Settembre 1943 nelle *sole Ionie
Una tragedia da non dimenticare

 

di Elio Barletta

 

Nell’ambito delle rievocazioni degli avvenimenti storici funesti di quel tremendo 1943, il doppio legame con la Fondazione Humaniter di Napoli, emanazione della Società Umanitaria di Milano, e con l’Associazione Nazionale Divisione Acqui (ANDA) mi ispirò la proposta di ricordare le stragi che nel mese di settembre di 70 anni fa si verificarono nelle isole Ionie, soprattutto a Cefalonia e in misura via via minore a Corfù, Zacinto (Zante), Leucade (Santa Maura). 

 

Occorre ricordare per coloro che ancora ignorassero quei fatti che dopo l’armistizio di Cassibile dell’8 settembre ed il rifiuto della Acqui e dei reparti delle altre Armi (Marina, Carabinieri, Finanzieri, Sanità) ad essa associate di cedere le armi ed arrendersi ai tedeschi della Wermacht, ribadito in infruttuose trattative coerentemente con quanto raccomandato dal proclama di Badoglio alle forze armate, lo scontro fra i due eserciti fu inevitabile. A Zacinto e Leucade i presidi italiani furono subito sopraffatti. A Corfù ed a Cefalonia, una primissima affermazione delle guarnigioni italiane fu presto vanificata da una lotta diventata impari per l’assoluta assenza di navi ed aerei che dall’Italia liberata andassero ad appoggiarle mentre il predominio assoluto nei cieli era dei micidiali Junkers Ju 87, detti Stuka, bombardieri in picchiata monomotori dell’aviazione tedesca, la Luftwaffe. L’inevitabile resa incondizionata non fermò la perdita di vite umane per i nostri connazionali perché – crimine ahimé frequente nella storia militare moderna – alle perdite in combattimento di qualche migliaio di uomini si aggiunsero le diverse migliaia dovute alla rappresaglia dei vincitori. A Corfù furono fucilate 29 persone, tutti ufficiali. A Cefalonia il massacro fu notevolmente maggiore. Le cifre sono ancora incerte e controverse, ma furono soppressi senza processo la gran parte degli ufficiali (almeno 200) e varie migliaia di militari di truppa, oltre ai più di 2000 annegati nei naufragi di navi che li trasportavano, squarciate dalle mine, e ai morti nei campi di concentramento in Germania e in Polonia.
Tornando alla mia proposta, essa trovò l’immediato favore della direttrice Humaniter di Napoli, dott. Marina Melogli, e del presidente Acqui per la sezione Campania–Basilicata, avv. Amedeo Arpaia. 
Venerdì 27 settembre scorso, presso la sede Humaniter di Napoli – sala Massimo della Campa, quarto piano, scala C del palazzo di piazza Vanvitelli 15 – è stata dedicata un’intera giornata all’argomento avente per tema titolo e sottotitolo sopra riportati.
Il programma della manifestazione si è così articolato:
 in mattinata, dalle 11, incontro con studenti e professori di classi superiori del liceo Alberti;
 nel pomeriggio, dalle 17, incontro aperto al pubblico, a cui hanno presenziato il generale Francesco Paolo Spagnuolo, già comandante della Divisione Acqui, il sottotenente Morfino in rappresentanza del Comandante della Capitaneria di Porto di Napoli, ammiraglio Antonio Basile, la signora Bessi Serbetzian, in rappresentanza del Console onorario di Grecia a Napoli, armatore Alessandro Tommasos, e la signora Giorgia Zointanou, in rappresentanza della Comunità Ellenica femminile cittadina. 
Entrambi gli appuntamenti si sono giovati dell’introduzione della Melogli che ha evidenziato la volontà dell’Humaniter di invitare i giovani a soffermare la loro attenzione su periodi storici particolari – prevalentemente quelli del secolo scorso – al fine di comprendere gli aspetti orrendi dei regimi dittatoriali e delle guerre di aggressione che hanno insanguinato l’umanità – nel Novecento, innanzi tutto l’Europa – in modo da predisporsi, per il futuro, al loro rigetto in cambio della democrazia che, pur con i suoi eventuali inevitabili difetti, rappresenta la condizione indispensabile per raggiungere la pace e il progresso sociale, culturale e civile dei popoli.
A tale esposizione ha fatto seguito, al mattino, l’intervento della prof. Anna Napolitano, docente di storia, che in circa mezz’ora ha saputo dare un quadro sintetico ma chiaro, e soprattutto utile, per la scolaresca presente delle due gravi situazioni determinatesi dopo la fiine del primo conflitto mondiale: quella dell’Italia degli anni venti, delusa da un vittorioso compimento dell’unità territoriale nazionale travagliato da grave indigenza economica ed annosa arretratezza dei costumi; quella della Germania degli anni trenta, prostrata dal perdurare dello stato di umiliazione conseguente alla sconfitta, imposto dalle potenze vincitrici. In entrambi i casi ascesero al potere due uomini nefasti per il mondo intero: con una pseudo rivoluzione favorita dal sovrano e subita dagli avversari politici, Benito Mussolini; addirittura con una regolare vittoria elettorale, Adolf Hitler. Da qui l’avvento del fascismo e del nazismo, la loro sempre più stretta alleanza, le conquiste italiane di Etiopia ed Albania, il sostegno italo–tedesco ai falangisti in Spagna, le persecuzioni razziali, le fulminee iniziative della Germania di annettersi Austria, Boemia, Moravia, Slovacchia e di invadere la Polonia, lo scoppio del secondo conflitto mondiale, l’aggressione italiana alla Grecia per la volontà del Duce di ottenere una vittoria militare, l’aiuto del Reich.

 


Nel pomeriggio è invece intervenuto il presidente Arpaia in rappresentanza dell’Associazione che. sotto la denominazione di Acqui e con sede e segreteria nazionale a Verona – la città con il maggior numero di appartenenti alla Divisione – fin dal lontano 1945, persegue lo scopo di ricordare le vittime, nonché i sopravvissuti per ravvivare e trasmettere la memoria di quanti dettero la vita, l’integrità del proprio corpo e mesi di sofferenza fisica e morale per salvaguardare l’onore della Patria terribilmente compromesso. Suoi soci sono i reduci ancora viventi – nel 1945 più di 1000, oggi circa 120, almeno novantenni – i familiari dei caduti e dei reduci morti poi in patria, più tutti coloro che, studiosi o appassionati, abbiano mostrato interesse per quella tragedia militare. 
Con i tratti profondamente umani della sua personalità, Arpaia ha descritto accoratamente i sentimenti dei reduci da lui incontrati che, quasi tutti ventenni nel 1943, gli confessarono di aver trascorso quelle giornate in preda ad un pianto disperato, invocando la propria mamma.
Il mio intervento ha chiuso entrambi gli incontri. Più diffusamente al mattino, a ragazzi che poco conoscevano della guerra e nulla della mia famiglia, ho portato la testimonianza personale di un ragazzo allora undicenne che, dopo cinque anni di scuola elementare all’insegna della propaganda di regime, iscritto al Fascio da Balilla in attesa di moschetto, al 1° anno di ginnasio interrotto per la chiusura della scuola dopo il tremendo bombardamento anglo–americano su Napoli del 4 dicembre 1942, vide suo padre lasciare la cattedra di professore all’Istituto Nautico Duca degli Abruzzi, in via Tarsia, e la Capitaneria di Porto, all’Immacolatella Vecchia, dove prestava (con insolita contemporaneità) servizio militare da ufficiale di Marina di complemento. Arrivarono infatti due incredibili successivi trasferimenti come responsabile di Capitaneria di Porto: il primo a Leucade, a giugno, quando l’armata italo–tedesca di Rommel era già stata annientata in Africa Settentrionale; il secondo ad Argostoli, capoluogo di Cefalonia, a luglio, quando le truppe Alleate avanzavano in Sicilia. 
Venendo all’armistizio ho accennato ai sette giorni di battaglia nell’isola, dal 15 al 21 settembre, con gli uomini della Capitaneria concentrati nella batteria 208 della Marina, costretti di notte alla sorveglianza dei pezzi e di giorno alla ricerca tra le rocce di occasionali anfratti per ripararsi dal mitragliamento degli Stuka. Analogo cenno ho riservato ai quattordici mesi di vita clandestina, in gran parte condivisa con il tenente di artiglieria Quirino De Angelis, trascorsi per il primo mese in case abbandonate e grotte dell’isola ed in seguito in villaggi fra i monti dell’Acarnania, regione della Grecia continentale dove arrivò con parecchi altri italiani grazie al traghettamento su barche dei partigiani ellenici. Una vita clandestina fatta di cibi essenziali (grano, cereali, formaggio) o occasionali (tartarughe o pecore uccise dai lupi), di riposi notturni su giacigli di paglia infestati dai topi, all’aperto o in capanne condivise con animali, di lavori campestri o di pastorizia molto duri, di pericoli di essere ricatturato da pattuglie tedesche in perlustrazione, di carenza d’igiene e di abbrutimento, di febbre malarica (che uccise il De Angelis) patita fra mura senza soffitto. Infine l’arrivo di navi inglesi, la marcia forzata per imbarcarsi a Patrasso, il rimpatrio a Taranto con internamento in apposito campo di accoglienza, il ritorno a casa da redivivo.

 

 

Tale racconto l’ho risparmiato al pubblico del pomeriggio perché più o meno noto a diversi presenti, amici, conoscenti e persone che avevano letto le memorie di mio padre, pubblicate postume da Mursia, nel 2003, con il titolo “Sopravvissuto a Cegalonia”. Il momento saliente della chiacchierata – sia al mattino che al pomeriggio – è stato costituito proprio dalla lettura di alcuni brani del 5° capitolo del libro, allo scorrere degli anni sempre più impressionanti: la sua cattura, nella tarda mattinata del 22 settembre, da parte di tre soldati tedeschi, uno dei quali dotato di mitra e nastro di proiettili; la perquisizione e la perdita di oggetti personali subite da uno loro; il caricamento su di un’autocarretta già occupata da altri ufficiali italiani con l’involontario coinvolgimento alla tragica sorte in agguato del giovane attendente, accondiscendendo alla sua richiesta di seguirlo; lo sgomento crescente per il procedere verso una destinazione ignota, con altri ufficiali e due attendenti italiani fatti salire durante il percorso; il triste presentimento nel vedere il veicolo arrestarsi in luogo solitario, nell’essere costretto con il gruppo, poco più di venti persone, a scendere, depositare i bagagli sul ciglio della strada, disporsi in fila indiana, marciare in una radura nel bosco, ritrovarsi improvvisamente con il tedesco armato di mitra disteso a terra pronto a sparare. Quindi l’inferno di proteste, grida, implorazioni, atti di erpico contegno di fronte alla morte, la scarica fatale, il calarsi istintivamente prono ed illeso a terra, il sospetto che fosse stata una burla crudele, il rantolo dei moribondi, i colpi di grazia, la forza di attendere immobile l’avvicinarsi delle rivoltellate fingendosi morto, l’allontanarsi delle stesse, il ritrovarsi ancora vivo ed illeso, lo scorrere copioso del sudore lungo la visiera, l’attesa di fuggìre nella boscaglia, come l’illeso De Angelis ed i feriti, ma vivi capitani Aldo Hengeller e Antonio Neri, i quattro del gruppo scampati alla morte..
Non mi resta che ringraziare la signora Maria Luisa Zazzara, già stimata coordinatrice della sede Humaniter vomerese, per le generose parole pronunciate per l’iniziativa. Il fragore e la durata degli applausi tributati dagli studenti e le tracce di commozione riscontrabili sui volti degli adulti sono la riprova della validità di ogni atto di salvaguardia della memoria storica, quella dei fatti realmente accaduti e dei protagonisti che li hanno vissuti. 

Ottobre 2013


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