Napoletani di nascita o d’adozione

Nicola Amore

di Elio Barletta

   

Tra le case di Roccamonfina – il comune casertano, 30,9 km2 di superficie, 3705 abitanti, 612 m sul livello del mare, versante orientale del massiccio omonimo rivolto al Volturno – il 18 aprile 1828, nacque il piccolo Nicola, predestinato ad un’ascesa brillante di vita tipica delle famiglie potenti dell’epoca: avi aristocratici, i conti Amore; buon radicamento sul territorio; primi anni di scuola in collegio religioso, a Maddaloni; proseguimento degli studi a Napoli; distacco dalla terra natìa difficile, ma deciso, di carattere fermo e personalità matura; iscrizione alla facoltà di giurisprudenza; esperienza di stenografo al parlamento napoletano (1848–49); conseguimento della laurea (1850); esercizio della professione di avvocato penalista; ingresso in magistratura come giudice civile (8/08/1860); adesione al gruppo dei liberali moderati e unitarî detti "piemontesi". Dopo l'ingresso a Napoli di Garibaldi gli arrivò la nomina a segretario generale della questura e poi a questore (1860–1867), carica tendenzialmente affidata a storici, giuristi, alti magistrati che anticipassero – nello spirito della costituzione napoletana del 1799 – il moderno concetto di polizia dedita al cittadino per garantirne tutti i diritti naturali e civili.

Dovette fronteggiare un brigantaggio che aveva esteso la sua influenza fino alla periferia della città, una camorra già prevalente nella vita urbana e nella stessa Pubblica Sicurezza, infestata da loschi individui immessi – sciolta la vecchia polizia – dal clientelismo del ministro liberale di Francesco II, Liborio Romano, e del successivo governo unitario provvisorio, mentre cresceva l'instabilità politica per le intemperanze di gruppi repubblicani, clericali e filo borbonici.

Con notevole energia inferse un duro colpo alla malavita, ottenendo l’arresto di uno dei principali esponenti, un certo Ciccio Cappuccio, e una drastica epurazione tra funzionari ed agenti della questura di Napoli, quattrocento dei quali, sospettati di collusione, li mandò al domicilio coatto a Fenestrelle. Aderendo anche al gruppo dei “toscani” di Bettino Ricasoli – con Massimo D'Azeglio suo politico di riferimento – si adoperò in misure rigide, anche se non estreme, che fecero scalpore.

In applicazione della legge sulle Congregazioni, dispose lo sfratto per mezzo della forza pubblica delle monache del monastero della Sapienza, subendo conseguentemente la scomunica per “violazione di luogo sacro e scandalo pubblico”. Ordinò poi l’arresto in ferrovia (9/01/1863) della principessa Barberini–Colonna di Sciarra, che recava lettere cifrate di un noto agitatore borbonico, tale Gabriele Quattromani, al duca Caracciolo di Brienza rifugiatosi a Roma. Da quelle lettere poté procedere all’ulteriore arresto di numerosi altri nobili napoletani.

Candidato alle elezioni politiche (ottobre 1865), fu eletto nel collegio di Teano. Si trasferì pertanto a Firenze, capitale temporanea, ma quando il Ricasoli costituì il suo secondo ministero, fu da lui chiamato alla direzione generale della Pubblica Sicurezza (agosto 1866) – quasi un attuale ministero – per la quale lasciò la carica parlamentare. Rispetto ai tumulti palermitani (settembre 1866) non condivise il luogo comune che si trattasse di una congiura borbonico-clericale, ritenendoli invece “l'ultima conseguenza di sei anni di un'amministrazione civile e giudiziaria, alle quali non è epiteto di censura che basti" (lettera a Marvasi, 28/10/1866).

Da questore inseguì il sogno di individuare, nelle nuove generazioni di italiani, patrioti e benemeriti della causa unitaria, quei requisiti morali, culturali e professionali idonei alle responsabilità della questura. Impresse nell'Istituzione una cultura giuridica liberale secondo le direttive per i funzionari di P.S. (1867) – le cosiddette “Istruzioni Ricasoli” – dal nome del Ministro dell'Interno dell’epoca, ma concepite e redatte proprio da lui. Figura ed impegno professionali degli assunti dovevano mostrare qualità morali, vita pubblica e privata irreprensibili, assoluta imparzialità nell'applicazione della legge, partecipazione sociale, collaborazione con i cittadini, rispetto delle prerogative dell'autorità giudiziaria, obbligo di consegna ad essa degli indagati trattenuti oltre le 24 ore.

 

Caduto il gabinrtto Ricasoli (aprile 1867), lasciò il Ministero degli Interni. Fu rieletto deputato – sempre per il Partito Liberale Gruppo Destra – a Campobasso (1867), a Napoli (1870), a Sansevero (1874), senza distinguersi particolarmente. Battuto nelle successive elezioni (1876) per il crollo della Destra, si dedicò all’attività di penalista diventando il principe indiscusso degli avvocati napoletani. W. Wesley Pue e David Sugarman, eminenti studiosi di storia legale, nel 2003 hanno scritto di Nicola Amore avvocato:

«Il suo modo di competere “alla sbarra” è stato paragonato da alcuni ad un torrente selvaggio, che trascina con sè, con forza, tutto ciò che trova sul suo percorso, lungo scogliere e abissi, giù nella valle. Altri hanno paragonato il suo stile all’eruzione del Vesuvio, che travolge tutti gli ostacoli con il suo fiume di lava. Ancora, altri lo hanno avvicinato al famoso oratore francese Mirabeau. Amore è stato considerato un artista nella sua scelta della strategia di difesa. I suoi ammiratori hanno elogiato le sue orazioni, bene strutturate sul piano dialettico, arricchite di conoscenze tecniche, scientifiche e letterarie, con cui egli tendeva a costruire colpi di scena che gli permettevano di drammatizzare il suo caso. Si diceva che Amore incarnasse la speranza per molti, ma l’orrore per i suoi oppositori, che egli attaccò valorosamente, in modo non diverso da come il generale Garibaldi del Freischaren aveva attaccato i suoi rivali».

Con una formazione clericomoderata si ripresentò alle elezioni amministrative (1883), vincendole per l’insipienza degli avversari. Divenne così Sindaco di Napoli (1884) quando da poco il terremoto di Casamicciola aveva procurato settemila vittime. Dovette occuparsi di una città – ex capitale di fama mondiale – priva dei servizi igienici più elementari, di ospedali per malattie infettive, di cimiteri, di acqua, con una popolazione strabocchevole addensata nei mefitici "bassi" dei quartieri Porto, Pendino, Mercato e Vicaria. Amministrando finalmente in modo onesto e competente, proseguì ed intensificò l’opera di bonifica storicamente nota come “Risanamento” i cui primi interventi si erano già avuti sotto il regime borbonico. Nel primo anno (1884) iniziò i lavori di costruzione degli scarichi delle acque, autodefinendosi “amministratore delle fogne” e, quasi contemporaneamente, organizzò i soccorsi per il sopraggiungere dell'epidemia di colera che procurò oltre settemila vittime. Quando Umberto I di Savoia, intensamente ed innegabilmente prodigatosi nei provvedimenti, giunse a Napoli con il Presidente del Consiglio Agostino Depretis, non esitò a portarlo fin dentro il “ventre” urbano maggiormente colpito dal morbo, onde mostrargli drammaticamente condizioni e cause del contagio. L'abnegazione mostrata in tale sciagura gli fruttò la nomina a senatore (26/11/1884).

Proprio in occasione della visita del Re si affacciò il tema della bonifica dei quartieri bassi i cui principali fautori, oltre al Sindaco, erano il Ministro degli Esteri Pasquale Stanislao Mancini ed il Depretis, principale assertore di un radicale sventramento delle zone più flagellate dal colera.

Grazie all'approvazione della “legge speciale per Napoli” che riuscì ad ottenere dal Parlamento (1885), per cinque anni (fino all'ottobre 1889) Amore diresse con infaticabile energia e fervida eloquenza l'opera di rinnovamento della città, affrontando durissimi ostacoli, persino la scaramanzia della plebe dei “bassi” nell’opporsi a sventramenti e ripuliture dell’esistente.

Ricordando sommariamente le maggiori iniziative portate a termine da colui che fu definito “uomo del fare e non del dire”, risaltano l’impianto dell'acquedotto del Serino, l’inizio della costruzione dei nuovi rioni di Posillipo, Vomero, Arenella, Arenaccia, Vasto; l’apertura di nuove arterie, il prolungamento di via del Duomo sino al mare, la costruzione del corso Umberto, ossia il Rettifilo, la dotazione di un moderno sistema d'illuminazione a gas della città, la realizzarono del tunnel di Fuorigrotta e della galleria Umberto I. Non a caso, alla sua morte, gli fu intestata la piazza che per la sua configurazione architettonica i napoletani chiamano “e quatte palazze”, al centro della quale gli fu eretto un vistoso monumento che, in una notte del 1938, venne smontato e spostato nei giardini di piazza Vittoria – dove ancora deplorevolmente staziona – per permettere il percorso trionfalmente rettilineo al corteo con Mussolini ed Hitler (5/05/1938) che, predisposti alla guerra,  si recavano in via Caracciolo per assistere alla rivista navale della Marina Militare Italiana nel Golfo di Napoli.

Di tanto alacre e intelligente attività Amore ebbe pessima ricompensa; le sue iniziative avevano colpito troppi e non sempre limpidi interessi. Una forte coalizione di presunti danneggiati e di vecchi amministratori fece sì che alle successive elezioni amministrative (ottobre 1889) risultasse immeritatamente battuto. Colpito irreparabilmente nell’orgoglio, si ritirò ad una vita privata densa di amarezza ed isolamento. Nel 1892, anche per le sollecitazioni di Maria Maddalena De Cristofaro – la donna di donna di nobili origini che aveva sposato e dalla quale aveva avuto un'unica figlia, Carmina, sposatasi poi con Andrea Centrella, uno dei maggiori proprietari terrieri napoletani dell'epoca – si riavvicinò alla Chiesa cattolica, riuscendo ad ottenere da Roma l'annullamento della scomunica. Morì a Napoli, il 10 ottobre 1894. Un foglio manoscritto agli atti del Comune di Roccamonfina registra la nota ufficiale che annunciava alla popolazione un lascito finanziario di Nicola Amore, pari alla metà del suo intero patrimonio, per la costruzione di un “Ospedale del Popolo” nei suoi luoghi d’origine, regolarmente avvenuta.

Sono molte le onorificenze conferitegli, italiane ed estere, civili, religiose e militari da Ordini vari. Matilde Serao e Gianni Infusino lo definirono «forse il miglior sindaco che Napoli abbia avuto».  

Ma le obiettive risorse d’umanità, coerenza, onestà intellettuale, senso organizzativo di questo nostro illustre concittadino hanno subito di recente un sensibile oscuramento d’immagine dovuto ai fatti del 1863, verificatisi, quando Amore era questore di Napoli, nelle Officine di Pietrarsa, il Reale Opificio realizzato tra San Giovanni a Teduccio e Portici nel 1832 da Ferdinando II.

 

Lo stabilimento siderurgico, che incominciò a produrre materiale bellico e civile, si trasformò per editto reale del 1843, in fabbrica per la “costruzione delle locomotive, nonché delle riparazioni e dei bisogni per le locomotive stesse, degli accessori dei carri e dei wagons che percorreranno la nuova strada ferrata Napoli-Capua”, con l’'obiettivo di affrancarsi dalla dipendenza estera nella produzione dei rotabili necessari al piano di costruzioni ferroviarie approntato dal Tirreno allo  Jonio e all'Adriatico. In Italia, primo a produrre rotaie (al tempo chiamate, con termine inglese, raili ) ed uno dei due soli impianti industriali in grado di produrre locomotive a vapore, alla fine del Regno delle Due Sicilie (giugno 1860), occupava 1050 persone (820 civili e 230 operai militari), costituendo la maggiore fabbrica metalmeccanica italiana, superiore all’Ansaldo di Genova, seconda per dimensioni e per numero di occupati (480 operai).

 

Ma una crisi improvvisa e crescente di redditività nel triennio 1861–1863, dovuta essenzialmente al maggior costo di produzione dei prodotti siderurgici di provenienza estera e alle difficoltà economiche degli impianti con produzioni concorrenti, portò gli specialisti ed i politici dello Stato, ancora d’impostazione sabauda, a razionalizzare il settore privilegiando l’Ansaldo. Dato in affitto e ridotto nei posti di lavoro, Pietrarsa fu oggetto di scioperi e gravi disordini fino ad arrivare (6/08/1863) ad una carica di bersaglieri, carabinieri (forze armate storicamente piemontesi) e guarda nazionale che provocò 7 morti e 20 feriti gravi, le prime vittime della storia operaia italiana. Nelle carte del Fondo Questura dell'Archivio di Stato di Napoli, fascicolo 16, inventario 78, dai fogli 31 a 37, si legge che Nicola Amore, in una relazione al Prefetto, definisce “fatali e irresistibili circostanze” quegli accadimenti.

I filo borbonici d’oggi hanno scritto:

«Nel nostro bel paese accadono cose davvero strane: mentre a Nicola Amore sono state dedicate piazze e monumenti (la celebre Piazza Quattro Palazzi, lungo Corso Umberto, a Napoli, porta anche il suo nome, così come un suo busto marmoreo fa bella mostra di sé nei giardini di Piazza della Vittoria), niente di niente, né una lapide né una scritta, ricorda l’eccidio di Pietrarsa e i nomi di quei sette operai che in quel tragico giorno persero la vita.»



 

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