VIVERE NAPOLI

La via dei musei, ma non solo (6) 

Con gli amici lettori che mi stanno seguendo in questo percorso verso Foria arrivo ad una piazzetta rettangolare ricavata, a fine Ottocento, arretrando il bordo della strada antistante al monumento che ci sovrasta e che offre alla stessa frammenti di storia, personaggi da leggenda, occasioni di culto, retaggi di tradizioni, momenti mistici, vicende profane: il Duomo.

Alla ricerca documentata delle sue autentiche origini ho appreso che esiste la Cronaca di Partenope – titolo convenzionale per un'anonima opera storiografica volgare del Trecento, la prima in vernacolo che racconta Napoli dall'antichità fino al 1343 – nella quale si riferisce che, nel I secolo d.C., nell'area oggi occupata dal tempio che ci sta di fronte, sorse l'oratorio di Santa Maria del Principio. Fu in esso che Aspreno – 1° vescovo ed uno dei 52 santi patroni della città, vissuto sotto gli imperatori Traiano e Adriano – decise di insediare l'episcopato, al quale si aggiunsero (dal IV secolo in poi) la basilica di Santa Restituta, il battistero di San Giovanni in Fonte e diverse cappelle come quelle di San Lorenzo, Sant'Andrea e Santo Stefano.

Nel XIII secolo – per volontà del re angioino Carlo II e d'intesa con l'arcivescovo Giacomo da Viterbo – iniziarono progettazione e costruzione della nuova chiesa, entrambe affidate prima ad architetti di estrazione francese e dopo a maestranze locali o italiane facenti capo agli architetti e scultori Masuccio I, Giovanni e Nicola Pisano.  L’edificio sacro da realizzare comportò l’inglobamento in esso delle precedenti due strutture paleocristiane, ma anche la demolizione di altre come la basilica Stefania, voluta dall'arcivescovo Stefano I (fine V–inizio VI secolo d.C.). ), il cui quadriportico è emerso fra le rovine – durante recenti lavori – all’interno del palazzo Arcivescovile, eretto agli inizi del XV secolo verso il largo Donnaregina.

Il Duomo fu completato sotto il regno di Roberto d'Angiò (1313) e solennemente dedicato all’Assunta (1314) dall’allora arcivescovo Umberto d’Ormonte. La storia che ne seguì divenne presto travagliata e movimentata.  Un terremoto (1349) fece crollare il campanile e la facciata, ricostruita (inizio XV secolo) in stile gotico; altro terremoto (metà secolo) fece crollare alcune parti della navata centrale, prontamente risistemate. Due successivi progetti portarono all’edificazione di due notevoli strutture: la cappella del Succorpo, detta anche confessione di San Gennaro o cappella Carafa (1497–1506) magistrali le decorazioni dello scultore comasco Tommaso Malvito – voluta da Oliviero Carafa, il cardinale  che riportò in città le reliquie del Santo, nascoste nel santuario di Montevergine dall'831; la Reale Cappella del  Tesoro di San Gennaro, realizzata  da Francesco Grimaldi proprio di fronte alla basilica di Santa Restituta – per onorare il voto fatto dai napoletani durante il flagello della peste (1526). Il tetto a capriate venne coperto da un cassettonato in legno (1621), mentre un’ulteriore ristrutturazione (1688–1708) riparò tutte quelle parti danneggiate dai sismi precedenti.  

Altre decorazioni in stucco e marmo di stile barocco (1688) confermarono la tendenza – dal Quattrocento all’Ottocento – di abbellire con ornamenti i restauri effettuati. Ristrutturazioni varie riguardarono inoltre i transetti, l’abside e la navata centrale (1788), con stili richiamanti molto il gotico. I restauri per i danni degli ormai noti bombardamenti alleati nella 2a Guerra Mondiale (1969–1972) portarono alla luce antichi resti romani, greci e dell’alto medioevo, nonché il cassettonato ligneo del Cinquecento.

Ricostruito più volte dopo i numerosi terremoti, il tempio ha subito la sovrapposizione di più stili, come si rileva nella parte che ha subìto maggiori cambiamenti e che in origine era in stile gotico trecentesco.

Seriamente danneggiata dal sismo (1349), si salvarono i leoni stilofori del portale maggiore e la scultura marmorea della Madonna con Bambino del senese Tino da Camaino.

Il rifacimento della parte inferiore fu completato durante il regno di Ladislao di Durazzo, per volere del Cardinale Enrico Minutolo e di Papa Bonifacio IX, suo cugino; lo testimoniano le armi della loro famiglia scolpite nel marmo. Vi lavorò Antonio Baboccio, un abate, pittore, scultore e orafo italiano originario di Priverno, noto anche come Antonio Baboto, che arricchì il portale maggiore di varie stimate statue. La parte superiore, invece, rimase incompleta per la morte dei committenti e dello stesso Baboccio, ulteriormente danneggiata da altro terremoto (1456) e lasciata priva di decorazioni per moltissimo tempo. Il cardinale Giuseppe Capece Zurlo commissionò invano all’architetto Tommaso Senese (1788) un primo intervento, limitato alla costruzione dei cornicioni. Venne poi bandito un concorso per la facciata (1876), vinto con un nuovo prospetto in stile neogotico da Enrico Alvino – l’architetto e urbanista milanese, tanto attivo a Napoli a metà del XIX secolo – al quale furono affidati i lavori dal cardinale Sisto Riario Sforza. Il proseguimento dell’opera ebbe la benedizione della prima pietra (7 luglio 1877), ricordata in un’epigrafe danneggiata dall’ennesimo bombardamento alleato (4 agosto 1943).  Il progetto prevedeva la costruzione di cuspidi edicole – elementi architettonici piatti di forma triangolare con funzione decorativa e cornici di protezione – ma, a causa dell’improvvisa morte di Alvino, avvenuta a Roma (7 giugno 1876), non fu completato il retro della facciata nella sua parte più alta. Lo completò con lievi modifiche un altro architetto, Giuseppe Pisanti – nativo di Ruoti, il paesino del potentino situato su di un'altura dominante il corso della fiumara di Avigliano – appena in tempo per la celebrazione del XV centenario del martirio di San Gennaro, benedetta da Giuseppe Prisco, l’ennesimo Cardinale (18 giugno 1905).

La facciata odierna – 46,5 m di altezza per 50 m di larghezza – presenta una struttura a salienti, termine architettonico usato quando la copertura – solitamente di una chiesa – presenta spioventi in successione a differenti altezze: è dotata di tre portali gotici, uno principale e due laterali, e tre cuspidi ornate da sculture in marmo, ognuna in corrispondenza di una delle tre navate; nella centrale, un rosone cieco ospita la statua del Cristo Benedicente. Si aprono inoltre cinque finestre, anch'esse in stile gotico: due bifore nei due basamenti dei campanili, due trifore, una per ognuna delle due navate laterali, e la quadrifora nella navata centrale.

Nel progetto di Alvino era previsto l'inserimento di opere risalenti ai lavori di rifacimento di inizio Quattrocento: il portale centrale, sostenuto dai leoni stilofori consumati risalenti a Tino di Camaino; i due portali laterali, in stile gotico internazionale, pressoché originali, eseguiti su committenza del cardinale Enrico Minutolo ed appartenuti al Baboccio assieme alle sculture dei Santi Pietro e Gennaro e del Cardinale Minutolo adorante, ai lati della Madonna col Bambino, tutte di Camaino. 

Il decoro della facciata aveva il compito di assemblare alle preesistenti strutture gotiche dei portali, risalenti ad una prima fase ricostruttiva (1407), altre opere in marmo per le quali furono chiamati importanti scultori del panorama artistico di fine XIX secolo: Salvatore Cepparulo, Domenico Jollo, Alberto Ferrer, Giuseppe Lettieri, Raffaele Belliazzi, Salvatore Irdi, Michele Busciolano, Stanislao Lista, Tommaso Solari, Francesco Jerace e Domenico Pellegrino.

Il portale di sinistra presenta sulla cuspide San Giovanni IV lo Scriba. La foto qui riportata, ripresa da Internet e scattata dal sig. Orlando Catalano, è accompagnata dalla nota di un visitatore giustamente indignato che ha modificato il nome della scultura in: San Giovanni IV lo Scriba, un pallone ed un ombrello. Tali infatti sono i due oggetti andati a finire ai piedi della statua: un pallone, a seguito delle tante partite di calcio improvvisate anche nei luoghi d’arte,  ed un ombrello del quale riesce difficile spiegare come sia finito con il collocarsi a quell’altezza in uno spazio tanto ristretto. Uno dei tanti piccoli misteri di Napoli che questo nostro viaggio non poteva ignorare e che – malgrado tutto – fanno colore. Nelle edicole vi sono sculture di Domenico Jollo che raffigurano i vescovi San Pomponio e San Nostriano. Nella lunetta, invece, si trova una statua, probabilmente scolpita da Antonio Baboccio, dedicata alla figura di Sant’Atanasio. Nel torrione di sinistra, sulla bifora si trovano angeli di Salvatore Irdi ai lati della cuspide, mentre nel tondo vi è un busto di Michele Busciolani raffigurante Santa Restituta. Sul fianco, Tommaso Solari eseguì il bassorilievo dell’imperatore Costantino I propugnatore di Santa Restituta, la prima cattedrale di Napoli. Nel torrione di destra, invece, troviamo angeli con i simboli di San Gennaro scolpiti da Stanislao Lista, mentre nel tondo si trova il busto di San Gennaro di Antonio Busciolano. Sul fianco, un altro bassorilievo di Tommaso Solari raffigura il vescovo Stefano I, fondatore della seconda cattedrale di Napoli. Dei tre portali, quello di destra viene aperto per tradizione solo in occasioni particolari, nelle festività per San Gennaro o per un matrimonio di un membro della famiglia Capece Minutolo. Anche la facciata fu danneggiata dai bombardamenti della 2a guerra mondiale; ebbe perciò due restauri (1951) e (1999). In tale occasione l'architetto Atanasio Pizzi ha realizzato il rilievo della facciata principale, del cassettonato ligneo della navata centrale e del transetto in scala 1/1.

Quest’altra tappa è terminata. Pur sostando in piedi solo simbolicamente, per ammirare l’a-spetto frontale esterno della cattedrale, siamo alquanto stanchi. Riservandomi la prossima volta di entrare con Voi all’interno, saluto il simpaticissimo leone sulle scale, senza trascurare la copertina di questo libro del 1881 scoperto per combinazione, perché anch’essa fa colore, molto, molto, molto colore.

Napoli, 21 giugno 2016  

 

 

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