Da via Marotta a piazza Mercato (2)

Borgo degli Orefici

Riprendendo con i lettori il percorso idealmente intrapreso una puntata fa, ricalcando un’effet-tiva passeggiata domenicale del maggio 2008, e percorrendo vico Casciari alla Loggia non si può tralasciare una brevissima sosta in piazzetta Principessa Margherita. Pochi minuti per rivivere l’orrore che provai quel giorno alla vista di una soluzione – tipica di quel provvisorio che a Napoli assume spesso l’aria di definitivo – della ristrutturazione urbanistica della zona. Infatti, anziché preferire – previo sistemazione dignitosa degli abitanti – la demolizione completa dei pochi edifici sopravvissuti alle gravi distruzioni dell’ultimo conflitto mondiale, povere e degradate abitazioni prive di qualsiasi valore storico, artistico ed ambientale, si è consentito la coesistenza intima di alcuni di quei palazzetti con i massicci grattacieli sedi universitarie delle facoltà di Giurisprudenza e di Lettere e Filosofia della Federico II. Indimenticabile mi resta lo spettacolo angosciante di quella mattina: uno spigolo mastodontico di cemento armato profilantesi – minaccioso come la prua di una turbonave – fino a  qualche metro di distanza da una coppia di innocui vecchietti affacciati al balconcino di un fatiscente primo piano.

Quattro passi più avanti, sulla sinistra, ecco la piazzetta degli Orefici che allora mi parve, per la ricorrenza domenicale, del tutto priva dell’animosità caratteristica delle giornate feriali, ma particolarmente adatta  – con pochi passanti e botteghe artigiane chiuse – per soffermarsi ad osservare le strutture circostanti ed a meditare su alcuni degli avvenimenti storici e dei flussi demografici che ne determinarono l’attuale configurazione urbanistica. 

La nostra accompagnatrice Federica fece del suo meglio per riassumere in poche parole gli aspetti salienti di secoli di storia cittadina. Qui abbiamo maggiore spazio e tempo per sottolineare, della vasta letteratura esistente, quelle curiosità che maggiormente possono indurre il lettore non esperto e che magari non è mai passato in quei luoghi a prestarvi attenzione, magari visitandoli ed andando a frugare qua e la alla ricerca dei tanti segreti in essi si racchiusi.

Siamo nel cuore del Quartiere Pendino, il cui nome – dal latino "pendere" – stava ad indicare i “pendini”, ossia le strade in discesa che conducevano dalla collina al mare. Circa settecento anni fa vi si stabilirono gli  orefici napoletani per insediarvi le loro botteghe artigiane e formare quel Borgo degli Orefici o semplicemente Borgo Orefici – in vernacolo napoletano indicato come “abbasci’ a’ reficia – che, accrescendosi, interessò anche il Quartiere Mercato. È un’area complessiva che in tutta la sua lunghezza si sviluppa fino a piazza Mercato, mentre in larghezza era inizialmente compresa tra il mare della via Marina ed la zona interna delimitata dal percorso meridionale delle antiche mura grecoromane, poi notevolmente ridottasi per l’apertura del corso Umberto, il cosiddetto “rettifilo”, che divenne il suo attuale confine di retroterra. Nel corso dei secoli il quartiere non fu oggetto di alcuna programmazione, perciò le sue trasformazioni furono affidate ad estemporanee iniziative indipendenti l’una dall’altra che hanno finito con il conferire a tutto il complesso il caratteristico disordine urbanistico che ancora lo contraddistingue. Tutt’intorno a noi si stende infatti un intrigo confuso e disordinato di stradine e vicoletti contorti fra loro intrecciati, una rete urbana antichissima, risalente all’epopea angioina, fitta di piccole arterie disposte secondo uno schema a dedalo che ha per fulcro centrale la piazzetta Orefici, rendendola uno dei punti più suggestivi della città, centrale della zona.  

 

Nel quartiere rappresenta uno dei due spazi di una certa ampiezza favorevoli all’installazione di botteghe ed allo svolgimento del commercio che nella zona risalgono al Medio Evo. L’altro spazio è costituito da piazza Carlo Troya, nella quale è ubicata l'antica "Fontana del Pesce". Proprio secondo le usanze medioevali i mercanti e gli artigiani di varie arti, già numerosi nella zona nel secolo XIV, si distribuirono sul territorio accorpandosi fra loro secondo il tipo di attività esercitata  ed il luogo scelto per l’insediamento. Si crearono così una strada dei cuoiai, una dei tessitori, una dei carrozzieri e via via tante altre. I vari gruppi, quando ottennero il riconoscimento ufficiale da Giovanna I° d’Angiò – Regina di Napoli e Regina titolare di Gerusalemme e Sicilia , Principessa d’Acaia, contessa di Provenza e Forcalquier – divennero vere e proprie Corporazioni molto potenti ed influenti.

Dopo decenni di scorribande, lotte fratricide, malgoverni angioini in continua combutta con gli aragonesi, piraterie spagnole, vandalismi saraceni il riconoscimento della Regina per la classe operaia estremamente povera del Borgo fece da viatico alla formazione di arti e mestieri che si indirizzassero al metallo nobile per eccellenza, l’oro. Come si deduce facilmente dalla denominazione di borgo e piazza legate al sostantivo “Orefici”, ci si indirizzò alla lavorazione ed alla produzione di manufatti in oro, in argento e di gioielli.  A determinarla furono i primi maestri orafi, francesi giunti a Napoli al seguito degli angioini, forti di un’esperienza pregressa nel settore e dall’appartenenza alle classi governanti dei loro territori. L’oro divenne quindi il materiale di lavoro essenziale da affidare alle maestranze d’oltralpe, ben presto affiancate da artigiani locali, che seppero prima apprendere, per poi eguagliare e superare i loro maestri. Sfruttando le proprie doti di caparbietà, inventiva e fantasia, approfittando di un temporaneo cattivo andamento degli affari, maturando la grande opportunità offerta dalla costruzione del tesoro di San Gennaro, mentre si avvicendavano re e regine sul trono, la manovalanza locale soppiantò completamente i francesi, riuscendo a creare una tradizione ed una scuola napoletana, che si affermarono in tutta Europa fino alla caduta del Regno di Napoli.

E quando la Corporazione degli Orafi napoletani – una delle prime a costituirsi a Napoli – fu pubblicamente ufficializzata, diventando la "Nobile Arte degli orefici", si ebbe una trasformazione completa dei contenuti tecnici di lavorazione. La specializzazione gotica della produzione manifatturiera precedente fu messa addirittura al bando per dar vita –  ancor’oggi unica la mondo – una visione barocca della piegatura del metallo prezioso, per l’occasione arricchito di pietre dure e grezze, prime tra tutte i rubini e i lapislazzuli, elementi di gran pregio per patene e calici, monili ed anelli e perfino per pastorali e mitre religiose.

Altra affermazione fu quella che, nel 1750, salutò l'innovazione dell'argento lavorato sviluppatosi sotto l'influsso del costume spagnolesco e l’orientamento della nuova classe borghese verso tale metallo, per la qualità intrinseca e per la sua adattabilità ad ogni moda e, nell’emer-genza, per la sua rapida conversione in danaro contante.

Altre grandi conquiste accompagnarono nel tempo tale tradizione artistico–artigianale.

Fu innanzi tutto introdotto il diritto degli orafi alla proprietà dei lavori compiuti, non più limitati a modellare prodotti spediti dall’estero, ma manufatti completamente realizzati a Napoli ed ivi restanti in bella mostra per dar pregio ad abiti di dignitari del clero, a cappelle patrizie, a lontane e facoltose confraternite.

Si fecero strada anche i concetti di previdenza ed assistenza quando, nel 1559, un congresso di maestri decise di erigere il “Monte di Gesù”, istituzione che inizialmente fu intesa come un tipo di beneficenza a discrezione per gli artigiani poveri e bisognosi nonché  per le figlie vergini  orfane di padre da affidare alla Conservatoria delle Vergini di S. Eligio, o in altro conservatorio da erigere in un prossimo futuro, ma che nel XVI secolo divenne una vera organizzazione assistenziale.

Successivamente, verso la fine del XVII secolo – per decisione del Marchese del Carpio, viceré di Napoli – fu stabilito l'obbligo di esercizio dell'arte di argentieri ed orefici unicamente nella zona ancora oggi chiamata "degli Orefici", realizzando un monopolio corporativo, poi evolutosi in consorzio a cui hanno aderito quasi tutti gli operatori cittadini.

Il settore – che alcuni storici ritengono abbia ricevuto un proprio statuto da Carlo II d'Angiò – si avvalse delle importanti riforme di re Carlo di Borbone per farlo riprendere dopo un netto declino, ripresa che fu nuovamente interrotta dal terremoto che colpì nel 1783 la Calabria Ultra, inducendo Ferdinando IV a confiscare tutti gli argenti dei religiosi.

Nel marzo del 2000 è nato il Consorzio Antico Borgo Orefici, attuando un progetto di artigiani e commercianti operanti nella vecchia zona "Antico Borgo Orefici" con il lodevole intento di riunire in un unico e compatto organismo le oltre 350 aziende ivi operanti, per un totale di 2.000 addetti diretti, allo scopo di valorizzare l'antica zona orafa di Napoli, con una riqualificazione urbanistica ed il rilancio commerciale dell'area. Il Borgo Orefici dovrebbe diventare la porta d'ingresso al Centro Antico di Napoli mediante appositi circuiti turistico culturali tematici ed opportune iniziative coordinate di promozione dei prodotti dell'artigianato artistico. Ad oggi il Consorzio comprende circa novanta aziende della migliore tradizione orafa napoletana.

Quella mattina, mentre sostavamo nella piazzetta immaginando i raduni degli antichi orafi davanti alle loro botteghe, fummo allietati da due delle animazioni organizzate dall’associazione NarteA:

·                     un orafo in costume - interpretato da Enzo Cerbone, un trentaquattrenne laureato in economia ed impegnato in una società di software - che se ne era stato assorto in un angolo della piazzetta, mirando il crocifisso e mormorando qualcosa come se pregasse;

·                     la "saponara", ovvero una popolana anch’essa in costume – interpretata da Angela Matarozzi, una ventenne ballerina, coreografa ed animatrice turistica – che, lamentando la sua povertà, girava per vendere piccole cianfrusaglie raccolte  in un cestino.

Nel mezzo della piazzetta sedeva un tempo "l'udienza", una specie di consiglio dove i quattro Consoli della Corporazione degli Orefici sorvegliavano il lavoro, purtroppo andata distrutta. Il simbolo della piazzetta resta il Cristo crocifisso dipinto in maniera tale che il visitatore possa trovarsi di fronte alla sacra effige e vederla identica da entrambe i lati di osservazione.

Un particolare estremamente emblematico degli aspetti tragicomici della vita napoletana di qualunque epoca costituisce quel pizzico di pepe a conclusione della sosta. Due piastre di marmo sono fissate alla base del monumento: la prima motiva l’intenzione dei committenti per la costruzione del crocifisso con la dedica "A divozione di Francesco di Ruberto – Anno 1839"; la seconda ne ricorda il restauro, precisando però gli effettivi finanziatori con la dedica "Restaurato dagli eredi di Ruberto meno Luisa e Carmela - Anno 1877".

 

Napoli, 25 maggio 2011

 

(2 – continua)