Teatro Nuovo  Stagione 2014 – 2015

Un anno dopo

di Elio Barletta

 

Tony Laudadio, in apertura di un suo lungo brano autobiografico – vivace e divertente come la sua indole d’artista – scrive:

«Sono nato l'11 maggio del 1970 a La Spezia, ma ho vissuto a Caserta fin dal '71. Terzo di quattro figli maschi, ho passato la mia infanzia nell'Oratorio dei Salesiani di fronte al quale abitavamo. Lì ho imparato a giocare a basket, a calcio, a pallavolo, a ping pong, e anche a recitare, a suonare, a cantare e a servire messa. Non la si deve prendere come la prova di una vocazione molto precoce della mia volontà di stare sul palcoscenico, ma dovendo essere precisi il primo ruolo teatrale da me interpretato, in assoluto nella mia vita, è stato il nano Dotto, nella messinscena fatta, appunto, al teatro dell'Oratorio di Biancaneve e i sette nani.»

E, proseguendo accenna a due sue attività autonome dilettevoli: nella musica, suonando da ragazzo flauto, chitarra, sassofono e scrivendo da adulto canzoni che trovarono consenso; nalla scrittura, con testi vari e brevi, per lo più satirici, con cui accompagnò lavori maggiori per il teatro come Fortezza Bastiani (1994) tratto da Dino Buzzati, Sconosciuti e Lontani, una  farsa modesta (1996), ma Premio Troisi come miglior scrittura comica, Celine-Rutti di gioia (2000) e Gracias a la vida (2003), Premio Girulà.

Due furono le svolte profondamente formative che lo legarono indissolubilmente al palcoscenico come attore e come regista, entrambe condivise con l’amico di Oratorio Enrico Ianniello. 

La prima fu offerta da una domanda di ammissione alla Bottega Teatrale di Vittorio Gassman (1989), fatta quasi per gioco, che portò al superamento del provino, alla frequenza di due anni di corsi a Firenze, al conseguìmento del diploma, a prime prove d’attore davanti a Federico Tiezzi e Leo De Berardinis, a due esperienze nel repertorio classico di Arnoldo Foà: l’Adelchi di Manzoni al Teatro di Roma e La Pace di Aristofane al Teatro Olimpico di Vicenza. Inseguendo una nuova idea di teatro, fondò con Enrico una propria compagnia teatrale (1992), impiantata a Caserta, l’attuale  società cooperativa ONOREVOLE TEATRO CASERTANO, con la quale produssero la Vita di Galileo di Bertolt Brecht, una loro  opera ispirata al Quinto Evangelio di Mario Pomilio, più un proprio festival teatrale – IL NUOVO ASPETTO – prima edizione (1993).

La seconda fu offerta dall’incontro con Toni Servillo (1993), per dodici anni suo regista in opere come  Zingari di Raffaele Viviani (1993), Misantropo di Moliere (1995), False Confidenze di Marivaux (1998), Tartufo di Moliere (2000), Sabato, Domenica e Lunedì di Eduardo.

Nelle ulteriori molteplici esperienze fatte dalla coppia furono ancora importanti quelle maturate con Andrea Renzi, con Francesco Saponaro, con Nicoletta Braschi, producendo spettacoli il cui dettaglio sarebbe qui fuorviante riportare. Sullo schermo collaborò con Nanni Moretti. Nelle esperienze condotte singolarmente, sono da segnalare il percorso da romanziere di Tony Laudadio, con Esco e Come un chiodo nel muro, pubblicati da Bompiani, e quello duplice di Enrico Ianniello da attore televisivo protagonista nel ruolo del commissario Nappi, per la serie Un passo dal cielo, con Terence Hill e da romanziere, in libreria da gennaio, con La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, per i tipi di Feltrinelli.

Nel terzo spettacolo della stagione del Nuovo, primo del 2015, la coppia Laudadio–Ianniello si è presentata in scena – da venerdì 2 a domenica 11 gennaio – con Un anno dopo, un atto unico scritto appositamente per loro da Laudadio, ancora una volta autore e regista, con la collaborazione artistica di Simone Petrella, la direzione tecnica di Lello Becchimanzi, la produzione dell’Onorevole Teatro Casertano e di Teatri Uniti.

Il testo si frammenta in  trenta flash – ciascuno relativo ad un giorno di un anno diverso e successivo al precedente (perciò il titolo “un anno dopo”) – quindi rappresenta trent’anni trascorsi da due persone, impiegati nel medesimo ufficio, obbligati a lavorare al computer a due scrivanie contrapposte di una stessa stanza, quindi costretti, quasi inconsciamente, a partecipare ciascuno a situazioni, emozioni, aspirazioni dell’altro.

«Una condizione comune a tanti – sottolinea l’autore – in cui capita di essere in relazione costante con un’altra persona, un collega in questo caso, che forse non sopporti neanche ma con il quale ti trovi a vivere, giorno dopo giorno, le stesse situazioni, le stesse fantasie di fuga, la voglia di lasciare finalmente la provincia per conoscere qualcosa di nuovo, quindi la disillusione e la frustrazione che deriva dall’impossibilità di realizzare questi desideri».

Il racconto scorre piacevole, sorprendente, imprevedibile, fra sprazzi di ilarità irrefrenabile, silenzi di riflessione, noia latente, scambi di esperienze esistenziali riportate nel piccolo quotidiano tra una mansione e l’altra, una successione di quadri mostranti le inclinazioni e le tappe fondamentali della vita dell’italiano medio, tratteggiate nella diversità dei due protagonisti: poco ciarliero, abbastanza  cauto, spesso ironico, in sostanza introverso Giacomo (impersonato da Laudadio); frenetico, chiacchierone, impiccione, instabile Goffredo (impersonato da Ianniello).

Nel primo quadro Giacomo appare in servizio da tempo, mentre Goffredo arriva per prendere posto, nel primo giorno di lavoro. Aprendosi al collega più anziano, è Goffredo che nei quadri successivi rivela le tappe della sua esistenza: l’avventura con Lorena, la donna dalle “tette grosse”;  il fidanzamento con lei, l’adattamento alla stabilità, il matrimonio, i figli, il divorzio, giovanili desideri di conquista, qualche scoglio giudiziario, la voglia di cambiare, il tentativo di fuggire dal provincialismo, la poca concretezza, la malattia finale, la morte. Giacomo invece soffre il vuoto di una vita ripetitiva, la convivenza pacifica, ma monotona, con la sorella, l’assenza di pretese e di  aspirazioni, l’unica particolarità di un passatempo singolare, quasi assurdo: la scrittura di sinossi. Sono piccoli racconti in forma sintetica e dal contenuto paradossale che, privi d’ispirazione, rivelano l’impossibilità di una uscita evolutiva. E così, dibattendosi sugli stessi argomenti, tra ossessioni, paure e anche innocui o inconfessabili segreti, i due protagonisti riescono a sopravvivere a loro stessi. Tanti attimi che fanno insieme trent’anni.

Tutti favorevoli i commenti della stampa, compiaciuta per le risate ritrovate dopo molto tempo per “qualcosa di intelligente”, per l’”umorismo caustico”, per quel “filo di sana amarezza esistenziale”, per il ritmo intenso, brillante, efficace  del dialogo a due, sviluppantesi tra riflessione, battibecco, sarcasmo, amarezza, tenerezza. E la convivenza dei due richiama per qualcuno le solitudini senza domani di Checov, Beckett e Pinter, ravvivate dai bagliori che il temperamento “mediterraneo” degli interpreti sprizza a profusione. Dopo più di un’ora di recitazione spesso salutata da divertite manifestazioni di consenso di qualche spettatore, tutto il pubblico, in piedi, applaude entusiasta.  

La proficua collaborazione fra Teatri Uniti e la RAI – nel 2014 apportatrice del documentario Scene Napoletane e della diretta televisiva dal teatro San Ferdinando per Le voci di dentro di Eduardo, con regia di Paolo Sorrentino – Un anno dopo, nel corso del 2015, sarà per il Centro di Produzione RAI di Napoli, una delle tre opere di drammaturgia contemporanea realizzate in versione televisiva in luoghi reali, utilizzando,  presso la sede Rai di via Marconi, la redazione dismessa della storica soap Un posto al sole, per ricreare l’ufficio dei due protagonisti.

 

Napoli, 15 gennaio 2015

   

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