MONUMENTI CAMPANI DA SALVARE


I Palazzi di via Tribunali 

di Elio Barletta


Nel significato più ampio qui dato al vocabolo “monumenti” – ossia di opere che, interessando arte, architettura, scultura, rievochino epoche, eventi, imprese, personalità del passato – possiamo considerare tali anche semplici edifici legati a tali valori, spesso costruiti, abitati, contesi da note dinastie nobiliari. Nella molteplicità dei casi riscontrabili in Italia, monumenti che versano in cattive condizioni sono sempre più frequenti – come tante altre negatività – man mano che ci si sposti verso il Sud. Cittadine di antiche origini, quasi soffocate dalla prevalenza del cemento armato, nascondono qua e là vecchi dignitosissimi palazzetti dei secoli scorsi, ma tanto malandati da meritare un’immediata risoluzione: o il recupero o la demolizione. 
A Napoli, un caso eclatante è rappresentato da via Tribunali, tanto ricca di scorci suggestivi, testimonianze storiche, tradizioni popolari da essere ricercata dai visitatori più attenti – quelli che non si soffermano soltanto su bellezze paesaggistiche o su shopping nei quartieri eleganti – ma anche tanto deprecabile per la sporcizia, il disordine, la noncuranza, la maleducazione, tremendamente evidenti. Tralasciando chiese e basiliche, il Conservatorio, Castel Capuano – opere oggetto di un minimo di attenzione – la situazione delle civili abitazioni in quella strada è assai precaria. In particolare, quattro splendidi palazzi nobiliari rappresentano la cocente contraddizione fra passato glorioso e deprimente condizione attuale. 
Al civico 362 incontriamo il palazzo Spinelli di Laurino, tra i meno conosciuti della zona malgrado che per la sua magnificenza sia secondo solo al palazzo del principe di San Severo in piazza San Domenico Maggiore. Fu eretto nel XV secolo facendo parte di un complesso più esteso – la cui demolizione viene ricordata da un’epigrafe – comprendente anche la casa dell’umanista Giovanni Pontano, alla morte del quale (1503) la proprietà della casa passò prima alla figlia e poi – dopo vari matrimoni tra esponenti di famiglie nobili fra cui Francesco Guevara, marchese di Arpaia – arrivò agli Spinelli, duchi di Laurino, precisamente ai coniugi Giuseppe e di Giovanna Caracciolo. Il loro figlio Trojano Spinelli – studente nel seminario dei Padri Gesuiti in via Nilo, ingegnere, economista e anche scrittore – ereditò l’edificio ed una quantità di denaro che gli permise di ristrutturarlo e restaurarlo affidando i lavori a Ferdinando Sanfelice[1], come ricorda l’elegante epigrafe al centro delle due fughe di scale che conducono al piano nobile (1767). 



La facciata è in gran parte di travertino, con proporzioni semplici ma assai eleganti con particolari sufficientemente studiati che, malgrado le alterazioni novecentesche, permettono di affermare il bel prospetto richiami il XVI secolo. Il cortile ovoidale – con otto medaglioni, per metà a bugnato e per metà a strisce formanti raggi di stella sugli archi – è un omaggio alla romanità tanto sentita dal Trojano, la cui forte personalità umanistica era incline a celebrare le glorie della sua famiglia. 
Oggi il palazzo è in stato di degrado: pessime le condizione della facciata che è tutta danneggiata per lo staccarsi del parametro in stucco che mette a nudo la struttura in tufo; nello stesso stato versa anche il bel cortile ornato da statue.
Il civico 339 indica un massiccio edificio – il più antico di Napoli – il palazzo d’Angiò, anche detto dell’Imperatore di Costantinopoli, qui riprodotto dalle ottime foto di Armando Mancini. 



Originariamente in stile architettonico gotico, era diviso in due parti distinte, appartenenti a Tommaso del Porta e al cancelliere del regno Ade de Dussiaco. Con la donazione fatta da Roberto d’Angiò a suo fratello Filippo di Valois[2], duca di Taranto (1295), furono unite in una dimora unica, accorpando ed in parte ricostruendo più corpi di fabbrica preesistenti e creando una serie di portici gotici la cui datazione risale al 1360 circa. Il palazzo, ereditato dal figlio Luigi (1302), poi passato alla famiglia Cicinelli dei Principi di Tursi che apportarono ampie trasformzioni3], durante il regno di Alfonso d'Aragona fu sede di intensa vita letteraria[4].
Dei pregi artistici restano oggi: quattro portici in piperno; il portale d’ingresso decorato con gigli angioini dell'età ducale; l’affresco del Trecento raffigurante la Vergine Maria; un bassorilievo marmoreo con lo stemma della famiglia (un'anatra e tre gigli) nel cortile. Per le precarie condizioni statiche generali una gabbia di metallo sostiene i pilastri danneggiati dalle sovrapposizioni barocche. Un mercato rionale sotto i portici offre uno spettacolo del tutto privo di buongusto.
Al civico 224 si trova il palazzo costruito nel XIV secolo per volontà di Ser Gianni Caracciolo (detto “Sergianni”), Gran Siniscalco del regno, che – amante della regina Giovanna II – si costruì una dimora presso Castel Capuano, dove soggiornavano la sovrana e la corte. 
L’amore però terminò tragicamente perché fu ucciso da Covella Ruffo (25 agosto 1432) per conto della regina. Disabitato per molti anni, l’edificio fu acquistato dai frati dell’Ordine di San Giovanni di Dio (1587) – giunti a Napoli dalla Spagna per assistere malati e bisognosi – che lo trasformarono in ospedale affidando i lavori a Pietro di Marino[5]. Cessata la funzione di ospedale con il trasferimento della stessa nella sede di via Manzoni (1974), divenne sede di uffici comunali e dei Giudici di Pace.



A una parete dell’atrio resta ancora la lapide imposta da un uomo condannato ingiustamente alla pena di morte in cambio dei suoi averi lasciati all’ospedale, con la frase: “Dio m’arrassa da invidia canina dei mali vicini et da buigia d’homo da bene”. 
Al civico 169 c’è il palazzo Caracciolo, sintesi di stili rinascimentale, barocco e rococò[6] che – nelle parti più antiche come gli arconi del cortile – risale al XV secolo, ma nel complesso mostra il restauro settecentesco. 

 


In origine – assieme all'adiacente palazzo dei Caracciolo di Martina con ingresso da vico Sedil Capuano ed alle altre residenze dei Caracciolo a Capuana – apparteneva al vasto insediamento nell'area del decumano maggiore della nobile famiglia dei Caracciolo marchesi dell'Arena. Nell'Ottocento passò alla marchesa Giacomina Como Falces e figli, poi agli eredi baroni Vitale di Santa Maria Iacobe.

 


[1] I cambiamenti riguardarono il cortile che, dall’originaria pianta quadrata, fu trasformato in uno spazio ellittico su due ordini: l’inferiore, con bugne alternate ad archi e nicchie più otto medaglioni realizzati da Nicola Massari con figure mitologiche e due clipei con busti; il superiore con lesene che dividono archi e finestroni. In alto, al centro, è posto un orologio in piastrelle, sul quale è posta la statua dell’Immacolata, mentre ai lati si possono ammirare le dodici statue allegoriche scolpite da Jacopo Cestaro. Il cortile interno a pianta ellittica è l'unico a Napoli, adorno di statue e stucchi di notevole bellezza. Lo scalone sanfeliciano composto da due rampe: la prima, in asse con la parete di fondo e la rampa successiva, ha una doppia rampa con duplice prospettiva e come sfondo ha dei cippi romani in due nicchie. Inoltre è presente la cappella di famiglia. La scalinata, progettata proprio da Ferdinando Sanfelice, presenta due rampe con balaustra, poste a collegare il piano nobile, caratterizzato da archi a tutto sesto, con il portale che presenta nicchie con le statue degli avi, a loro volta sormontate dagli stemmi di famiglia. All’ingresso il busto posto all’ingresso del piano nobile rappresenta Ottavia Tuttavilla, moglie di Troiano Spinelli, mentre sul portone si nota un’aquila con le ali spiegate, sul cui petto è scolpito lo stemma dei Laurino e dei Tuttavilla di Calbritto, famiglia della moglie di Troiano Spinelli. L’ingresso è a doppia soffittatura, ovoidale, sovrastante l’atrio aperto nel luogo detto delle “Anime del Purgatorio”. Appartenne ai duchi di Laurino e di Aquara, gestito da Troiano, della dinastia Spinelli di Laurino, battezzato ex-licentia nell’omonimo ducato, con tanto di documento che lo ricorda ed oggi conservato presso la parrocchia dei Santi Cosma e Damiano a Secondigliano.

[2] Scampato al complotto teso dalla prima moglie Ithamar, figlia di re Manfredi di Svevia, che tentò di farlo uccidere dall’amante Bartolomeo Siginulfo, Filippo si risposò con Caterina di Valois, figlia di Baldovino II, imperatore di Costantinopoli, dalla cui unione ricavò lo stesso titolo del suocero.


[3] Restaurarono l’edificio in stile barocco, trasformarono i portici in arcate a tutto sesto, aggiunsero piani con finestre e balconi che, appesantendo l’intera struttura, richiesero interventi di rafforzamento.


[4] Sotto i portici fu ospitato il Porticus Antonianus, la nascente accademia presieduta dal letterato Antonio Beccadelli, il Panormita, trasferitosi da Bologna a Napoli dietro invito del re che amava circondarsi di letterati ed umanisti di spicco quali Pietro Aretino, Antonio Casarino, Tristano Caracciolo e Giovanni Pontano. A quest’ultimo fu successivamente affidata la direzione dell’accademia, rinominata Accademia Pontaniana e frequentata dai maggiori esponenti dell’umanesimo. Dopo la morte del Pontano (1503) si susseguirono la direzione a Jacopo Sannazzaro, la trasformazione in Società Pontaniana con la direzione a Vincenzo Cuoco (1808), il riconoscimento del re (1817), il ritorno dell’Accademia. 


[5] Della struttura originaria fu lasciato il portale, sormontato da un arco marmoreo sostenuto da alcune colonne con capitelli di vario disegno, e il doppio cortile. All’edificio fu affiancata la chiesa dell’Assunzione di Maria (1629), divenuta in seguito Santa Maria della Pace, in ricordo dell’intesa tra Filippo IV di Spagna e Luigi XIV di Francia, firmata (7 novembre 1659) e sancita (1660) con il matrimonio tra quest’ultimo e la figlia di Filippo IV . Alcuni lavori di restauro vennero effettuati da Niccolò Tagliacozzi Canale (1742) per riparare i danni del terremoto di 10 anni prima.


[6] Il palazzo ingloba gli arconi dell'antico sedile di Capuana. La facciata, in stato di degrado, è riccamente decorata a stucco e traforata dalle finestre con andamento sinuoso delle balaustre dei balconi in piperno. Il portale in pietra di piperno è anch'esso riccamente decorato: il mascherone che funge da chiave di volta e lo stemma gentilizio dei Caracciolo lo raccordano al balcone centrale del piano nobile. Fu lavorato nel 1744 dai pipernai Giovanni Passaro e Domenico D'Ambrogio sotto la guida di Bartolomeo Vecchione. Nel cortile c'è una scala aperta concepita ad unica arcata per piano, la cui configurazione originale è stata alterata con l'aggiunta di due pilastri in calcestruzzo armato al fine di rendere la struttura un po' più stabile dopo i danni dei bombardamenti, ma senza però badare alle conseguenze architettoniche. 


Napoli, 7 ottobre 2015

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