Una mattina particolare

di Elio Barletta  

A fine ottobre di ogni anno, coinvolgendo la rassegnata mia moglie, mi accingo ad un compito che mito e tradizione ancora mi suggeriscono e che ancora non mi sono stancato di assolvere: la visita ai defunti. Lo faccio da quando, giovanotto, sostituii mia madre, ormai incline ad affaticarsi, nell’accompagnare al cimitero mio padre che non ci sentivamo di veder andare da solo, consci che quella passeggiata in solitudine fra le tombe di un uomo sensibile ai ricordi avrebbe potuto provocargli forti emozioni. Mete di allora, alcune cappelle della zona monumentale e la tomba dell’insigne botanico, avo materno, nel “Recinto degli uomini illustri”.   

La morte di zia Bianca sorella nubile di mia madre, un concentrato di estemporaneità ed effervescenza tutta napoletana, indusse quarant’anni fa i miei genitori ad acquistare al quarto piano della cappella di San Bonaventura, nel cimitero nuovo, quattro loculi: uno per la defunta, un altro per le spoglie dei suoi genitori (miei nonni) sepolte altrove, due altri ancora per se stessi. Sistemazione assai pratica che nell’avvicinamento di varie salme di famiglia implicitamente intendeva invogliare con un unico accesso le visite dei discendenti. A tale cappella si aggiunse presto quella della Resurrezione dove riposano i miei suoceri.

Quest’anno ci siamo andati di giovedì, di buon mattino, approfittando del bel tempo e del giorno feriale, un comodo treno della linea 1 del metro, più un autobus stipato di folla corretta ma ciarliera: chi dibatte sulla padrona di casa che ce ne vò mannà, chi sulla mancata assistenza a chella povera mammà, chi sul dilemma se Berlusconi è ‘nu vero santo on’omme ‘e niente. Via Santa Maria del Pianto ci accoglie ovviamente priva del grosso traffico delle ricorrenze, pochi vigili, poca gente, fiorai molto disponibili, per il solito rituale: l’acquisto di dodici fascetti di margherite, il cammino fino al cancello d’ingresso, la cappella dei miei, l’impiegato al pianterreno, una brocca d’acqua per i fiori, la scarsa cortesia dell’interlocutore. Poi la sorpresa: mancano ancora i ragazzi ai corridoi superiori. Il che significa che saliti al quarto piano, senza l’ascensore più volte promesso, dovremmo noi spostare una robusta e pesante scala di legno a pioli per raggiungere gli appositi portafiori a più di due metri d’altezza. «Secondo Lei, signora» chiede quel signore a mia moglie «chi pagherebbe la giornata ad un ragazzo?». Non rispondiamo ma ci compiaciamo intimamente nell’apprendere che le assunzioni si fanno pagando la giornata. Magari rispettando il contratto? Niente lavoro nero, dunque?

Una volta lassù, non ce la sentiamo di arrampicarci come negli ultimi due anni su quei pioli, distanti l’uno dall’altro di quasi quaranta centimetri. Il tempo passa anche per noi. Ma il caso o, se credete, una “volontà superiore”, ci invia una giovane benefattrice che involandosi su e giu per la scala con leggiadra disinvoltura, in pochi istanti dà ai nostri fiori la giusta collocazione. La matura signora con cui si accompagna, sua madre, trova intanto due spunti estremamente attuali per le quattro chiacchiere d’occasione: le difficoltà della figlia precaria, malgrado due lauree, un master, più anni d’insegnamento in una scuola delle “Serve della Misericordia” misericordiosamente retribuiti dal solo incremento di punteggio per le graduatorie; la crisi insorgente anche per le arciconfraternite delle cappelle funebri per il diffondersi della cremazione.

Giù per le scale degradanti verso Poggioreale i soliti contrasti dei cimiteri dei grossi centri urbani che fanno tanto rimpiangere i camposanti attorno alle pievi di montagna. Anche qui s’intravede Napoli: cappelle giganti sovrabbondanti di marmi; cappelle unifamiliari nuove ed eleganti, talune aperte per il riassetto; pareti intere di loculi esterni senza più nomi per la caduta degli intonaci; tumuli di pietra in completa rovina; bagni chimici lucenti di nitidezza; la solita vecchia ritirata nel solito stato di  autentica “latrina”; l’epigrafe di metà ottocento di un certo Salvatore per la perdita di Ninuccia figlioletta pur troppo cara; l’epigrafe per due coniugi senza data di morte, quindi ancora in vita, autodefinitisi lei figlia, moglie e madre esemplare e lui educatore di alti principi morali.     

Ma ecco, inaspettatamente, il tocco nuovo di zecca capace di ripagarci dell’intera mattinata. Stiamo per uscire dalla cappella dell’arciconfraternita di Santa Maria del Buon Morire (nome che è tutto un programma); vi riposano la mia nonna paterna Carolina e Teresina, sua figlia giovinetta, spazzata via dalla terribile spagnola del 1918.

Dalle scale metalliche che portano ai ballatoi superiori scende un uomo anziano, ma giovanile nell’aspetto, nell’andatura, nell’abbigliamento: cappellino sulle ventitré e sacca inforcata sulla spalla sinistra. «Noi siamo nati prima» ci fa avvicinandosi. «Noi siamo nati prima» ripete passandoci avanti. E rallentando, voltandosi, ammiccando, confessando i suoi 83 anni di età, inizia a riportare i dialoghi avuti con amici in crisi coniugale. «Mia moglie è molto cambiata» gli dicono. «Non è vero» risponde. «Nun è chella ‘e ‘na vota» insistono. «Nun è ‘o vero, è sempe ‘a stessa» ribatte. «Nun t’accuorge quante s’è fatta sprucida?» gli chiedono. «Era accussì pure tanne. Sì tu ca sì cagnato!» conclude. E venendo al suo matrimonio confessa: «Cu mia moglie me so appiccicato tanta vote. Una continuazione. Ce simmo pure vattute, ma po’ avimmo fatto pace. E simme sempe ghiute annanze assieme, comme si fosse niente…». Usciamo ormai fuori, in un viale alberato. Non passa anima viva. Due tecnici dei servizi elettrici stazionano in piedi e ci guardano incuriositi. L’uomo tace e si ferma costringendoci a nostra volta a fermarci. Ci fissa con il volto espressivo e pulito di un artigiano valido e onesto.

Poi, con voce flebile che va accrescendosi di tono con il ritmo delle parole, sciorina l’una dopo l’altra frasi che si rivelano essere versi rimati di una composizione poetica che parla di ‘na varca partute tantu tiempe fa…,  ‘nu viagge che facevamo nuie sule…, sotto ‘o sole, ‘e stelle, ‘a luna o cu ‘e tempeste..., tanta varche affunnate mmieze ‘o mare…, e tanta cumm’a nosta n’goppa a ll’onne..., ‘nu puorto addò avimmo arrivà, speramme assieme….

Quando il nostro menestrello si accorge di aver raggiunto lo scopo di calamitare la nostra attenzione, con molta semplicità ci confessa di non aver mai scritto poesie, di aver consultato vari libri per imparare a scrivere in dialetto, di recitare con orgoglio quei versi dell’unica poesia della sua vita. «Noi siamo nati prima», ribadisce e con un mezzo inchino ci saluta e si allontana sparendo nel verde, come un personaggio di Salvatore Di Giacomo.   

 

20 novembre 2013

 

 

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