Vomero e Arenella: Natale di morte

 

di Elio Barletta

In quell’accelerazione dello scorrere del tempo fondata sulla sensazione del tutto personale che si prova col passare, ahimé, degli anni, questo dicembre 2013 volge già al compimento della sua seconda decade. Aria di Natale, dunque? Nient’affatto!

Le strade del centro storico e dei nuclei dei vari quartieri circostanti mostrano luminarie ed addobbi ispirati alla massima sobrietà. «Epoca di miseria!» sentenziano in molti, rimpiangendo immagini intraviste via internet delle più note città del mondo legate a tali manifestazioni o colte con i propri occhi passeggiando di sera per Salerno.

Ma se il ridimensionamento esteriore della festa può facilmente essere accettato ipotizzando che si sia ottenuta finalmente la riduzione o addirittura l’interruzione dell’ingerenza della camorra e che, pertanto, si sia voluto comprensibilmente ridurre la spesa pubblica comunale o si sia voluto ricorrere al contributo dei singoli cittadini, meno tranquilla appare la situazione del commercio. I negozi sono ricchi di merce, vistosa, colorata, abilmente disposta, spesso accompagnata dalle etichette dei prezzi come si fa nella stagione dei saldi. Qualche esercizio l’ha già anticipata sotto forma di “promozione”, malgrado che l’inverno sia ancora all’inizio. All’offerta, ampia e doviziosa, non corrisponde però un’adeguata risposta della gente.

Tanti di quei negozi, specialmente i megastore, non si manifestano eccessivamente affollati; se lo sono, hanno più visitatori alla ricerca di particolari articoli che effettivi acquirenti. E il vero significato di tale “particolarità” è in gran parte insito nel massimo contenimento del rapporto  prezzo/qualità: ottenere un prodotto al minimo prezzo sacrificando anche la qualità. Se ci si fa caso, i commessi dei reparti più prestigiosi sono mediamente meno indaffarati rispetto ai colleghi preposti alle svendite occasionali.

Farebbero eccezione gli esercenti dei generi alimentari, specie quelli dei mercatini rionali, dove però gli autentici trofei di leccornie non sono più oggetto degli assalti famelici delle folle del passato. Per mangiare si compra sempre perché ci si deve pure nutrire, ma in misura minore del solito e con molta perplessità che non riguarda soltanto il costo. Le notizie sempre più dettagliate sui ritrovamenti pressoché quotidiani di discariche abusive contenenti sostanze inquinanti stanno provocando, infatti, allarmismi giustificati, anche se generalizzati e non documentati, che molto nuoceranno alla salvaguardia dei prodotti campani genuini e incontaminati.

Il riferimento ai negozi non può chiudersi senza sottolineare che al calo dei consumi si sta conseguenzialmente aggiungendo una sempre più frequente cessazione di attività commerciali, talvolta drammatica perché contrassegnata addirittura dal suicidio di qualche titolare. Il numero delle saracinesche che restano chiuse a inizio giornata va visibilmente crescendo: esercizi riguardanti la floricultura, le pescherie, le gelaterie, l’abbigliamento e l’arredo, persino qualche edicola di giornali, stanno uscendo definitivamente dal mercato.

È questa la grave situazione che sta travolgendo il Vomero, il quartiere che, richiami e ricordi affettivi a parte, fino a pochi anni fa costituiva l’insediamento urbano economicamente più solido della città. Marginalmente, ne è coinvolta anche l’Arenella. Così, dopo la scomparsa principalmente generazionale di ditte storiche quali i Lupoli, i Coppola, gli Aruta, i Fattorusso, i Lama, i Di Gennaro, i Novelli, i Sangiuliano, i Daniele, gli Imperatore, i Mandara, i Caputo (e chi ne ha più ne metta) e di magazzini quali Upim e Standa, abbiamo assistito in questi ultimi tempi alla chiusura per difficoltà economiche di attività apparentemente floride: un esempio su tutti è costituito dalla rosticceria Lucullo. Tali difficoltà, superficialmente addebitate alla crisi, sono quasi esclusivamente determinate dal folle rialzo dei fitti (già onerosi in arterie come via Luca Giordano, via Scarlatti, piazza Vanvitelli, via Bernini) che i proprietari dei negozi hanno imposto ai relativi esercenti locatari.

In tal senso fanno testo le due uniche grandi librerie esistenti, ossia i due centri di diffusione e dibattito della cultura non solo letteraria, ma anche scientifica e divulgativa, gli unici che il Vomero potesse vantare. Infatti, dopo la triste chiusura di Guida in via Merliani, che ha comportato per la gestione una rovinosa svendita al 20% delle pubblicazioni da dover smaltire in fretta, appare sulla stampa odierna il profilarsi di una seconda, altrettanto grave uscita di scena, quella di Loffredo, in via Kerbacher.   

 

La collina che dalla fine dell’800 fu abitata e vissuta da artisti, studiosi ed esponenti di ogni campo del sapere viene privata degli unici due luoghi dove, internet a parte, ci si poteva incontrare per discutere, apprendere, esporre, riflettere. Proliferano invece una miriade di minilocali di discutibile eleganza dediti esclusivamente alla gozzoviglia ed al perditempo.

Un giornale come il nostro non può tacere una simile situazione che porta dritto alla morte di un’intero quartiere, anzi di due.

 

18 dicembre 2013

 

  Condividi su Facebook