QUALE NAPOLI RACCONTARE?

Il messaggio di Massimo Troisi

 

 

di Elio Barletta

In una delle rievocazioni della Rai di questi ultimi giorni è stata mostrata la registrazione di uno stralcio del TG3 pomeridiano del 4 giugno 1994 in cui un giovanissimo Maurizio Mannoni, dando lettura ad un foglio passatogli fuori programma, dà con voce tirata la notizia della morte di Massimo Troisi.

A 41 anni – era nato il 19 febbraio 1953 – spariva, nella sgomenta incredulità del grande pubblico dei suoi ammiratori, quel ragazzo che dall’anonima indigenza di una famiglia di ben sedici persone – genitori, cinque fratelli, due nonni, due zii con cinque figli – tutti stipati in una modesta casa di San Giorgio a Cremano – aveva intrapreso una scalata sociale che lo aveva reso celebre ben oltre i confini di Napoli, della Campania, dell’Italia.

Sgomenta incredulità perché, oltre la cerchia ristretta di parenti ed amici, nessuno era al corrente della grave anomalia cardiaca congenita, che, diagnosticata nel 1972, lo aveva già costretto, nel 1976, a recarsi negli Stati Uniti, a Houston, dal professor Michael E. DeBakey per un intervento alla valvola mitralica. Suo padre Alfredo, macchinista ferroviario, e sua madre Elena Andinolfi, casalinga, non potevano sostenere le spese del viaggio. Si aprì pertanto una colletta di solidarietà, in gran parte sostenuta da Il Mattino. Il buon esito dell’intervento gli consentì di riprendere la carriera teatrale iniziata nel 1969 e di condurre una vita quasi normale, intendendosi con quel “quasi” che avrebbe dovuto mantenersi nei limiti di un’esistenza controllata e tranquilla, contrastante con la sempre più intensa sua attività artistica, estesasi nei mondi del cinema e della televisione.

 

 

Le precauzioni furono quasi certamente trascurate. Fatto sta che all'inizio del 1994, recatosi ancora negli Stati Uniti per ulteriori controlli cardiaci, apprese di doversi sottoporre con urgenza a un nuovo intervento chirurgico, che immediatamente decise di rimandare per non interrompere il suo nuovo film, Il postino. Mostrando una professionalità addirittura eroica, facendosi sostituire in scene secondarie da una controfigura, riuscì con grande fatica ed il cuore a pezzi a terminare le riprese il 3 giugno. Il giorno dopo si spense a Ostia, nel sonnellino del dopo pranzo, in casa della sorella Annamaria dove era andato per concedersi un periodo di riposo assieme al suo grande amico d'infanzia, Alfredo Cozzolino.

L’attore Renato Scarpa confessò: «Ẻ stata un'esperienza umana grandissima, perché lui stava male e ha voluto fare questo film a tutti i costi: tutti gli dicevano "ma dai, fai il trapianto e poi lo farai", e lui diceva "No, questo film lo voglio fare con il mio cuore". [...] E poi questo film è il suo testamento morale.».

Fiumi di articoli giornalistici, di rievocazioni e di riprese televisive si stanno giustamente spendendo per la triste circostanza. L’umanità cerca sempre di colmare con il ricordo l’immenso vuoto lasciato dalla scomparsa dei grandi talenti, specialmente se prematura.

A seguito di una cattiva esperienza con la scuola – diploma di geometra in 10 anni, 2 per ogni classe, presso  l'Istituto Tecnico "Eugenio Pantaleo" di Torre del Greco – il suo livello culturale era assi modesto. Ne fu costante dimostrazione il suo linguaggio infarcito di accento e vocaboli napoletani che, specialmente nelle prime apparizioni, era quasi del tutto incomprensibile ai connazionali non campani, specialmente del centro–nord o vissuti all’estero, come Isabella Rossellini quando l’intervistò nella trasmissione Mixer. Ma il suo dialetto – insolitamente garbato rispetto a quello volgare dei napoletani propagandati dai media – si andò, per consiglio di veri amici, gradualmente “italianizzando” assumendo una forma gradita e compresa da tutti.

I primordi creativi furono alcune poesie dialettali ispirate a Pasolini e la sua commedia “Si chiama Stellina”. Dal 1969, iniziò a fare l’attore, il regista e lo sceneggiatore di diversi spettacoli di stile pulcinellesco svolti nel teatro parrocchiale della Chiesa di Sant'Anna, poi in un garage in via San Giorgio Vecchio (chiamato appunto Centro Teatro Spazio). Vi recitavano suoi amici d’infanzia, compresi Lello Arena e Vincenzo Purcaro che cambiò il cognome in Decaro.

Al primo ritorno dagli Stati Uniti, loro tre costituirono il gruppo de I Saraceni che, per volere di Massimo, divenne La Smorfia, alludendo così al modo prettamente napoletano di risolvere i problemi «giocando al Lotto, e sperando in un terno secco...».  L’ufficiale venuta alla ribalta avvenne nella seconda metà degli anni settanta, al Teatro Sancarluccio di Napoli, con seguito al cabaret romano La Chanson, in altri spettacoli comici di tutta Italia, alla trasmissione radiofonica Cordialmente insieme e, infine, in televisione, in alcuni programmi come Non stop (1977), La sberla (1978) e Luna Park (1979). L'ultimo spettacolo teatrale del trio fu Così è (se vi piace), titolo parodiato del Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello.

Intraprese quindi la carriera cinematografica intervallata da partecipazioni televisive, accolto in maniera favorevole da gran parte della critica italiana ed internazionale.

In Ricomincio da tre (1981), pellicola prodotta da Mauro Berardi, debuttò da attore, sceneggiatore e regista, ottenendo grande consenso e tre Nastri d'argento per il miglior regista esordiente, il miglior attore esordiente, il miglior soggetto, e due David di Donatello per il miglior film ed il miglior attore.

Nello speciale televisivo di Rai Tre Morto Troisi, viva Troisi! (1982), per la serie Che fai, ridi? dedicata ai nuovi comici italiani di inizio anni ottanta, accettò di dirigere Marco Messeri, Roberto Benigni, Lello Arena e Carlo Verdone.

Ritornò con Lello Arena nel film No grazie, il caffè mi rende nervoso (1982), in cui, sul tema del contrasto fra tradizioni napoletane (pizza, sole, mandolino) e novità invadente del "Primo Festival Nuova Napoli", sosteneva tre dei suoi monologhi.

In Scusate il ritardo (1983) – titolo riferito al troppo tempo trascorso dal film precedente nonché ai diversi tempi dell'amore e della sincronia dei rapporti di coppia – svolgeva il ruolo preferito del tipo timido e impacciato, incapace di consolare un suo amico in crisi affettiva e a sua volta incapace di amare la sua donna.

L’unico film girato con Benigni Non ci resta che piangere (1984), dalla trama elementare esclusivamente fondata sulle diversità linguistiche e gestuali con cui i due offrivano citazioni, invenzioni e gag, fu molto apprezzato dal pubblico, non dalla critica.

Nel film diretto da Cinzia Torrini Hotel Colonial (1986), girato in Colombia con un cast internazionale, ricoprì il piccolo ruolo di un traghettatore napoletano emigrato in Sudamerica che aiuta il protagonista nella ricerca del fratello.

Ancora attore e regista fu ne Le vie del Signore sono finite (1987), ambientato nel ventennio fascista, interpretando il ruolo di Camillo Pianese, un invalido “psicosomatico”, assistito dal fratello Leone (Marco Messeri), film che gli valse il Nastro d'argento alla migliore sceneggiatura.

Nei tre anni successivi collaborò come attore con Ettore Scola in altrettanti film; due con Marcello Mastroianni: Splendor (1988), in cui è proiezionista di un cinema che sta per chiudersi, e Che ora è? (1989), sui rapporti conflittuali tra padre e figlio, per il quale vinse la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, ex aequo con Mastroianni, alla Mosta del Cinema di Venezia; infine, dato in anteprima alla 41ª edizione al “Berlin International Film Festival”, arrivò Il viaggio di Capitan Fracassa (1990), interpretando il personaggio di Pulcinella, al quale fu accostato, in chiave moderna, da Roberto Vecchioni.

L'ultima sua regia, accompagnata alla sceneggiatura ed alla parte del protagonista, fu in Pensavo fosse amore... invece era un calesse (1991), con Francesca Neri e Marco Messeri.

Il postino (1994), girato a Procida e Salina, diretto da Michael Radford, liberamente tratto dal romanzo Il postino di Neruda di Antonio Skármeta, e concentrato sull'amicizia tra un umile portalettere e Pablo Neruda (Philippe Noiret) durante l'esilio del poeta cileno in Italia.

Furono ottime le critiche da moltissimi attori internazionali (Sean Connery) e favorevoli le recensioni dei giornali americani (The Washington Times). Ma due anni dopo la morte di Troisi,  candidato alle nomination per  cinque Premi Oscar, vide concretizzarsi solo quella per la migliore colonna sonora (scritta da Luis Bacalov e Sergio Endrigo).

Tra le varie collaborazioni artistiche, le più ricorrenti – aventi in serbo ulteriori progetti rimasti inattuati per l’inattesa scomparsa – furono quelle con Marco Messeri, Lello Arena, Pino Daniele, Roberto Benigni, Ettore Scola, Marcello Mastroianni, Anna Pavignano.

Tante anche furono le donne con le quali ebbe un legame sentimentale: in partocolare la scrittrice Anna Pavignano, le attrici statunitensi Jo Champa e Clarissa Burt, l’attrice e showgirl italiana Nathalie Caldonazzo, con la quale legò nella parte terminale della vita, e, per sua stassa rivelazione, Anna Kristiina Palomäki, l'attriceshowgirl e produttrice cinematografica finlandese naturalizzata italiana Anna Falchi.

Nella sua comicità primeggiò il concetto di famiglia, trattato in forma assolutamente divertente, ma denunziante, benevolmente, i mali della miseria e dell’abbrutimento quando i componenti sono numerosi e privi di una collocazione sociale dignitosa. Prendendo spunto dalla sua stessa famiglia fornì molti aneddoti, quelli che la madre raccontava ai suoi figli dopo essere tornata dal mercato e i due, comicissimi, riguardanti le iniezioni che la nonna doveva fare al nonno: le 40 fiale di vitamine iniettate sul dito della donna anziché nella carne del marito, con conseguente ingrossamento del braccio della stessa; l'acqua distillata iniettata da sola, senza disciogliervi la polvere medicinale contenuta nei flacconcini di accompagnamento, ottenendo lo stesso una miglioria del paziente.  

Per quanto riguarda Napoli non mancò di parlare dei problemi che all'epoca la affliggevano, come  mancanza d'acqua, la mortalità infantile per cause virali, la difficoltà nel trovare lavoro.

Altro tema toccato fu quello della timidezza, sua caratteristica particolare da lui coscientemente riconosciuta come difetto, anche se proprio la timidezza costituì il segreto del successo che ebbe nelle relazioni amorose con le donne  e negli spettacoli di vario genere con il pubblico.

Va aggiunto pure il senso religioso da lui posseduto per una lunga educazione ricevuta in un clima di devozione coinvolgente tutti i membri della sua famiglia, in particolare della madre, e poi alle scuole elementari frequentate, con un insegnante sacerdote – omaccione grande e grosso – che, con voce stentorea, a commento dei tanti episodi del Vecchio e Nuovo Testamento, gridava a gran voce “Annunciazione! Annunciazione!”, il mitico appello che Decaro, nei panni del Cherubino inviato dall’Arcancelo Gabriele, grida nello sketch della Natività. Particolari richiami alla fede che degenera nel bigottismo e nel feticismo si ebbero negli sketch riguardanti i colloqui di un credente con le statue di San Gennaro e del Padre Eterno.

Non nascose mai il suo tifo per il Napoli di Maradona che conobbe e frequentòi in molte occasioni.

Ma ciò che di più prezioso ci ha lasciato consiste in quel suo tranquillo, ma insistito – quasi ostinato – modo di trasmettere, fuori dalla sua terra natìa, all’intero mondo, l’immagine di una nuova “napoletanità” che – nel segno di una ficcante ironia – denunzia, a partire da sé stessa, i mali della società e sprona a rimuoverli.

Ẻ questa la Napoli che oggi, in suo nome, è da raccontare.

 

4 giugno 2014

 

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