Napoletani di nascita o d’adozione

Enrico Pessina

di Elio Barletta

   

La strada la cui targa civica ricorda il personaggio in questione è una delle poche ad avere una denominazione coerente con il passato. L’attuale via Enrico Pessina fino ai primi sedici anni del Novecento – per la sua pendenza e per il suo svilupparsi verso il Museo Archeologico – era denominata “salita Museo”. Le fu cambiato nome quando, con la morte dell’insigne giurista, filosofo e politico che vi aveva vissuto, studiato ed operato per quasi tutta la sua esistenza, la commissione per la toponomastica cittadina trovò sacrosanto dedicargliela.

Nacque a Napoli, il 17 ottobre 1828, nel vico della Carità. Si distinse sin da piccolo per la sua spiccata intelligenza. Ai margini del mito si racconta che, a soli dodici anni, addirittura alla corte della Regina Isabella – madre di re Ferdinando II – stupi studiosi e letterati per la sconfinata cultura mostrata. Resta inconfutabile la certezza storica  di due sue precoci pubblicazioni: a quindici anni, una perfetta traduzione dell’opera del francese E. Maret Saggio sul panteismo nelle società moderne; a sedici anni il suo saggio intitolato Quadro dei sistemi filosofici.

La sua felice parabola ascendente ha molti tratti in comune con i migliori figli della media borghesia napoletana esistita nella prima metà dell’Ottocento. Fece studi non solo giuridici, ma anche filosofici all'Università di Napoli, grazie all’aristocratico pensatore di Tropea, Pasquale Galluppi, professore di logica e di metafisica all’università di Napoli. Ne seguì le orme curando e pubblicando l'edizione postuma della Storia della filosofia (1844), un anno dopo la morte del filosofo calabrese (1844).  Per tradizione culturale della famiglia e per l’insegnamento ricevuto a scuola nutrì subito quelle idee liberali che portavano tutti i suoi consimili ad aver insofferenza per i Borboni ed attenzione per il sorgere del Risorgimento italiano.

La partecipazione ai moti popolari cittadini (maggio 1848) e la pubblicazione del Manuale di diritto costituzionale (1849) gli attirarono la diffidenza, prima, e le persecuzioni, poi, della polizia borbonica. Al termine di un lungo ed appassionante processo in cui aveva difeso, da avvocato, alcuni rivoluzionari, fu arrestato, tenuto in carcere per quattro mesi, cui seguirono due anni di domicilio forzoso in Ottaiano (l’attuale Ottaviano). Rientrato a Napoli, dopo qualche anno (1856) sposò Giulia, figliuola del grande Luigi Settembrini, che all’epoca dell’evento era recluso a Santo Stefano. Di nuovo arrestato (1860) per le sue relazioni con il rappresentante del governo sardo a Napoli, dopo due giorni di prigionia riparò a Marsiglia; di qui andò in esilio a Livorno dove risiedette per qualche tempo, prima di essere nominato l'anno dopo Professore di Diritto Penale nell'Università di Bologna con decreto di Luigi Carlo Farini, medico e politico dello Stato Pontificio per l'Emilia.

Con la caduta dei Borboni compì una lunga ascesa che lo portò a diventare uno dei più grandi protagonisti dell’Italia unita: sostituto procuratore generale presso la gran Corte criminale di Napoli, segretario generale nel dicastero di Grazia e Giustizia, più volte deputato al parlamento, senatore (dal 1871), vicepresidente del senato (1889), ministro di Agricoltura, Industria e Commercio (1879) nel governo di Benedetto Cairoli, ministro di Grazia e Giustizia e Culti (1885) nel governo di Agostino Depretis, infine ministro di Stato (1914); socio nazionale dei Lincei (1899); membro residente dell'Accademia Reale di Napoli; presidente dell'Accademia Pontaniana di Napoli; socio di molte altre accademie italiane e straniere.

Morì a Napoli, il 24 settembre 1916.

Delle sue opere si ricordano: Trattato di penalità generale secondo la legge delle Due Sicilie (1858); Trattato di penalità speciale secondo la legge delle Due Sicilie (1859); Elementi di diritto penale (3 voll., 1865); Il naturalismo e le scienze giuridiche (1876); La scuola storica napoletana nella scienza del diritto (1882); Manuale del diritto penale italiano (3 voll., 1893-95); Manuale del diritto pubblico costituzionale (1900), con prefazione di Giorgio Arcoleo e introduzione di Ignazio Tambaro; La crisi del diritto penale nell'ultimo trentennio del sec. XIX (1906); Il diritto penale in Italia da Carlo Beccaria fino alla promulgazione del codice vigente (1906); raccolte di scritti varî (3 voll., 1899) e dei discorsi (7 voll., 1914-16). Promosse e curò l'Enciclopedia del diritto penale italiano. Fondò la rivista giuridica "Il Filangieri" (1875) con il giurista e poeta napoletano Federico Persico.

La sua grande apertura verso orizzonti più vasti di quelli del diritto, non gli impedirono di avversare il positivismo filosofico e metodologico applicato alle scienze giuridiche e l'empirismo semplicistico di antropologi, psicologi e sociologi criminalisti. Autorevole esponente della Scuola Classica del diritto, da Guardasigilli compilò un proprio progetto che pose le basi del successivo Codice Penale che prese nome dal ministro di Grazia e Giustizia Giuseppe Zanardelli, perciò detto  “Zanardelli” (1/01/1890). Tale codice, realizzando l’effettiva unificazione legislativa del Regno, aboliva la pena di morte, consentiva una limitata libertà di sciopero ed introduceva la libertà condizionale, il principio rieducativo della pena e l’aumento della discrezionalità del giudice.

Il lavoro di Enrico Pessina in relazione al vecchio codice penale del 1889, si articolava in tre capitoli: il  primo sulla situazione italiana all’atto dell’unificazione; il secondo sulla caduta della Destra storica e il conseguente avvento della Sinistra; il terzo sulla dicotomia tra Scuola Classica e Scuola Positiva nell’elaborazione del codice penale “Zanardelli”.

Fu tra i protagonisti assoluti esistiti a cavallo fra Ottocento e Novecento che si occuparono  dell’abolizione della pena di morte. Si ricorda ancora che nelle sue lezioni di Diritto e Procedura Penale – evidenziando l’aumento dai primi decenni del XIX secolo degli argomenti a sostegno dell’abolizione della pena di morte – affermava che, a suo parere, erano tre i motivi salienti che giustificavano il mantenimento della stessa e della sua applicazione: la “Scuola teologica reazionaria”, la “Dottrina del timore”, la “Dottrina della giustificazione intrinseca della pena”. La sua acuta analisi di tali indirizzi portava alle seguenti –  qui sintetizzate – conclusioni.

La Scuola teologica reazionaria, concentrava la sua attenzione sull’elemento religioso onde poter suscitare in un Paese come il nostro, prevalentemente cattolico, un interesse maggiore della collettività per l’accettazione incondizionata della pena di morte, quando non fosse esageratamente esasperata, considerata, secondo la giustificazione teologica, come diretta volontà di Dio per la redenzione dei peccati commessi dai colpevoli.

La Dottrina del timore si fondava invece sulla “necessità della pena di morte” come strumento imprescindibile per la conservazione dell’ordine pubblico e della sicurezza, strumento che, avendo la capacità di intimorire le genti, funzionava da formidabile deterrente. Senza dover scomodare Rousseau e il suo Contratto sociale, nella realtà dei fatti, tutte le argomentazioni tendenti a legittimare e giustificare l’applicazione della pena di morte altro non erano che mezzi per tutelare il potere costituito di principi e sovrani.

La Dottrina della giustificazione intrinseca della pena ricercava il fondamento e la ragion d’essere nella cosiddetta Legge del Taglione (di biblica memoria), osservata tutte le volte che la pena veniva inflitta ed eseguita. Tale dottrina, derivante dalla “Dottrina della giustizia retribuitrice” di scuola tedesca, propugnava una giustizia intrinseca della pena. Cancellando tutti quei traguardi così faticosamente raggiunti in materia da tutta una colta dottrina penalistica tramandata da Beccaria in poi, si riduceva a due considerazioni di recente sviluppo che Pessina così spiegò:

«La prima di esse è che la pena di morte essendo indispensabile pe’ reati militari, l’abolizione di essa o porterebbe un’ingiustizia abolendola per gli assassini e mantenendola in vigore per gl’uomini che commettono taluni reati speciali non appartenenti alla categoria dei più atroci reati, o produrrebbero uno sfasciamento degli eserciti che sono la forza delle nazioni. L’altra considerazione è che in fondo tutta la questione si riduce a vedere se vi siano realmente dei delitti pei quali la coscienza giuridica del popolo richiede la pena di morte, cosicché ness’altra pena la satisferebbe”.»

Entrambe le considerazioni argomentate, per Pessina dovevano ritenersi respinte: la prima perché non si poteva accettare la giustificazione dell’applicazione della pena di morte richiamando la disparità di esito fra diritto penale militare e diritto comune, disparità che, per l’eccezionalità del primo, si poteva benissimo annullare soltanto abolendo totalmente la pena capitale; la seconda perché il ritenere giusta la pena di morte in quanto esigenza invocata dalla “coscienza giuridica del popolo” non poteva escludersi a priori che tale esigenza fosse il frutto di un macroscopico errore. Pessina, infatti, riteneva utile che per poter giungere ad una legge abolitiva della pena di morte, fosse necessario che la collettività se ne persuadesse anche se non sempre – ed era il primo a riconoscerlo – la volontà dei più coincideva con una giustizia assoluta. Anzi, il Maestro aggiungeva, se l’opinione popolare venisse accettata incondizionatamente dal mondo giuridico si rischierebbe il ritorno “all’opinione come criterio di giustizia, alla giustizia variabile secondo i tempi ed i luoghi”.

L’avvocato Giovanni Porzio ricordando il suo incontro con Enrico Pessina nel 1915, nella sua casa di Napoli alla salita Museo, scrisse: «Dal tavolo del suo lavoro … in quella sua biblioteca silenziosa, nella raccolta luce di una lampada velata, quel vecchio carico di anni e di storia, con una berretta di seta sul capo, agitato da un lieve tremito e dalla passione infaticabile … mi parve un venerando sacerdote d’un mistico rito, celebrante i supremi colloqui». 

Un suo busto è  conservato nella Villa comunale di Napoli.



 

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