Da via Marotta a piazza Mercato (1)

Bartolomeo Capasso

Siamo alla scadenza della prima decade del mese, quindi press’a poco ad un terzo dello svolgimento delle iniziative previste per il Maggio 2011, iniziative che – è bene precisare a chiarimento di quanto scritto nella settimana scorsa – se anche prevedono passeggiate tematiche, visite guidate, concerti, in mancanza di fondi del Comune sono totalmente affidate ad organizzazioni private quindi pagate dai cittadini. Nel segno di quelle che – malgrado la gratuità – hanno lasciato un significativo ricordo per la loro originalità, torno a tre anni fa, domenica 24 maggio 2008, per percorrere idealmente insieme ai lettori una passeggiata che essi potranno fare poi, per proprio conto, accorgendosi di quante chicche possono essere riempiti i vuoti della memoria o del sapere. Si tratta di un percorso denso di monumenti di epoche diverse, ma soprattutto di personaggi, vicende e cimeli sconosciuti alla gran parte dei nostri concittadini, un percorso che – man mano che ci si sposta più avanti – va a ritroso nel tempo e che, per maggiore linearità, sarà qui frazionato in più puntate.

Quel giorno, intorno alle 10, eravamo poco più di una cinquantina di persone all’appuntamento nei pressi della ben nota scalinata di accesso all’edificio centrale dell’Università Federico II, al Corso Umberto I. Ci aveva atteso ed intrattenuto un'altra graziosa illustratrice - Federica Arfé, di 26 anni, laureata in storia – in attesa di accompagnarci in una “Passeggiata tra arte e cultura”, proposta della già esistente Associazione NarteA. Dopo una sua breve rievocazione  dello sviluppo storico della Napoli antica e delle origini del corso Umberto I, alias “Rettifilo”, ci incamminammo attraversando la carreggiata fino al marciapiede opposto, ripiegando a sinistra verso piazza Nicola Amore, svoltando immediatamente a destra per percorrere via Luigi Palmieri ed imboccando finalmente via Giuseppe Marotta, una breve arteria rettilinea di caseggiati ottocenteschi di mole abbastanza vistosa.

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Giunti all’ultimo di destra, ci fermammo di fronte ad una lastra di marmo del 1903, sistemata all'altezza del primo piano, la quale ricorda che nella casa corrispondente nacque -  il 22 febbraio 1815 – un certo Bartolomeo Capasso, definendolo un "inclito storico ed onorando cittadino". Chi è stato mai costui? Siamo sicuri che tale domanda resterebbe senza risposta, eppure stiamo incontrando una di quelle figure di tranquilli cittadini che – operando nel loro lavoro con determinazione, sistematicità e passione pur rimanendo nell’ombra di una scalata sociale sconosciuta ai più – forniscono un notevole apporto alla società civile di appartenenza.

Il nostro personaggio è stato un ragazzo che – rimasto, nel 1824, orfano di padre in tenera età e privo della guida di un maestro –  orientò la sua formazione nell'approfondimento dell'erudizione classica ricevuta iscrivendosi al Seminario di Napoli – dove cominciò i suoi studi, per poi trasferirsi, a distanza di due anni, nel seminario di Sorrento – e più ancora inserendosi nella tradizione culturale napoletana, in particolare la storiografica riguardante il periodo medievale del Regno, fino a diventare uno storico, un archivista ed un archeologo italiano di prim’ortine.

Nel 1844, anno in cui sposò Agata Panzetta, a contatto con il gruppo che faceva capo a Carlo Troya, partecipò alla nascita della Società Storica alla quale collaborò fino al 1848, con vaste e molteplici ricerche e conseguenti pubblicazioni - prevalentemente sulle età normanna e sveva - ma restando sempre nell'ambito di una cultura napoletana non all'altezza dei ben più elevati livelli raggiunti dalla scuola filologica tedesca d'inizio secolo, quella impersonata dal Pertza, alla quale soltanto sul tardi fece attenzione.

Dopo aver dato alle stampe i suoi primi lavori di erudizione (vedi "Scritti principali"), nel 1856 si fece socio della prestigiosa Accademia Pontaniana, di cui divenne presidente. L'anno successivo entrò anche nella Accademia Ercolanese, sulle cui ceneri sorse la Società Reale di Archeologia, letteratura e belle arti, della quale fu lungamente ancora presidente.

Nel lavoro di raccolta e di edizione di informazioni e documenti di fonti inedite napoletane ne difese strenuamente l'autenticità.

Nel 1876 fu – assieme a studiosi quali Camillo Minieri Riccio e Giuseppe de Blasiis – tra i fondatori dell'Archivio Storico per le provincie napoletane, organo della Società Napoletana di Storia Patria, che, sempre sotto la sua presidenza durata fino alla morte, costituì per decenni il sicuro punto di riferimento in Europa per ogni problema storiografico relativo al Mezzogiorno.

Coinvolto nel lavoro di classificazione nell'Archivio municipale di Napoli, dal 13 luglio 1882 gli fu affidata la sopraintendenza dell'Archivio di Stato di Napoli, incarico che gli procurò il gravoso compito di catalogare l'immenso materiale documentario, con il riordino dei documenti della cancelleria angioma, la pubblicazione di un importante inventario cronologico–sistematico dei Registri Angiomi, l'ordinamento dell'archivio farnesiano,  l'assegnazione della collocazione del materiale più recente che distinse in una serie di archivi e di sezioni speciali. A lui si deve un magistrale riordinamento della Cancelleria angioina, prezioso per i lavori di ricostruzione che nel 1950.

La sua opera maggiore – Monurnenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinentia, in due volumi – lo rese celebre in Europa. Tra le varie onorificenze concessegli vanno ricordate le nomine di Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia nel 1877 e Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro nel 1899, anno in cui fu insignito della medaglia d'oro per benemerenze patrie dal Comune di Napoli. Nel 1886 ricevette la laurea honoris causa dall'Università di Heidelberg.

Morì a Napoli il 3 marzo I900.  

A conclusione di queste note – obiettivamente ristrette e soffocate dalla monotonia dei temi, dei meriti e degli onori di siffatto illustre concittadino – non posso trascurare una simpaticissima pennellata di colore con cui la NarteA volle vivacizzare tutta la passeggiata. La solerte Federica non aveva ancora finito di tracciare in grandi linee la vita e le opere del destinatario di quella lapide quando – da una traversa alle nostre spalle, pantaloni e gilè scuri, camicia a maniche lunghe, cappello di feltro, appoggiandosi ad un bastoncino sul quale scaricava il suo passo di claudicante per la rigidità della gamba destra – apparve nientemeno che il Bartolomeo Capasso in carne ed ossa, un simpatico "vecchio" dai baffi bianchi come il colore del feltro e della camicia. Era la prima delle varie animazioni in programma, interpretata da Flavio Furno, che ci accompagnò piacevolmente in tutto il percorso nella sua vera identità di ventu-nenne prestante studente in Scienze delle Comunicazione per poi rimettersi di tanto in tanto nei panni del Capasso ed esibirsi in divertenti battute come "Eppure in questa strada ci sono già stato, perché, se non lo sapete, qui ho abitato, ho vissuto e, per giunta, sono già morto".  

 

Napoli, 11 maggio 2011

 

(1 – continua)