – numerosi fedeli accorrono in pellegrinaggio da più parti per portarsi ai piedi di Colei che viene detta ‘a Mamma d'o Carmene,  deporre fiori, pregare e ringraziare per le eventuali grazie ricevute.

Napoli, 7 settembre 2011

 

(6 - continua) 

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