-Teatro nuovo – sTAGIONE 2014/15

Hanno tutti ragione

 

di Elio Barletta

Maria Rosaria Forte, la vivacissima e poliedrica napoletana del 1962 che, come artista di spettacolo ha assunto il nome d’arte Iaia Forte, non ha bisogno di una lunga presentazione.  Diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia, debuttò in teatro con Toni Servillo ne Il Misantropo di Moliere vincendo li Premio della Critica. Sempre sulle scene proseguì collaborando a lungo con il gruppo Teatri Uniti, lavorando poi sotto la guida di esponenti del calibro di Leo De Berardinis, Mario Martone, Carlo Cecchi, Federico Tiezzi, Emma Dante e prendendo parte – dal 1990 al 2011 – ad un totale di 26 spettacoli, in 3 dei quali s’impegnò anche come regista.

Ricchissima è stata anche la sua presenza nel cinema con le interpretazioni più o meno importanti – dal 1986 all’anno in corso – per un complessivo di 37 film, alcuni dei quali diretti da esperti come Pappi Corsicato, Maurizio Nichetti, Marco Ferrri, Tonino De Bernardi, Mario Martone, Renato De Maria, Marco Risi, Paolo Sorrentino. Chiudono un simile curricula le partecipazioni a 5 miniserie televisive, a 2 cortometraggi, a Progetti vari anche in corso d’opera. Tra i vari premi e riconoscimenti da lòei ottenuti, spiccano due Nastri d'argento e un premio Sacher come migliore attrice protagonista.

Da mercpledì 19 a domenica 23 di questo sereno scorcio di novembre, Iaia Forte è stata a Napoli per interpretare – nel primo lavoro in cartellone dell’incipiente stagione 2014–2015 dello storico teatro Nuovo – il monologo da lei scritto, adattato e diretto Hanno tutti ragione, tratto dal testo dell’omonimo romanzo che Paolo Sorrentino pubblicò con Feltrinelli nel 2010.

 

Le canzoni, cantate da lei stessa, sono di Pasquale Cataòano e Peppino di Capri, eseguite in playback da Fabrizio Romano. Vanno citati anche gli elementi scenici di Katia Titolo e Marina Schindler, l’aiuto regia di Carlotta Corradi, il disegno luci di Paolo Meglio, le foto di scena di Rocco Talucci, l’amministrazione di Valeria Pari, la produzione di Pierfrancesco Pisani e OFFROME in collaborazione con INFINITO SRL.

Già  nel romanzo la narrazione è svolta in prima persona dal protagonista Tony Pagoda – alias Tony P. – un cantante melodico napoletano ispirato al personaggio che Toni Servillo interpretò  nel film L'uomo in più, diretto dallo stesso Sorrentino nel 2001. Il cantante proviene dall'estrema periferia partenopea, ma – nella sua lunga e galoppante carriera – ha calcato i palcoscenici  dei più importanti teatri di tutto il mondo, ivi compreso il mitico Metropolitan di New York, e si è esibito finanche alla presenza del mostro sacro Frank Sinatra.

Le motivazioni che fecero restare folgorata Iaia Forte da un simile personaggio sono state da lei stessa ampiamente chiarite nel brano che segue:

«L’idea di mettere in scena il protagonista del romanzo di Sorrentino mi è venuta per innamoramento. Avevo letto in pubblico due capitoli del libro a Fiesole, e il piacere di incarnare Tony Pagoda e di dare suono alla bellissima lingua del libro è stato tale, che mi ha fatto desiderare di farne uno spettacolo.

Questo cantante cocainomane, disperato e vitale, è una creatura così oltre i generi che può essere, a mio avviso, incarnato anche da una donna. Mi piace immaginare che il ghigno gradasso di Pagoda nasconda un anima femminile, una “sperdutezza”, un anelito ad un’“armonia perduta”. E poi, semplicemente, il teatro è, per fortuna, un luogo dove il naturalismo può essere bandito, ed i limiti della realtà espandersi.

Lo spettacolo è concepito come un concerto, in cui i pensieri del cantante nascono nell’emozione di esibirsi davanti a Frank Sinatra, al Radio City Music Hall. In una sorta di allucinazione del sentire provocatagli dall’ alcool e dalla cocaina, Pagoda, mentre canta, è attraversato da barlumi di memoria, illuminazioni di sé, “struggenze” d’amore, sarcastiche considerazioni partorite tra le note delle canzoni, dove la musica che accompagna la performance dialoga con le parole stesse usate come una partitura. Un flusso di pensiero che, avendo già interpretato Molly Bloom di Joyce, mi ha incantato come un negativo maschile allucinato e rauco di quell’urlo di amore di Molly, di quell’urlo a cui amo dar voce nei personaggi che incontro».

L’immediata conferma di quanto qui scritto si ha già dall’inizio dello spettacolo, quando l’attrice entra in scena, brevemente indugiando con una giovane assistente che resta muta e presto scompare, per poi portarsi – con la spavalderia e la rapidità di chi è cosciente di avere in pugno l’attenzione del pubblico – al centro del proscenio. Indossa un abbondante abito, completo anni Settanta – bianco candido come la cravatta – in felice contrasto con il rosso fuoco della camicetta. La buona realizzazione di una “foggia maschile” le ha fatto più volte dire: «Adoro il travestimento e la trasfigurazione, fanno parte del mio mestiere. E poi secondo me dietro all'atteggiamento gradasso si nasconde una profonda fragilità, qualcosa di femminile».

Dopo un saluto breve ed essenziale inizia a pronunziare un insieme di frasi distaccate rivelanti pensieri vari che servono a dipingere il personaggio.

Come un vulcano in eruzione, da vero e proprio filosofo ricorrente nel mondo della sottocultura sentenzia: «In ultima analisi, dico io, la vita è una meravigliosa rottura di coglioni. Ma su cosa dobbiamo concentrarci? Sulla rottura di coglioni? O sul favoloso? I comodi si adagiano sulla rottura di coglioni». Dopo una pausa aggiunge: «Come il telegiornale delle otto. Gli altri, li vedi, si catapultano in strada a tutte le ore, valicano la notte, avidi e nevrotici, spaesati ma concentrati. Cercano il favoloso. E non lo trovano. Perché lo hanno già vissuto».

Ed intervalla tali considerazioni mettendosi a cantare. La voce è roca, profonda; denuncia l’abuso continuo negli anni di sigarette, alcol, cocaina. In una sorta di allucinazione del sentire provocatagli proprio da quei implcabili veleni, Tony, mentre canta, è attraversato da barlumi di memoria, illuminazioni di sé stesso, “struggimenti” d’amore, sarcastiche considerazioni rivelanti l’abitudine ad una vita straripante ma mediocre, lussuosa ma povera, intensa ma fugace. Si esprime fra le note delle canzoni, in un dialogo tessuto tra la musica che accompagna la vicenda e le parole stesse pronunciate come una partitura.

Ha un’opinione crudele per tutto e per tutti. La moglie: «Quindici anni fa, con mia moglie, si scopava da bufali. Ora è un oggetto d’arredamento». La gente: «La gente, questa articolata organizzazione umana che crede sempre di sfilare sull’orlo di un precipizio senza ritorno, mentre si sta solo trascorrendo la vita. Confondono la monotonia col disastro. Un errore comune». I sentimenti: «L’uomo, si sa, è come la Coca-Cola. Basta scuoterlo un po’ e attacca a spruzzare di tutto. Sangue e sentimenti. Calore e risentimento. Tutto di fuori». E sarà l’altalena monotona di stati opposti dell’umore a fargli comprendere che qualcosa è cambiato. E allora via, un taglio netto con tutto e tutti. Soprattutto con se stesso.

È stato un gran seduttore di donne, generoso nel consigliare gli uomini disposti ad ascoltarlo per apprendere le tecniche più efficaci per conquistarle. Ma dopo la serata in cui Frank Sinatra l'ha onorato di una visita nel suo camerino, ma non ha avuto il riguardo di invitarlo a cena, è ritornato a Napoli per scoprire amaramente che la sua esistenza – complice la cocaina, l'alcool e le cattive compagnie –  sta andando in rovina al punto che nemmeno le donne possono più redimerlo. Ormai completamente privo di qualunque illusione innocente, decide che è ora di andar via. Si avvia per una tournée in Brasile, poi si ecclissa abbandonando amici e conoscenti frequentati in un’intera esistenza per fermarsi diciotto anni tra Rio e Manaus. Nello squallore disperato della giungla, umida e piena di scarafaggi, riorganizza una vita lontana dallo spettacolo, ma durante un capodanno che pensava di trascorrere in compagnia di bestiole a lui familiari, riceve l'offerta che non si può rifiutare. A bordo di un jet privato, per una cifra da capogiro, viene scaraventato sul palcoscenico melanconico di una ricca famiglia.

Dopo poco più di un’ora il monologo si conclude nel nome di Frank Sinatra. L’idea che ha ispirato il romanzo non è un gran che e le frasi del testo riportate sulla scena ricalcano in chiave diversa percorsi analoghi ma migliori di altri scrittori. Resta invece estremamente positiva la recitazione di Iaia Forte confermatasi, ancora una volta, un’attrice di grande talento. Il pubblico, rimasto in un attento silenzio – qua e là sommessamente interrotto da risolini e brusii di compiacimento – applaude calorosamente ed a lungo, divertito.

Napoli, 26 novembre 2014

 

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