Quale Napoli raccontare?

Teatro Trianon addio!

di Elio Barletta

 

­Il 17 giugno scorso è stata un'altra data assai triste per Napoli. Con la descrizione:

«Immobile ai piani primo, secondo e seminterrato del fabbricato, costituito da una sala per teatro sviluppatesi su quattro livelli - con platea, tre gallerie, loggione, locali tecnici, camerini, servizi igienici, zona trattenimento esposizione, bar nonchè da due locali terranei uniti alla struttura del teatro e da altro immobile al primo piano dell'edificio»,

presso lo studio legale Vasaturo, il Trianon – lo storico teatro cittadino, struttura pubblica partecipata di Regione Campania e Provincia di Napoli – è stato messo in vendita all’asta al prezzo base di 4 milioni e 500 mila euro e l’asta è andata deserta.  Entrambe le Amministrazioni non hanno ricapitalizzato la società Trianon Viviani – proprietaria  della gestione delle attività del teatro – per scongiurare il pignoramento immobiliare, né hanno impedito – nell’indifferenza del Comune – la messa all’asta disposta dal Tribunale di Napoli in seguito all’azione delle banche creditrici. Il concerto dei Beatbox in programma quel giorno è saltato per l’immediato sciopero dei lavoratori, ma, per solidarietà ad essi, si è poi tenuto in piazza, davanti alla facciata d’ingresso coperta da due grossi striscioni di protesta. Dopo quattro anni di duri sacrifici del personale per mandare avanti un’attività caratterizzata da pessima gestione, pignoramenti immobiliari e mobiliari, assenza di un piano industriale, quotidiane promesse della direzione di risolvere i problemi, cala definitivamente il sipario su un’istituzione storica, artistica e culturale napoletana, che nemmeno una petizione plebiscitaria ha salvato.

 

Trianon era il nome del villaggio acquistato da Louis XIV di Francia – il re Sole – per annetterlo al parco della reggia di Versailles e farvi costruire (1670) «una casa per farvi merenda» dove rifugiarsi con la famiglia, lontano da etichetta e fatiche del potere. Fu quello l’inizio dello sfarzo che portò all’edificazione del Grand Trianon (1687) ed, un secolo dopo (1763–1768) – voluto da Louis XV su pressioni della favorita signora di Pompadour – del Petit Trianon, a cui Marie Antoinette (1776) aggiunse un giardino inglese, il tempio dellamore, un teatro, un villaggio pittoresco attorno a uno stagno, le Hameau de la Reine.

Circa tre secoli dopo, per immaginifica sproporzionata analogia, il toponimo fu adoperato per dare il senso di regalità e lusso al teatro che si scelse di costruire in piazza Vincenzo Calenda, il magistrato che si batté perché lantica reggia rimanesse sede dei Tribunali. La scelta del luogo rientrava nel progetto di sviluppo e rinnovamento edilizio della zona, enfatizzata come “insula del Risanamento” a ridosso del “boulevard” del corso Umberto I (il “Rettifilo”). Era l’area greco–romana del quartiere Forcella, così detto per la forma a “Y” del suo bivio, dedalo aggrovigliato di strade, vicoli, palazzi fatiscenti, edifici dinestimabile valore artistico, spartiacque naturale fra il mondo giudiziario di Castelcapuano (allora Tribunale), il commercio tessile di via Duomo e l’arte presepiale dei due Decumani di via San Biagio dei Librai e via Tribunali.

Destinato allo svago della “buona borghesia” nacque il Trianon una struttura dal sistema tettonico in cemento armato fra i primi in Italia, unico a Napoli prima di quella del teatro Augusteo di Pier Luigi Nervi e Arnaldo Foschini (1926-29.

 

 

 

L’inaugurazione avvenne l’8 novembre 1911 con la commedia più applaudita di Eduardo Scarpetta, Miseria e nobiltà, recitata dalla sua compagnia, ma non da lui perché già ritiratosi dalle scene. Il calo dei consensi per il genere farsesco dei suoi lavori, l’avversione di Salvatore Di Giacomo e Roberto Bracco in parte bilanciata dalla benevolenza di Benedetto Croce e, soprattutto, la stanchezza per la controversia giudiziaria di tre anni (1906–1908) – comunque vinta – con Gabriele d’Annunzio per aver scritto il Figlio di Iorio, parodia irriverente della Figlia di Iorio, lo indussero a farsi sostituire dal figlio. E fu proprio Vincenzo Scarpetta che quella sera indossò per la prima volta i panni del protagonista Felice Sciosciammocca, coadiuvato dagli attori Bianchina De Crescenzo e Gennaro Della Rossa. Ettore De Mura ricordò l’evento riportandolo nella sua Enciclopedia della canzone napoletana.

 

Nel gennaio successivo esplose il varietà, con tre o quattro cantanti di primo piano alla volta quali Gennaro Pasquariello, Elvira Donnarumma, Armando Gill, Fulvia Musette, Salvatore Papaccio. Dopo qualche settimana arrivarono attori del calibro di Nicola Maldacea, Tecla Scarano, Diego Giannini, Gina De Chamery, il primo Totò. Nel corso degli anni vi si avvicendarono le maggiori famiglie teatrali cittadine: gli Scarpetta, i De Filippo, i Viviani, i Di Napoli, i Taranto, i Maggio, i Di Maio.

 

Con i primi proprietari – le imprese di Amodio Salsi e poi di Giuseppe De Simone e Gennaro De Falco – si colsero grandi successi artistici, professionali, finanziari che però non durarono a lungo.  Per lo stupido bando ai vocaboli stranieri nel ventennio fascista, il Trianon fu ribattezzato Trionfale. Negli anni Trenta la compagnia di Salvatore Cafiero e di Eugenio Fumo introdusse la sceneggiata, ripresa poi negli anni Settanta con il debutto, tra gli altri, del giovane Mario Merola.

Il teatro fu in seguito acquistato (1940) dall’imprenditore Gustavo Cuccurullo, che  lo trasformò (1947) nella sala cinematografica Splendore dopo una ristrutturazione che – modificando la struttura originaria con nuove pilastrature, sbalzi alle gallerie e l’eliminazione di tutti i fregi dalle balconate, però nel rispetto delle linee essenziali e del rigore stilistico – garantì una suggestiva atmosfera. Cinquant’anni dopo, un altro Cuccurullo. pronipote del precedente, riportò la sala – ormai diventata un cinema a luci rosse – all’antica destinazione, inaugurandola (7 dicembre 2002) secondo un programma denominato Eden Teatro di Raffaele Viviani, affidato alla direzione di Roberto De Simone. 

Con i complessi lavori di una seconda ristrutturazione (2000–2002) si recuperò la matrice architettonica originaria, si valorizzò in platea il reperto archeologico greco ritrovato della torre della Sirena (IV–III sec. a.C.) – unica in elevazione esistente in Campania – un fortino di guardia della cinta muraria di Neapolis del periodo ellenico. In 3.300 mq di superficie trovarono sistemazione definitiva 630 posti, nella forma classica di teatro all’italiana, con tre ordini di palchi a scansione leggermente arcuata, le volte a vela e a crociera, la cupola centrale, la doppia scala di collegamento con la platea, l’atrio, l’impianto di climatizzazione installato per un’attività annuale continua, l’acustica già buona, varie sale per mostre, seminari, conferenze.

La gestione privata cessò (aprile 2006) quando la proprietà dell’immobile fu rilevata dalla Regione Campania (59,57%) con costituzione della società Trianon e la gestione delle attività dalla Provincia di Napoli (40,43%) con costituzione della società Trianon Scena. In onore del grande Raffaele Viviani al teatro fu poi assegnato il nome di Teatro del popolo Trianon Viviani. La direzione artistica fu affidata a Nino D'Angelo (fino al 2010) e, dopo un piano di riconversione per altra grave crisi, a Giorgio Verdelli (2012), con la presidenza di Maurizio D’Angelo e l’ennesimo nuovo nome di Teatro della musica a Napoli.

Il grande rammarico per l’importante eredità lasciata a Napoli ha fatto dire al secondo Cuccurullo: «Abbiamo trovato dei ganci che servivano per tenere ferme le belve feroci quando al Trianon si faceva il circo. Quello che mi dà maggiore soddisfazione è “recuperare e far rivivere delle cose dimenticate». Ma, da buon imprenditore napoletano, non si è depresso, anzi l’amarezza gli è servita da pungolo per approdare in una delle zone più belle del centro di Roma – piazza Santa Chiara, alle spalle del Pantheon – rilevare il palazzo omonimo, risalente alla metà del Seicanto, che ospitava lantico teatro Rossini e rimetterlo a nuovo nella veste e nei contenuti a cominciare dalla denominazione: Teatro dei Comici per l’attività teatrale, Palazzo Santa Chiara per meeting, congressi, mostre, ricevimenti, catering. Una struttura come quella ideata per il Trianon: innanzi tutto luogo spazioso e affascinante di accoglienza, quindi teatro, musica, attività varie.

 

 

A noi che viviamo in questa bellissima e sfortunata ex capitale, che da sempre sogniamo utopisticamente che diventi una vera metropoli, non resta che quest’ulteriore umiliazione. Dopo la chiusura di tutte le pasticcerie d’epoca, di molti cinema, di importanti librerie, di piccoli negozi di artigianato – in contrasto evidente con la misteriosa, quasi sospetta apertura di megastore, patatinerie, fastfood – vedremo che la sala che ha ospitato canzoni, varietà, sceneggiate, operette, addirittura opere liriche, commedie, drammi diventerà la sede di un supermercato, un garage, una sala bingo, una banca.

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25 giugno 2014

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