QUALE NAPOLI RACCONTARE?

A ricordo di Silvia Ruotolo

di Elio Barletta

Mercoledì scorso ricorrevano esattamente diciassette anni da quel drammatico 11 giugno 1997 in cui Silvia Ruotolo, la trentanovenne signora – nata e cresciuta al viale Michelangelo – perse la vita, a pochi passi dal cancello d’ingresso all’atrio del palazzo in cui abitava, in salita Arenella 13/A, colpita da un proiettile vagante sparato dalla pistola di un cammorrista. Era la moglie di Lorenzo Clemente, sposato nel 1985. Tornava a casa tenendo per mano Francesco, il figlio di 5 anni prelevato dall’asilo della scuola “Maiuri” di via Francesco Nuvolo, costeggiante la chiesa dell’Immacolata. Dal balcone del loro appartamento al 9° piano la vide cadere a terra sua figlia Alessandra, la primogenita di 10 anni, oggi avvocato e dal gennaio 2013 nominata assessore comunale alle Politiche Giovanili dal sindaco De Magistris.  

Un commando di camorra del clan di Giovanni Alfano – vecchio boss dei quartieri Vomero e Arenella – irruppe per falciare il clan avverso dei due fuorusciti ribelli Antonio Caiazzo e Luigi Cimmino. Credendo di individuare in uno di due uomini sorpresi a conversare il Cimmino – pregiudicato di via della Cerra – fecero fuoco, uccidendo Salvatore Raimondi e ferendo Luigi Filippini, due suoi affiliati. Forse sotto l’effetto della droga, spararono ancora all’impazzata, colpendo alla spalla Riccardo Valle, un giovane studente universitario rimasto ferito, e di rimbalzo, allo zigomo sinistro, la povera Silvia subito morta.

Uno dei killers, Rosario Privato – arrestato il 24 luglio dello stesso anno in Calabria – collaborò in modo determinante per l’individuazione degli altri complici. Dopo le indagini preliminari condotte dal giudice Raffaele Marino e dopo l’inchiesta della sezione omicidi condotta dal futuro capo della squadra mobile Vittorio Pisani, questore Arnaldo La Barbera, furono presi tutti. L’11 febbraio 2001 la 4a sezione della Corte d’Assise di Napoli, presieduta da Giustino Gatti, con pm Carlo Visconti e Luigi Gay, condannò all’ergastolo Giovanni Alfano (il mandante), Vincenzo Cacace, Mario Cerbone, Raffaele Rescigno (l’autista del commando) e Rosario Privato. Nel 2011 la Corte d'Assise d'Appello, presieduta da Omero Ambrogi, condannò anche Mario Cerbone, l' ultimo imputato con procedimento ancora aperto e rese definitive le altre quattro condanne.

L'11 luglio 2007, la 12a sezione del Tribunale Civile di Napoli decretò un “significativo risarcimento” per i familiari di Silvia Ruotolo, primi in Campania a beneficiare del Fondo di solidarietà per le vittime di reato di tipo mafioso, che, nelle volontà di un comitato a Lei intitolato e dell'Associazione Libera, servì per finanziare una fondazione onlus dedicata ai ragazzi a rischio, costituitasi l’11 giugno 2011, sempre a Suo nome, con il motto “Tutto ciò che libera e tutto ciò che unisce in memoria di Silvia Ruotolo”.

Donna che nella sua breve vita aveva già dato segni di solidarietà cristiana e sociale, con la sua scomparsa è diventata un seme piantato nel terreno per generare un albero, fiori, frutti.

A suo ricordo, proprio mercoledì scorso, promosse dalla Fondazione e da Comune di Napoli, 5a

Municipalità, Ufficio  Scolastico Regionale, Associazione Libera, Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti, FAI (Federazione Antiracket Italiana), si sono avute diverse manifestazioni:

·         ore 12.00, assegnazione del nome “Silvia Ruotolo” al plesso di via Nuvolo;

·         successiva deposizione di fiori all’apposita targa nell’aiuola centrale di piazza Medaglie d’Oro e concerto dell'orchestra della Scuola  Media Viale delle Acacie;

·         ore 17.00, chiesa dell'Immacolata, messa di don Luigi Ciotti e don Tonino Palmese;

·         ore 19.00, Teatro Acacia, conferimento del “Premio Silvia Ruotolo” per la 1a edizione al prefetto Giuseppe Romano e a Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, seguito dallo spettacolo “Silvia e i suoi colori” di Roberto Russo, regia di Agostino Chiummariello. 

A commento della cerimonia presso il plesso della Maiuri, Luigi De Magistris ha dichiarato:

«Oggi è una giornata di ricordo, ma anche di impegno per dimostrare che la legalità non va solo annunciata, ma deve camminare con le gambe, i cuori, i cervelli. Silvia c'era, c'è e ci sarà sempre. Intitolare una scuola a Silvia è un modo concreto non solo per ricordare, ma per dimostrare che c'è chi in città semina legalità». Sottolineando «il profondo legame» che lo lega al marito Lorenzo Clemente e ai figli Francesco e Alessandra, oggi assessore ai Giovani del Comune di Napoli, il sindaco ha evidenziato che «questi ragazzi non si sono rassegnati, non si sono piegati, ma anzi hanno lavorato e hanno seminato legalità mettendoci la faccia. Voglio  che, contro la camorra, Napoli e i napoletani si schierino, ci mettano la faccia perchè c'è ancora un tasso di indifferenza che è più pericoloso dei camorristi».

Concordo pienamente con quanto affermato, con la sua solita scandita oratoria, dal Primo cittadino. L’averlo qui riportato ne è la dimostrazione. Troppa è l’indifferenza in molti concittadini, ma fra loro c’è da distinguere: innanzi tutto i più in vista, più celebri, più capaci, più fortunati, più agiati, prevalentemente dediti alle “loro” questioni, non curanti di altro; aggiungiamovi i tanti, molto più numerosi, per nulla noti, ma ugualmente attivi ed operosi, rispettosi della legge, ma che, date le “circostanze ambientali”, si fanno, come suol dirsi i “fatti loro”; aggiungiamovi infine – purtroppo la maggioranza – i tanti che non hanno affatto il concetto della “legalità” e che nelle vertenze vanno spesso dagli avvocati se hanno il sentore di trarne vantaggio, altrimenti ricorrono ad altri rimedi, molto più persuasivi ed immediati.

Il quartiere dove è stata uccisa Silvia Ruotolo il 23 settembre 1985 fu funestato da un altro orrendo delitto e non è superfluo ricordarlo qui. Il giornalista de Il Mattino Giancarlo Siani, per avere con le sue preziose “inchieste” dato fastidio a tanti, non solo “malavitosi”, mentre parcheggiava alle 20.50  la sua Citroën Méhari sotto casa, in piazza Leonardo – Villa Majo, fu massacrato da dieci colpi di Beretta da 7,65 mm, tutti diretti alla testa. Una lapide fu posta sul muraglione delle rampe “della Cerra” che furono perciò intitolate a Siani, proprio di fronte alla salita le cui targhe civiche ancora segnano come “Arenella”, malgrado che nell’ormai lontano 25 settembre 2012, per approvazione unanime del Consiglio comunale sia stata dedicata alla Ruotolo.

Tale assurda dimenticanza ne richiama un’altra: la mancata ricollocazione della targa segnalante l’inizio in discesa di via Salvator Rosa, rimossa anni fa per lavori ad una facciata; tale omissione fa credere a molti estranei alla zona che via della Cerra prosegua fin giù, alla confluenza con via Battistello Caracciolo.

Entrambe le dimenticanze, in aggiunta al mare di cartacce dei passanti sui marciapiedi, alle cicche di sigarette di fumatori e fumatrici dei piani superiori, agli escrementi di cani non rimossi da padroni però muniti di palette, agli oggetti ingombranti scaraventati in vari angoli di strada senza avvisare l’Asia, al saltuario passaggio di spazzini per una finta pulizia, alle auto parcheggiate in divieto di sosta per ore senza applicazione delle ganasce utilizzate qualche anno fa, alle motorette percorrenti contromano via Salvator Rosa alta, all’assoluta mancanza di controllo dei vigili urbani e di forze dell’ordine, sono tutte prove che nella fitta concentrazione abitativa che si estende ai margini dei quartieri Vomero, Arenella, Avvocata, gli Enti locali e lo Stato non ci sono. Ed è un vero peccato, perché tale zona, storicamente e artisticamente importante, acquistò un aspetto più che dignitoso con la nuova stazione della metropolitana e con un impianto di illuminazione stradale fra i migliori di Napoli.

Soltanto nel pomeriggio del 24 e nelle prime ore del 25 settembre di ogni anno, un’insolito via vai di carabinieri, poliziotti, vigili, addetti ai giardini ed alla nettezza urbana cerca di riportare tutto alla normalità in vista della cerimonia di commemorazione del sacrificio del povero Giancarlo ai piedi della lapide alla presenza delle massime autorità ed associazioni pubbliche,trascorsa la quale tutto ritorna come prima. Quando si vuole le cose si fanno, ma non nell’interesse dei cittadini, bensì per le apparenze di buona amministrazione. Lo stesso avverrà l’11 giugno per l’indimenticabile Silvia.

Scrivo queste note abitando con mia moglie da 23 anni in zona. Facciamo parte di quella minoranza di cittadini – la quarta categoria prima non citata – che, per applicare nel quotidiano le raccomandazioni che ci fa il sindaco, subisce il distacco dei più e talvolta la ritorsione (anche delinquenziale) di qualcuno. Quando ci hanno danneggiato l’auto per non aver pagato una mazzetta per un presunto contributo a lavori inesistenti o quando ci hanno asportato la pulsantiera del microascensore oleodinamico installato solo da noi due, a nostre spese, dopo una lunga trafila di permessi e di lavori particolarmente onerosi, perché lo volevano usare gratis, abbiamo sporto regolare denuncia. Ma alla domanda se avevamo dei sospetti, pur avendoli, ma senza testimonianze, abbiamo dovuto rispondere negativamente onde evitare possibili querele. Riguardo all’ascensore, un maresciallo dei carabinieri e poi un ispettore di polizia ci hanno addirittura consigliato di cambiar casa o di mettere una gettoniera. Ovviamente, facendo loro presente che cercavamo da loro giustizia e non consigli. Non ne abbiamo tenuto conto. Malgrado i troppi anni sul groppone continuiamo ad opporci con il comportamento. Che cosa ci si chiede di più, a difesa della legalità?

 

18 giugno 2014

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