VIVERE NAPOLI

La via dei musei, ma non solo (5)

Ritornati in via Duomo per riprendere il cammino verso Foria, costeggiando quattro fabbricati sulla destra arriviamo all’edificio contrassegnato dal n° 207. Le due stradine che lo fiancheggiano ed il Complesso Archeologico alle sue spalle prendono tutti il nome di Carminiello ai Mannesi. Ma i Mannesi chi erano, chi rappresentavano, perché si chiamavano così?

Dietro queste domande si nascondono argomentazioni storiche su lettere doppie (o geminate) e lettere sempici (o scempie) che hanno stuzzicato studiosi di fonologia (o fonematica) – la branca della linguistica che studia i sistemi di suoni (“sistemi fonologici”) delle lingue del mondo – autorizzandoli a dissertare (e a divergere) fra loro, fuori da una realtà forse più semplice.

In italiano la parola mannese è un aggettivo: si riferisce all’isola di Man, nota anche come Mann o Manx (Insula Mona in latino, Isle of Man in inglese, Ellan Vannin o Mannin in mannese o manx) situata nel Mar d'Irlanda, mentre il mannese o Gaelg Vanninagh è la lingua celtica insulare del gruppo goidelico proprio di quell'isola. Non riguarda perciò il caso nostro. In napoletano invece mannése è un sostantivo derivato dal latino manuense che – indicando chi fa lavori manuali – aveva il significato di falegname, carpentiere, in particolare di carradore, cioè di colui che fabbrica o ripara carri, carretti, barrocci, mezzi rustici – tipici quelli a due grandi ruote, trainati da uno o più animali (cavalli, muli, buoi) – per il trasporto prevalente di merci.

Tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’’800 moltissimi artigiani napoletani si dedicarono al mestiere di carradore ed aprirono in varie strade cittadine le loro botteghe che però, per le loro dimensioni ridotte, non potevano contenere i prodotti del loro lavoro. Finirono quindi per lavorare in strada – secondo una tradizione secolare tutt’ora osservata – invadendo con i loro strumenti di lavoro (‘e fierre d’’a fatica)  i marciapiedi antistanti. Si generò pertanto l’espressione a mmannése con il significato di alla maniera del mannése vale a dire a portata di mano; per una riduzione della nasale doppia “nn” a nasale scempia “n” l’espressione suddetta divenne a mmanese.  

L’area più ristretta contenente il Complesso Archeologico costituisce una delle tante insule rettangolari della città greca, determinata dall’incrocio di una coppia di decumani (plateiai) con una coppia di cardini (stenopoi), lievemente inclinati in senso antiorario rispetto alla direttrice nord–sud dei meridiani. Il decumano a nord, centrale o maggiore, è via Tribunali, quello a sud, meridionale o inferiore, è vico Carminiello ai Mannesi; il cardine a ovest è via Duomo e quello ad est è vico dei Zuroli. In tale area – abitata da numerosi artigiani – ha avuto origine il vocabolo Carminiello di cui se ne dà una doppia giustificazione: rappresenterebbe il nome di un carradore ben noto in quei luoghi, secondo l’antica tradizione di assegnare alle vie nomi propri di personaggi ad esse intimamente legati; oppure si riferirebbe alla piccola cappella dedicata alla Madonna del Carmine, lì eretta in un periodo imprecisato dell’Alto Medioevo ed affidata alla Congregazione dei Falegnami.   

Quella cappella, nel corso del XVI secolo, venne inglobata nella più ampia cinquecentesca Chiesa di Santa Maria del Carmine ai Mannesi, orribilmente sventrata e distrutta nel 1943 durante un’incursione aerea degli americani nella 2a seconda guerra mondiale. Fu proprio nei lavori di rimozione delle macerie – dalle quali si riuscì a salvare un quadro della Vergine ora conservato nella basilica santuario di Santa Maria del Carmine Maggiore – che, per puro caso, furono scoperti i ruderi tutt’ora visibili, costituenti una parte minoritaria rispetto ai tanti giacenti sotto gli attuali fabbricati.

Carminiello ai Mannesi può essere considerato uno dei primi siti archeologici scavati nella città di Napoli utilizzando criteri metodologici ben definiti e volti a recuperare il maggior numero possibile di dati conoscitivi, pur nei limiti posti dai finanziamenti, dalle leggi vigenti e dalle attuali condizioni sociali. Tali scavi e la loro pubblicazione integrale hanno fatto di questo sito uno dei principali dell’Italia meridionale per la sostanziale continuità documentale presentata, dall’età romana ai tempi moderni, e per la mole di dati forniti relativamente alla sua posizione nel centro antico della città, in un contesto ancora poco conosciuto nei mutamenti avvenuti  storicamente, rendendo possibile un confronto con altri centri archeologici – vedi quelli di Roma, Cartagine, Classe (Ravenna)– caratterizzati da ricerche archeologiche sistematiche.

I muri ed il pavimento della chiesa avevano infatti per secoli nascosto i resti di un grosso edificio d’età romana, costruzione a più livelli  abbastanza articolato, originariamente eretto nelle strutture principali alla fine del I secolo d.C. sui resti di una domus di epoca tardo-repubblicana, ma con elementi attribuibili a periodi diversi, i più antichi proprio dell’età repubblicana.  Si estendeva per circa 700 mq. Nell’età imperiale fu incorporato nelle fondazioni di un grande edificio con ambienti a volte, una struttura che si sviluppava almeno su due piani, con circa 18 ambienti. Si suddivide in quattro parti: ambienti adibiti a magazzini nel livello seminterrato; ambienti residenziali al primo e termali al secondo livello; il mitreo destinato al culto del dio Mitra.

Nei seminterrati erano presenti stanze adibite a magazzini di deposito. Al piano inferiore, illuminato da lucernari, gli ambienti di servizio erano disposti tutt’intorno a una grande sala rettangolare affrescata. Il piano superiore – nato per essere destinato ad una grande casa privata, in età imperiale, dopo il terremoto del 62 e l’eruzione del 79 d.C., fu convertito in un grande complesso termale, riconoscibile verso il lato sud, del quale si è riusciti ad identificare porzione delle condutture idrauliche ed una serie di sale con vasche in marmo poste nell’ala meridionale dell’edificio. Ben visibile è una grande vasca rettangolare ricoperta in cocciope-sto (materiale usato dagli antichi Romani per pavimenti a contatto con l’acqua per le sue caratteristiche impermeabili. Da Vitruvio veniva chiamato anche Opus signinum. Una vasca più piccola centrale con gradini e fontana era rivestita di marmo bianco.

 

Le volte erano a crociera e gli archi in laterizio con delle specchiature in opera reticolata di tufo giallo. Vari furono i rimaneggiamenti successivi fra i quali va segnalata – nell’età tardoimperiale – la probabile costruzione  di un porticato lungo la facciata occidentale.  L’edificio – abbandonato nel V secolo d.C. e riutilizzato in alcuni ambienti nell’VIII secolo d.C. – ebbe le trasformazioni più profonde a partire dal V secolo d.C., culminate in età medioevale con l'inglobamento delle strutture romane in quelle della chiesa.

Della domus si sono riconosciuti: un ambiente rettangolare con abside con abside rettangolare  forse faceva parte di un’abitazione; muri intonacati di bianco con motivi decorativi “a canestro” dipinti in rosso; pavimento a mosaico di tessere bianche e nere; una canaletta con copertura a doppio spiovente.

Il culto del dio Mitraimportantissima divinità di origine indoeuropea, dell'induismo e della religione persiana, adorato nelle religioni misteriche dal I secolo a.C. al V secolo d.C. – venne importato  nei territori dell’Impero Romano fra il II ed il II secolo d.C., diffuso soprattutto fra i militari e praticato in ambienti sotterranei, cavità o caverne naturali adattate o, se possibile, costruite all'interno o al di sotto di edifici esistenti, di preferenza già utilizzate da precedenti culti religiosi locali, solitamente  tenebrose e prive di finestre. La loro esistenza poteva essere rivelata dalle entrate separate o vestiboli, dalle forme rettangolari interne – chiamata spelaeum o spelunca – due panchine lungo le mura laterali per il banchetto rituale, detto anche agape, ed il suo santuario all'estremità, spesso collocato in una nicchia, prima del quale era posto l'altare, con il  soffitto dipinto in genere da cielo stellato con la riproduzione dello zodiaco e dei pianeti. I mitrei, così diversi dai grandi edifici templari dedicati alle divinità dei culti pubblici, si distinguevano anche per il fatto di essere di dimensioni modeste; il servizio di culto, che terminava in un banchetto comune, era officiato da una piccola comunità, solitamente formata da qualche dozzina di persone.

L’introduzione del culto nell’edificio romano può essere avvenuta tramite gli schiavi ed i veterani, anche se il ritrovamento a Posillipo di un bassorilievo di Mitra oggi al Museo Archeologico – con l’iscrizione vir clarissimus Appiua Tarrionius Dexter – conferma l’ipotesi di un legame del culto anche con i ceti superiori. Il Mitreo nell’edificio romano fu realizzata in epoca imperiale in due ambienti del piano inferiore, riconoscibile dai resti di un rilievo in stucco visibile sulla parete di fondo, dove è rappresentato il dio Mitra nell'atto di uccidere il toro. Sul versante occidentale, poi, vennero innalzati dei pilastri rettangolari in blocchi di tufo e laterizi, forse per creare un porticato esterno. Sul fondo del mitreo, miniatura del cosmo, stava la scultura della tauroctonia, l'uccisione del toro cosmogonico. Il soffitto a volta per simulava la caverna nella quale era nato Mitra.

La vita dell'edificio non si è protratta oltre la fine del IV secolo. Infatti a partire dal V e fino al VII secolo esso è servito da discarica e come ricettacolo per rifiuti urbani. Dopo il VII secolo, forse anche a seguito della costruzione della prima chiesa, alcuni ambienti dell'edificio romano furono riutilizzati per scopi imprecisati (abitazione, depositi, o scantinati), e dunque aperti alcuni varchi nei muri antichi. La vasca marmorea con fontana centrale situata al piano superiore, divenne sepolcro per un gruppo di infanti la cui età oscillava fra i quattro mesi ed i quattro anni circa; essi furono ricoperti da terreno contenente ceramica invetriata di XIII secolo.

Questi strati, distinti e scavati con estrema accuratezza – nei primi anni '80, con i fondi del post–terremoto – hanno permesso di recuperare numeroso materiale archeologico (soprattutto ceramiche, ossa, vetri, monete, ecc.), già in occasione di lavori eseguiti negli anni '60 per una prima sistemazione dell'area, sono state recuperate alcune pregevoli sculture marmoree, fra cui una testa di Mercurio grazie al quale non solo è stato possibile riconoscere per quell'epoca il progressivo declino degli allevamenti di animali domestici e dunque dell'alimentazione, ma anche di ricostruire i flussi commerciali della Napoli alto-medievale. Più precisamente è stato riconosciuto che fino alla metà del VI secolo Napoli importava derrate alimentari (soprattutto olio e vino) dalla Tunisia, Asia Minore, Siria e Levantino; e poi ceramica da mensa (la codiddetta sigillata chiara D) dalla Tunisia e dall'Asia Minore. Gli strati di VII secolo hanno invece testimoniato della ripresa di una produzione di vino campano e dell'esistenza di una officina vitraria in zona.

Il sito è visitabile solo su richiesta con accompagnatore, ovvero in occasione di aperture straordinarie programmate nell'ambito di manifestazioni, rassegne ed eventi di rilevanza nazionale e locale. Solitamente è deserto, di tanto in tanto accostato da sparuti gruppi di turisti stranieri del nord Europa intenti a scattare foto, spesso fatto oggetto di pallonate di ragazzi che non andando a scuola e non lavorando, sono incapaci di comprenderne il valore.

 

Napoli, 7 giugno 2016

 

Condividi su Facebook