Giorno della Memoria (4)

Persecuzioni e tolleranze nel Medioevo ebraico italiano

di Elio Barletta

 

La tolleranza dei Romani per le comunità ebraiche sbarcate in Italia e il rispetto per la religione da esse osservata si tramandò anche ai Barbari giunti dopo la caduta dell’Impero d’Occidente. Sotto gli Ostrogoti di Teodorico (493–553), le condizioni fiorenti dei tanti ebrei insediati a Roma, Milano, Genova, Palermo, Messina, Agrigento, in Sardegna, non osteggiati neanche  dai papi, li fecero sentire quasi in dovere di ripagare tanta tranquillità battendosi per gli Ostrogoti contro le forze dell’imperatore Giustiniano, come nella difesa strenua di Napoli. Eccezion fatta per le minacce provenienti dall'Esarca di Ravenna, vissero in pace anche con i Longobardi (568–774). Sotto i Normanni (1000–1184 ) gli ebrei dell'Italia meridionale e della Sicilia godettero di libertà ancora maggiori, altrove ignorate: parità di diritti con i cristiani, accesso alle carriere professionali, giurisdizione indipendente.

Tale convivenza civile pacifica e costruttiva durò fino al secolo XI. Nel secondo millenno, con l'affermazione in Europa del Cristianesimo, sorsero seri problemi. La Chiesa prese subito un duplice atteggiamento: agli ebrei attribuì colpe di miscredenza e deicidio, ritenendoli responsabili della morte di Cristo, ma allo stesso tempo riconobbe il ruolo di popolo eletto al quale, attraverso i suoi stessi profeti, Dio aveva dettato l'Antico Testamento, base del Vangelo. Favorì quindi la loro progressiva emarginazione dalla vita civile, ma non soppresse la loro libertà di culto.

Papa Gregorio I, il noto Gregorio Magno, assicurò anche una particolare protezione, considerandoli stranieri. Lui ed i suoi successori, più i vari piccoli Stati in cui cui era suddivisa l’Italia, distolti dalle continue discordie interne ed esterne, erano troppo interessati ad assicurarsi i vantaggi dei mercanti ebrei per metterseli contro. Del resto, i grandi centri urbani come Venezia, Firenze, Genova, Pisa, privilegiarono i loro interessi economici rispetto alla dottrina della Chiesa e per i molti banchieri e mercanti ebrei fu relativamente facile gestire le proprie finanze. Tutte le trattative bancarie della Toscana le gestiva Iechièl di Pisa, un ebreo che aiutò molto i suoi correligionari esiliati dalla Spagna. Un nipote del lessicografo Rabbi Nathan Ben Jehiel amministrò la proprietà di Papa Alessandro III, che, al III Concilio Lateranense (1179), respinse le proposte antiebraiche di prelati ostili.

Agli ebrei non era concessa la proprietà di beni immobili; potevano esercitare solo il commercio della roba usata e godere di autorizzazioni per le condotte e per i banchi di pegno con prestito di danaro a tasso prefissato, ossia praticare l'usura purché moderata, vietata dalla Chiesa per i cristiani, ma che a loro spesso assicurava pure il diritto alla residenza. Il Vescovo di Mantova accordò quei permessi nientemeno a nome del papa. Il passaggio dall'economia del baratto a quella del mercato, nel controllo degli investimenti e della circolazione monetaria assicurava un ruolo finanziario e commerciale primario a chi lo deteneva. Il prestito occorreva ai nobili in bolletta, alle prime Signorie bisognose di finanziarsi per le guerre, al popolo minuto  per sopravvivere. La lievitazione degli interessi, però, portò parecchi ebrei a farsi la fama di ingordi usurai. Fioccarono allora le espulsioni, a Bologna (1172), a Trani (1380), a sud di Roma.

Il IV Concilio Lateranense (1215), sotto il pontificato di Innocenzo III (1198-1216), aggravò la situazione perché, oltre a scomunicare coloro che immettessero o mantenessero ebrei nelle cariche pubbliche, invitava a licenziarli se impiegati in uffici amministrativi o privati. Anticipando poi di otto secoli le disposizioni dei nazisti, stabilì che gli ebrei dovessero vivere in quartieri separati (col tempo, in Italia, chiamati ghetti) con porte di accesso da aprire all'alba e chiudere al tramonto, e che dovessero indossare sempre, in evidenza, uno speciale distintivo giallo (“rouelle”) da portare con un segno di riconoscimento: per gli uomini, cappelli di foggia e colore particolare (giallo o rosso) o un disco di panno sul mantello; per le donne, un velo giallo sul capo, come le prostitute. Quelle norme, mai attuate, rimasero in vigore per oltre un secolo.

Gli Ebrei, vari dei quali esperti medici apprezzati da nobili e regnanti, lasciarono numerose sono tracce nelle scienze, nell’esegesi biblica, in particolare del testo sacro Talmud, nella letteratura. In quella regione di approdo dell’antica sapienza greca ed araba che fu la Puglia bizantina dell'Alto Medioevo, visse Shabbetai Donnolo, uno dei più preparati medici del X secolo, tra i primi ebrei d'Italia che espresse un’ottima scrittura scientifica nella sua opera Sefer ha-Mirqahot, ritenuta il più antico testo di medicina scritto dopo la caduta dell'Impero romano.

Papa Niccolò IV (1288-1292) e Papa Bonifacio VIII (1294-1303) ebbero come medico personale l’ebreo Isacco ben Mordecai, detto il Maestro Gajo. Due secoli dopo, Guglielmo di Portaleone, uno dei più abili dottori di quel tempo e primo di una lunga serie di medici illustri della sua famiglia, curò re Ferdinando I di Napoli ed i membri delle case ducali degli Sforza e dei Gonzaga.

Arrivarono anche i poeti (1150): Shabbethai ben Mosè di Roma, suo figlio Jehiel Kalonymus, considerato come autorevole talmudista anche all'estero, e il rabbino Iechièl della famiglia Mansi (Anaw), anch’egli di Roma. Il filologo Solomon ben Abraham ibn Parhon, nel soggiorno a Salerno, compilò a un dizionario ebraico che favorì lo studio dell'esegesi biblica tra i suoi correligionari italiani. Varie altre figure, di media statura liturgica si segnalarono per un apporto teso a migliorare la cultura ebraica e ad approfondire lo studio del Talmud.

L’Imperatore Federico II, ultimo degli Hohenstaufen, utilizzò ebrei per tradurre dell'arabo i trattati di filosofia e astronomia, stimolando così l’emersione di intellettuali, filosofi, traduttori, scrittori come Judah Kohen di Toledo, poi della Toscana, e Jacob Anatoli della Provenza. Si studiò la Guida dei perplessi (Moreh Nevukhim), tra le opere di Maimonide, l’autore caro all’intellettuale e filosofo Hillel di Verona (1220-1295) che, a sua volta, mentre praticava medicina a Roma e in altre città italiane, traduceva in ebraico diverse opere mediche.

In Italia, altri ispirati allo spirito liberale di Maimonide furono Shabbethai ben Solomon di Roma e Zerachia Ḥen di Barcellona, emigrato a Roma. Crebbe negli ebrei italiani l’amore per la libertà di pensiero e la stima per la letteratura, l’adesione alla traduzione letterale dei testi biblici e l’opposizione ai cabalisti fanatici nonché alle teorie mistiche di Immanuel ben Solomon di Roma (noto come Immanuel Romano), amico di Dante Alighieri.

Influenzati proprio dalla poesia del Poeta, ricchi e potenti ebrei, per mero interesse o per adeguamento al cambio dei tempi, divennero mecenati di giovani correligionari che spronarono a dare il massimo di sé stessi. Tale azione fu particolarmente evidente a Roma, dove sorse una nuova corrente poetica ebraica, soprattutto con le opere di Leo Romano, traduttore degli scritti di Tommaso d'Aquino e autore di meritevoli opere esegetiche; con Giuda Siciliano, uno scrittore di prosa rimata; con Kalonymus ben Kalonymus, un famoso poeta satirico; con il già citato Immanuel. Su iniziativa della comunità romana, fu eseguita una traduzione in ebraico del commentario in arabo della Mishnah di Maimonide.

Quando il Papa Giovanni XXII stette per pronunciare un bando contro di loro, gli ebrei di Roma istituirono un giorno di digiuno e di preghiera pubblica per invocare l’aiuto divino. Re Roberto I di Napoli, che li favoriva, mandò un inviato al papa risiedente ad Avignone e riuscì ad evitare questo grave pericolo. Immanuel descrisse quell’inviato come persona di molto merito e  grande cultura. Tale periodo della letteratura ebraica in Italia fu di notevole splendore. Dopo Immanuel non ci furono altri scrittori ebrei d'importanza fino a Mosè ben Isaac da Rieti (1388).

 

La Chiesa cattolica sostenne per lungo tempo anche una serie di dicerie mostruose: la cosiddetta “accusa del sangue” che imputava agli ebrei il rapimento, la crocifissione, la mutilazione, le torture di bambini cristiani per cavar loro il sangue, berlo e usarlo per impastare il pane azzimo o nello svolgimento dei riti religiosi. Gli accusati erano sottoposti a spaventosi supplizi durante i quali molti morivano, altri alla fine si dichiaravano colpevoli per farla finita (come accadeva per le “streghe”). Papa Gregorio IX, nato Ugolino di Anagni, stilò la prima bolla pontificia (1235) che sconfessava tutto ciò. Altri undici pontefici ne seguirono l’esempio.

 

 

I papi da Alessandro VI Borgia a Clemente VII de’ Medici furono indulgenti nei confronti degli ebrei, avendo questioni ben più urgenti da risolvere. 

 

Quando gli ebrei furono espulsi dalla Spagna (1492), molti di loro trovarono rifugio in Italia, sotto la protezione di re Ferdinando I di Napoli. Uno di loro, Don Isaac Abrabanel, ricevette persino una posizione presso la corte napoletana, che mantenne sotto il re successivo, Alfonso II d’Aragona. Gli ebrei spagnoli vennero ben accolti anche a Ferrara dal duca Ercole I d'Este, e in Toscana grazie alla mediazione di Iechiel di Pisa e dei suoi figli. Ma a Roma e a Genova soffrirono la fame, la peste, la povertà e furono costretti ad accettare il battesimo per sfuggire alla fame. Spesso i profughi superarono in numero gli ebrei già residenti.

Dopo l'espulsione degli ebrei dalla Spagna (1492), circa 9.000 ebrei spagnoli impoveriti arrivarono ai confini degli stati papalini. Alessandro VI li accolse a Roma, dichiarando che avevano il “permesso di condurre la loro vita, libera da interferenze da parte dei cristiani, di proseguire i propri riti, di guadagnarsi la propria fortuna, e di godere di molti altri privilegi". Acconsentì anghe all'immigrazione degli ebrei espulsi dal Portogallo (1497) e dalla Provenza (1498).

Le comunità ebraiche di Napoli e di Roma ricevettero il maggior numero di profughi, ma molti  proseguirono poi verso Ancona, Venezia, Firenze e Padova. A Venezia, imitando le misure odiose delle città tedesche, fu a loro assegnato un quartiere speciale, cioè il ghetto.

I papi e molti dei più influenti cardinali apertamente violarono uno dei decreti più severi del  Concilio di Basilea, convocato da papa Martino V (1417–c 1431), cioè il divieto per i cristiani di consultare medici ebrei; anzi li sistemarono in importanti posizioni alla corte papale.

Edward H. Flannery (20/08/1912–19/10/1998, è stato un sacerdote nella Diocesi di Providence, primo direttore delle relazioni cattolico–ebraiche nel Comitato Episcopale degli Stati Uniti per gli affari ecumenici e interreligiosi, autore di L’angoscia degli ebrei: ventitré secoli di antisemitismo, pubblicato la prima volta nel 1965.

Intervistato sull’argomento, disse: «I Cristiani sono nella più completa ignoranza di ciò che è avvenuto agli Ebrei nella storia cristiana… Pochi sanno che dieci milioni di Ebrei sono stati uccisi prima che l'Olocausto ne uccidesse altri sei milioni…»

 

5 marzo 2014

 

   

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