Napoletani di nascita o d’adozione
Matilde Serao

di Elio Barletta

Non ci si può lasciare alle spalle la figura di Edoardo Scarfoglio senza soffermarsi anche su colei che per parecchi anni fu sua compagna di lavoro e di vita, formando con lui un binomio caratteristico del tutto particolare nel campo del giornalismo e della letteratura nostrani, oltre che nella cronaca rosa. Alludo alla Matilde nata a Patrasso, il 7 marzo 1856. Suo padre Francesco Serao, avvocato e giornalista napoletano, aveva dovuto lasciare la città (1848) in quanto ricercato per le sue idee ostili ai Borboni. Esiliò in Grecia dove trovò lavoro come insegnante. Lì conobbe e sposò Paolina Borelly, una donna colta e intelligente, dama raffinata appartenente alla nobile seppur decaduta discendenza dei principi Scanavy di Trebisonda, la città posta sulla costa nord-orientale della Turchia, sul Mar Nero. All'annuncio dell'imminente caduta di Francesco II, la famiglia Serao tornò rapidamente in patria (15/08/1860), trovando alloggio a Ventaroli, frazione di Carinola nel casertano. In un articolo pubblicato postumo (24/96/1956) su Il Mattino, Matilde argutamente scriveva: «Ventaroli è anche meno di un villaggio né voi lo troverete nella carta geografica: è un piccolo borgo nella collina più vicino a Sparanise che a Gaeta. Vi sono duecentocinquantasei anime, tre case di signori, una chiesa tutta bianca ed un cimitero tutto verde; vi è un gobbo idiota, una vecchia pazza e un eremita in una cappelluccia.»

La sua spensierata adolescenza la trascorse in famiglia, a Napoli, quando il padre cominciò a scrivere su Il Pungolo (inizi del 1861). Malgrado avesse respirato molto presto il clima di una redazione, restandone affascinata, ebbe una formazione letteraria scadente. Nonostante gli sforzi di sua madre, si disse che ad otto anni non sapesse né leggere, né scrivere. Ci riuscì più tardi, dopo difficoltà economiche e una grave malattia della genitrice. Quindicenne, priva di titolo di studio, si presentò da semplice uditrice all’allora Scuola Normale Eleonora Pimentel Fonseca, l’attuale liceo statale come allora in piazza del Gesù. A sedici anni abiurò la fede ortodossa per il cattolicesimo. Vogliosa di emergere, riuscì in breve e con profitto a diplomarsi maestra e a vincere un concorso per ausiliaria ai Telegrafi di Stato, dove restò per quattro anni.

Nel tempo libero iniziò a coltivare interesse per letteratura e giornalismo. Esordì nel Giornale di Napoli con articoli d’appendice e bozzetti, firmandosi Tuffolina, in seguito cambiato in Ciquita. Come redattrice del Corriere del Mattino pubblicò la sua prima novella, Opale (1878). Ma acquistò notorietà per le Novelle uscite su Il Piccolo, il quotidiano di cui fu collaboratrice, al cui direttore Rocco de Zerbi regalò, per gratitudine, il volume di racconti Dal Vero (1879) con la dedica: «A me, ignota ancora, voi apriste generosamente le colonne del vostro giornale; nella breve e modesta via letteraria che ho percorsa mi foste prodigo d’incoraggiamenti. Permettete che ve ne ringrazi, ancora una volta, offrendovi questo libro».

Ma scrivere incessantemente e frequentare redazioni non soddisfaceva la sua sete di riscatto da quella povertà laboriosa. Si trasferì quindi a Roma (1882), dove visse quattro intensissimi anni, da giornalista, scrittrice e donna. Divenne infatti redattrice del Capitan Fracassa – periodico letterariosatirico della Capitale, fondato (1880) dal patriota Raffaello Giovagnoli e da Luigi Arnaldo Vassallo (pseudonimo Gandolin) – e collaboratrice della rivista La Nuova Antologia, nonché dei settimanali Fanfulla della Domenica e Domenica letteraria. Nella narrativa sfornò racconti e romanzi: Raccolta Minima (1881); Cuore Infermo (1881); Leggende napoletane (1881); Piccole Anime (1883); Pagina azzurra (1883). Gtande risalto ebbero;  Fantasia (1883), il suo primo romanzo edito da Francese Casanova di Torino, da alcuni critici ridimensionato perché ritenuto di trama ritenuta artificiale, a caratteri fissi e soluzioni convenzionali; Le virtù di Checchina (1884), forse il suo racconto capolavoro sul contrasto flaubertiano tra squallida vita borghese e sogno di un’esistenza lussuosa, con una visione pre–femminista del  vuoto esistenziale; Il ventre di Napoli (1884), drammatica rappresentazione delle condizioni di miseria, degrado, rassegnazione, fatalismo, ignoranza, superstizione di un popolo ripetutamente colpito dal colera, in quartieri fatiscenti e pullulanti ben diversi dai siti patrizi di una Napoli solare e pittoresca; La conquista di Roma (1885), focalizzato sulla vita parlamentare umbertina.

Nei primi tempi del soggiorno romano i pochi momenti felici furono le serate col padre, il lavoro in redazione, voci, odori, conversazioni, tutto ciò che la ripagava di ogni amarezza e la faceva sentire importante e viva. Non bella, sagoma grossa e tozza, aria da maschiaccio, risata fragorosa e sgraziata, mimica estroversa e gesticolante, modi spontanei spesso troppo chiassosi la sfavorirono nell’alta società, ma seppe ritagliarsi lo stesso il suo spazio. Nelle riunioni socialmondane della capitale, le belle signore nullafacenti – abiti delicati e posture frivole si incuriosirono ma non accettarono la sua fama di acuta scrittrice, trascinandola presto nei loro pettegolezzi. Di loro lei scrisse: «Quelle damine eleganti non sanno che io le conosco da cima a fondo e che le metterò nelle mie opere; esse non hanno coscienza del mio valore, della mia potenza… ».

Fantasia la rese famosa e segnò l’ingresso nella sua vita di colui che sarebbe diventato suo marito. Edoardo Scarfoglio, infatti, commentò negativamente la trama di quel lavoro sul giornale letterario Il libro di Don Chisciotte: «…si può dire che essa sia come una materia inorganica, come una minestra fatta di tutti gli avanzi di un banchetto copioso, nella quale certi pigmenti troppo forti tentano invano di saporire la scipitaggine dell'insieme». E sul linguaggio adoperato, aggiunse: «… vi si dissolve sotto le mani per l'inesattezza, per l'inopportunità, per la miscela dei vocaboli dialettali italiani e francesi». Lei, più tardi, riconoscendo che il suo “non scrivere bene” fosse da addebitare ai suoi studi cattivi, incompleti e all'ambiente, tenne a precisare: «Vi confesso che se per un caso imparassi a farlo, non lo farei. Io credo, con la vivacità di quel linguaggio incerto e di quello stile rotto, d'infondere nelle opere mie il calore, e il calore non solo vivifica i corpi ma li preserva da ogni corruzione del tempo».

Intanto i due si conobbero, lavorarono assieme nel Capitan Fracassa, si piacquero, si sposarono; una cerimonia (28/02/1885) celebrata da D'Annunzio su La Tribuna come fatto mondano del secolo. Che cosa lui, bello ed elegante, avesse visto in lei lo rivelò in una lettera ad un’amica: «Questa donna tanto convenzionale e pettegola e falsa tra la gente e tanto semplice, tanto affettuosa, tanto schietta nell'intimità, tanto vanitosa con gli altri e tanto umile meco, tanto brutta nella vita comune e tanto bella nei momenti dell'amore, tanto incorreggibile e arruffona e tanto docile agli insegnamenti, mi piace troppo, troppo, troppo.»

L’energia creativa di Matilde non si attenuò affatto con il matrimonio e le gravidanze dei quattro figli (due gemelli), da adulti diventati tutti giornalisti. Nelle già ricordate vicende editoriali di Scarfoglio, emerge la sua fattiva opera di cofondatrice, articolista e richiamo di firme illustri nei tre quotidiani aperti consecutivamente in tempi ristretti: il Corriere di Roma (1995), sfortunato tentativo di emulare in Italia il modello di diario giornaliero della stampa parigina, il Corriere di Napoli (1887), reso possibile dall’aiuto finanziario del banchiere Schilizzi, Il Mattino (1891), giustamente considerato la vera creatura dei due coniugi.

In quegli anni Matilde svariò più ancora sui temi riguardanti Napoli, un’autentica panoramica sulla città brulicante di sottoproletariato e piccola borghesia di fine ottocento, nel racconto di più lungo respiro e dettagliato del romanzo, ma alternato e spesso incastonato alla pennellata rapida e concentrata della novella e del bozzetto. 

Opere da ricordare sono: Il romanzo della fanciulla (1886), comprendente Scuola serale femminile e Telegrafi dello stato; Vita e avventure di Riccardo Joanna (1887), definito da Benedetto Croce “il romanzo del giornalismo”, spaccato sulla corruzione del mondo giornalistico; L'Italia a Bologna (1888); Fior di passione (1888); O Giovannino, o la morte (1889); Addio amore (1890); Il paese di cuccagna (1891), Castigo (1893); La ballerina (1899); All'erta sentinella! Racconti napoletani (1889), contenente il mirabile Terno secco sulla mistica dei bisognosi di affidarsi al gioco del lotto ; Castigo (1893); Nel Paese di Gesù. Ricordi di un viaggio in Palestina (1899); Giovanna della Croce (1901); Piccolo romanzo (1891); Il paese di cuccagna (1891), teso a spronare alla conciliazione tra le caste sociali della città, conviventi senza conoscersi; La donna dall'abito nero (1892; Gli amanti (1894); Le amanti (1894); Beatrice (1895); L'indifferente (1896); Donna Paola (1897); L'infedele (1897); Storia di una monaca (1898); Come un fiore (1900); Fascino Muliebre (1901); Lettere d'amore (1901).

Ma abbondarono anche i suoi servizi giornalistici: dalla cronaca rosa alla critica letteraria, dal particolare frivolo alla denuncia sociale, dai torbidi sottofondi di quartiere agli squarci di immagini sublimi, trattando moda, cibi, gusti, sport, nozze, nascite, lutti, freddo, caldo, feste d'alto lignaggio, festicciole rionali, balli, novità del progresso, usi, costumi, stagioni, carnevale, corse. Estremamente bisognosa – in quel suo scrivere male, in fretta e disordinatamente, da lei stessa riconosciuto – di una mutua compenetrazione emotiva con i lettori, inventò e poi mantenne nei vari giornali, per una durata complessiva di ben 41 anni, una semplice rubrica di “capricci mondani”, ma in sostanza di avvenimenti diversi, anche drammatici, a far da sfondo ai più salaci e vivaci “acquerelli”. Inizialmente intitolata “Api, mosconi e vespe”,  riapparsa con altri titoli e veste, dal 1896 si chiamò “Mosconi” anche dopo l’esperienza de Il Mattino: dialoghi, ricettari, capitoli, bozzetti firmati con lo pseudonimo “Gibus”.   

Due avvenimenti funesti, uno di vita coniugale, l’altro giudiziario, colpirono severamente la Serao nel pieno dell’attività professionale; la tragica conclusione della relazione di suo marito con Gabrielle Bessard (29/08/1894) ed il tentativo della Commissione d’inchiesta presieduta dal senatore savonese, giurista e politico della Destra Storica, Giuseppe Saredo (1900) di coinvolgere Il Mattino, e lei in particolare, nell’indagine a carico  dell’amministrazione comunale retta dall’assessore anziano Celestino Sulmonte, sospettato di aver avuto legami con la camorra.

La generosità con cui Matilde accudì ed allevò, dandole persino il nome di sua madre, la neonata depositata davanti alla porta di casa sua – al palazzo Ciccarelli, in via Monte di Dio – dall’amante del marito, prima che si suicidasse, mascherò soltanto il colpo al suo già tanto difficile legame coniugale, avviatosi poi a ben altri otto anni di sofferenza prima della frattura.  

Gli intenti della Commissione Saredo, inizialmente ben finalizzati ad individuare e colpire i politici cittadini macchiatisi in tema di risanamento, fognature, acquedotto del Serino, istruzione, bilanci, posero in seguito la loro massima attenzione su Il Mattino, nelle persone del direttore Scarfoglio e del redattore Serao, entrambi accusati di aver ricevuto soldi in cambio, il primo di favori, la seconda di posti di lavoro, unica ragione plausibile di guadagni extra che giustificasse un tenore di vita ritenuto superiore alle loro reali possibilità. Tale accanimento generò il fondato sospetto che fosse mosso dalla volontà di poteri centrali nazionalisti e filosettentrionali di punire il direttore del quotidiano per le sue aspre battaglie di stampa antigovernative d’ispirazione autonoma e progressista e per le sua intrinseca appartenenza alla classe media napoletana, tacciata d'inferiorità civile e culturale.

Scarfoglio difese strenuamente se stesso e la Serao, innanzi tutto pubblicando entrate, uscite e redditi loro e del giornale. In articoli furenti scrisse:

«I miei attellages sono costituiti da una vettura automobile acquistata due anni e otto mesi fa per 5.960 franchi, imballaggi ed accessori inclusi.» … «Le scuderie della signora Serao si riducono ad una vecchia carriola per ripararsi dalla pioggia, in un paese dove non c'è in piazza una carrozza chiusa, e ad un cavallo dell'Apocalisse: carrozza e cavallo valgono l'una e nell'altro 500 lire, e che ella ha avuto anche prima della fondazione del Mattino. Che la Signora Serao non si sia mai rovinata in toilettes, che non abbia mai avuto un gioiello, sono cose di notorietà europea.» … «Crede il Saredo sul serio che Matilde Serao si sia fatta pagare 200 lire da una guardia municipale per una raccomandazione ad un assessore? No, egli sa che le sarebbe bastato un articolo al “Figaro”, per risparmiarsi quest'avvilimento!»

Matilde tentò tre volte di creare in proprio un nuovo “prodotto” giornalistico.

Con l’aiuto del padre Francesco, fondò il Mattino–Supplemento, settimanale di letteratura, arte, scienze, sport, mode, ecc. che durò appena un anno (1894-1895), giacché mentre lei si trovava a frontegiare da sola quotidiano e settimanale, il marito Edoardo  si dava a viaggi, avventure e fantasie varie.

Nell’anno in cui la crisi fra i due si rese irreversibile (1899) progettò la creazione di un settimanale umoristico, Masto Rafaele, illustrato con pupazzetti, apparso di domenica (19/11/1899) dopo volantinaggio. Ma fu fatto subito oggetto di dileggio dall’equivalente Monsignor Perrelli, fondato nel giugno dell’anno precedente da Leandro Fontana, nel titolo ispirato alla fusione di due personaggi realmente vissuti a Napoli, entrambi monsignori e notissimi per la loro comicità, Filippo Perrelli, vissuto nella seconda metà del secolo XVIII che come revisore ecclesiastico perseguitò con acrimonia Antonio Genovesi e Pietro Perrelli, nipote ex fratre di Filippo, vissuto fra XVIII e XIX secolo. Colpita nella figura poco aggraziata dalle raffinate caricature del concorrente, Matilde fu costretta a chiuderlo (1901).  

Un mese dopo la separazione (3/04/1902) scrisse all’amico nobilotto Gegè Primoli, detto “Gegè ad Ariccia”, discendente per via materna dei Bonaparte, che in un palazzetto nel centro storico della cittadina laziale era il centro di tante attività mondane dell'aristocrazia e del mondo intellettuale in villeggiatura nella zona. Gli comunicava di aver fondato per distrarsi “dalla noia e dalla tristezza una piccola rivista”, La settimana (27/04/1902), rassegna di lettere, arte e scienze  con cui voleva imitare, in italiano, la Revue hebdomadaire francese7. Modesta e stampata male, dal costo esiguo, vi collaborarono i migliori letterati del tempo, Giovanni Pascoli, Luigi Pirandello, Luigi Capuana, Giovanni Verga, Gabriele D’Annunzio. Ma anche tale occupazione però non le bastava. Quasi del tutto estromessa da Il Mattino, la sua creatura, avendo in mente un nuovo quotidiano non si arrese e, con tenace volontà di rivalsa,  dette le dimissioni che, Scarfoglio pubblicò con un secco comunicato (13/11/1903).

Aveva intanto conosciuto un giovane avvocato, appena venticinquenne, Giuseppe Natale, con il quale formò una “nuova famiglia”, dando alla luce l’amata Eleonora, chiamata così in onore della Duse, sua amica di una vita.  Chiusa la rivista (27/02/1904), con il Natale fondò l’ennesimo quotidiano, Il Giorno (27/03/1904). Da lei diretto, ne rispecchiò pensiero e personalità, più pacato e meno polemico de Il Mattino – ormai rivale – riscuotendo un buon successo. Dopo la morte di Scarfoglio (1917) sposò il Natale e, alla morte di quest’ultimo, continuò da sola, con immutata passione, a scrivere e curarsi de Il Giorno.

Il nuovo quotidiano mantenne un atteggiamento assai cauto nei confronti della politica e della società, sia italiana che napoletana. Allo scoppio della prima Guerra Mondiale, si schierò per la neutralità dell'Italia. Avvenuta la scissione di Livorno e la nascita del partito comunista (1921), appoggiò i socialisti per favorirne l'ingresso al governo centrale e nell’amministrazione comunale. Assieme a Il Mondo di Amendola, fu solo ad individuare la pericolosità del governo fascista e l’imminente rischio della perdita della libertà. Fu poi cpstretto ad allentare la linea polemica, perché i piccolo-borghesi sovvenzionatori del quotidiano nutrivano simpatia per il regime. Ma la battaglia antifascista costò lo stesso alla Serao: il mancato gradimento di Mussolini servì a bocciarne la candidatura al premio Nobel, che infatti fu assegnato a Grazia Deledda.

Scrittrice e giornalista protagonista del rinnovamento della pubblicistica italiana negli anni cruciali tra Ottocento e Novecento, autrice di settanta opere, prima donna italiana ad aver fondato e diretto un quotidiano, morì a Napoli il 25 luglio 1927, al tavolo di lavoro, per un attacco cardiaco. Il Giorno chiuse le pubblicazioni appena un mese dopo (26/08/1927).

Il parere  critico sulla sua figura ha risentito a lungo del severo giudizio di Renato Serra, autorevole critico dell'epoca, che, riferendosi a certi romanzetti mondani di Matilde, non considerò la sua mera vocazione artistica nel dar voce a sofferenze e speranze del popolo napoletano.

Importanti furono però i consensi sul suo conto. Benedetto Croce le riconobbe «una fantasia mirabilmente limpida e viva». Giosuè Carducci la giudicò «la più forte prosatrice d'Italia». Momigliano la definì «la più grande pittrice di folle che abbia dato il nostro verismo». D'Annunzio le dedicò un romanzo. Pietro Pancrazi sulla quarta di copertina de Il paese della cuccagna annotò: «Tra cent'anni, quando non si sapesse più nulla di Napoli, questo libro basterebbe a resuscitarla». .Paul Bourget scrisse nella prefazione alla traduzione francese de Il paese di cuccagna: «Questo dono di vita, questa magìa di rappresentare delle persone reali ... tutto il turbinìo di intiere folle rumorose ... di un'intiera città! ecco la caratteristica di questa affascinante artista». Su La revue blanche la sua firma si trova tra collaboratori come Proust e Apollinaire. Il suo traduttore francese era Georges Herelle, lo stesso di D'Annunzio. L’Università di Padova, inserì la sua bibliografia nel progetto Le Autrici della Letteratura Italiana.

Alla sua produzione del ‘900 appartengono:  Suor Giovanna della Croce (1901); La Madonna e i Santi (1902); Novelle sentimentali (1902); L'anima dei fiori (1903); Storia di due anime (1904); Santa Teresa, Giannetta (1904); L'Italia e Stendhal (1904); Saper vivere. Norme di buona creanza (1905); Tre donne (1905); Sognando (1906); La leggenda di Napoli (1906); Sterminator Vesevo. Diario dell'eruzione. Aprile 1906 (1906); Dopo il perdono (1906); Dopo il perdono, Dramma in quattro atti (1908); Lettere di una viaggiatrice (1908); I capelli di Sansone (1909); San Gennaro nella leggenda e nella vita (1909); La Dernièrefée. Conte pour les enfants (1909) ; Il Pellegrino Appassionato (1911); Evviva la guerra! Primavera Italica (1912); La mano tagliata (1912); Ella non rispose (1914); Idillio di Pulcinella (1914); La leggenda di Napoli e Piccole Anime (1916); Parla una donna. Diario femminile di guerra. Maggio 1915-marzo 1916 (1916); Temi il leone (1916); La vita è così lunga (1918); La moglie di un grand'uomo (1919); Ricordando Neera. Conferenza tenuta il 10 maggio 1920 a Milano (1920); Preghiere (1921); Mors tua... romanzo in tre giornate (1926).

Nel 1977 è stato pubblicato suo un romanzo inedito e incompiuto, L’ebbrezza, il servaggio e la morte, storia di un adulterio nella Roma tardo-d’annunziana.

Stefanile scrisse di lei: «Matilde Serao coincide con il ritratto della città, il ritratto segreto e commosso, trepidante e acceso, vibrante e straziato di una città che esprime la sua grandezza non già attraverso l'opulenza ed il sorriso, ma con la miseria ed il pianto

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