Napoletani di nascita o d’adozione

Francesco Mastriani

di Elio Barletta 

I pochi dati anagrafici sulla stirpe di questo napoletano dell’Ottocento – ormai dimenticato – ce lo danno come terzo di sette figli nati dall’unione di Filippo Mastriani, un ingegnere, con Teresa Cava, già madre di Vincenzo e Gennaro, avuti da una precedente unione con Raffaele Giardullo. I primi due suoi fratelli erano Giuseppe e Ferdinando, gli ultimi quattro Giovanni, Raffaele, Marianna e Rachele.

Francesco fu giornalista, scrittore, drammaturgo, autore di grande successo dei cosiddetti romanzi d'appendice, popolare genere letterario in auge tra seconda metà dell'Ottocento e  pri-mi decenni del Novecento, indicato anche col vocabolo francese feuilleton (da feuillet, foglio, pagina di un libro). Tali romanzi uscivano su quotidiani o riviste, a episodi, pubblicati in genere la domenica, rivolti al grande pubblico allo scopo prevalente di sostenerne la vendita per più settimane. I critici di rango lo considerano un genere letterario di second’ordine.

La formazione letteraria di Francesco – nato a Napoli, il 23 novembre 1819 – si basò su un lnsieme di studi in istituti privati (1825–1835), l’ultimo presso don Raffaele Farina. Lì avrebbe letto tutta la biblioteca di classici esistente, 400 volumi di autori europei fra i quali Dante, Shakespeare, Rousseau, de Chateaubriand, Prévost d'Arlincourt, Cottin, Alfieri. Studiò greco, tedesco, materie mediche, storiche, letterarie. Suoi riferimenti napoletani furono Basilio Puoti, Francesco de Sanctis e, particolarmente, Saverio Costantino Amato.

Nell’anno in cui morì sua madre per colera (1836) esordì con un’ode manzoniana e, assecondando suo padre, si fece assumere dalla Società Industriale Partenopea di Carlo Filangieri. Si iscrisse alla facoltà di medicina (1837), frequentata per qualche anno, poi interrotta per intensificare la collaborazione con vari periodici già iniziata a fine anni trenta. Per Il Sibilo, giornale napoletano “di mode e di teatri”, iniziò a scrivere (1837) una molteplicità di articoli di costume, attualità, critica teatrale, bozzetti e la novella Il diavoletto (1838), una narrativa di tardo romanticismo, bizzarra, pittoresca, rivolta a intrattenere la borghesia napoletana: note di colore su paesaggi, emblematici concittadini, saggi pedagogici. Fu la prima produzione giornalistica, proseguita per anni (1869-1870) e raccolta nei due volumi antologici Novelle, Scene, Racconti.

Per il teatro scrisse i drammi Vito Bergamaschi, stampato e dato a Napoli al teatro Fiorentini dalla compagnia Monti e Alberti (1841) e Un'ora di separazione, più l’atto unico Scherzo comico (1840), sua prima opera in volume pervenuta. Il successo lo indusse ad allestire in proprio o a favorire riduzioni sceniche dei suoi romanzi, esibendosi anche da attore, per un nuovo teatro popolare napoletano ottocentesco che l’autore/regista Vittorio Viviani definì “mastrianesco”.

Alla morte del padre (21/04/1842) ne lasciò la casa di via Concezione a Montecalvario, inaugurando, con salita Infrascata, una serie incredibile di domicili – circa trenta – cambiati per insostenibilità dell’affitto o alla ricerca di alloggi meno angusti.

Conosciuta Concetta Mastriani, una cugina, in casa di un cugino (1840), con lei si fidanzò e si sposò (1844), ottenendo ben sette figli, tre dei quali morirono prematuramente: l’ultimo, Adolfo (1857); l’intermedio, Edmondo (1875); la prima, Sofia (1878).

Licenziatosi dalla Partenopea (1845), con il bagaglio culturale acquisito si dette a insegnare privatamente lingue straniere che approfondì facendo nelle ore libere la guida turistica, magri guadagni incrementati da un modesto impiego alla dogana, necessari per vivere, ma anche per poter acquistare la costosa documentazione indispensabile per l’attività del romanziere.

Furono gli anni peggiori vissuti: allo Scudillo (1845), dove gli nacque la primogenita Sofia (1846), scrisse il romanzo Sotto altro cielo (1847) e il racconto Lazzaro (1847), si impiegò come traduttore al quotidiano Il Tempo; in via Teatro Nuovo (1848); poi in casa del suocero, dove gli nacque Filippo; al Vico Lieto a Capodimonte; alla Salita Tarsia. Un po’ di benessere gli arrivò per la nomina (1851) a compilatore del Giornale delle Due Sicilie e de L'ordine.

Pur uniformandosi ai canoni del romanzo d’appendice, seppe adeguarsi ai mutamenti politici del Sud Italia e alla necessità di seguire i gusti del pubblico ed i problemi della società. La sua prima attività letteraria coincise con l’ultimo decennio borbonico, foriera di riconoscimenti ed incarichi ufficiali, da scrittore legalitario estraneo al Risorgimento ed avverso ad Illuminismo ed a Rivoluzione francese, in posizione conservatrice di rassegnata sottomissione all’ordine costituito. Tredici romanzi, pubblicati entro il 1860, prima sui giornali, poi raccolti in volume, di ambientazione aristocratica per assuefare i lettori piccolo-borghesi a modelli di vita elegante e sfarzosa in una società organizzata secondo una struttura centralizzata e gerarchica.

Privi di contrasti politico–sociali, moti insurrezionali, congiure di palazzp, narravano vicende avventurose, fra intrighi e patemi ricchi degli ingredienti gotici tradizionali – orrore, terrore, ossessione, smarrimento – con personaggi diabolici e misteriosi, propensi anche al delitto per emergere. Della narrativa gotica rifiutò le componenti forti: niente sacrilegio, incesto, connessione eros–religione; ricorso invece a etica tradizionale, amore romantico e sentimentale senza erotismo, valori della famiglia, adesione alla morale cattolica. Il meccanismo colpa–castigo dava ritmo all’azione con susseguirsi di colpi di scena e accumuli di tensione. L’eterna contrapposizione fra bene e male, buoni e malvagi, purezza e corruzione si risolveva a favore dei primi, inducendo i lettori a schierarsi fra i personaggi. Impiantate in una città come Napoli le trame diventavano sorprendenti per suspense ed alternanza fra dramma ed elegia.

Fu La cieca di Sorrento (1852) – un libro molto letto anche in pieno Novecento – a indirizzarlo al romanzo sociale, con la denuncia delle vistose disparità esistenti fra i ceti e della diffusa emarginazione di poveri e deboli. In quelle pagine trovarono posto – prediletti dal Mastriani – il malocchio e la jettatura, a cui, in un intero capitolo, attribuì le sue disgrazie personali: colera, morte dei sette figli, sfratti. Il nuovo corso proseguì con: Il conte di Castelmoresco (1853); Il mio cadavere, pubblicato a dispense (1852) e in volume (1853), primo romanzo giallo italiano; Federico Lennois (1852–1853); Matteo l'idiota (1856–1857); Acaja (1860); La poltrona del diavolo (1861); Le anime salvate (1862). Fallimentari furono, invece, le sortite nel teatro umoristico con Un destino color di rosa (1857), Quattro figlie da maritare (1859), Il mal di denti (1860) e nel romanzo storico con La comare di Borgo Loreto (1854).

Il successo, però, anziché sottrarlo all’indigenza, lo spinse dover scrivere freneticamente per soddisfare, nell’interesse di mercato, le esigenze di pubblico ed editori. Fu intanto colpito da un'epidemia di colera (1854). Traslocò quindi dal suocero (ottobre) e in via Santa Teresa degli Spagnuoli (dicembre). 

Pochi giorni prima dell’arrivo di Garibaldi a Napoli, malgrado l’arruolamento nella guardia nazionale e la cauta adesione alla causa risorgimentale, fu sottoposto ad epurazione ed estromesso dagli impieghi occupati e dal giornalismo di ampia diffusione. Ma dopo l’Unità, ossia negli anni Sessanta, cambiò gli obiettivi della sua creatività, rendendola più vivace ed originale. Restò nel romanzo d’appendice ma lo finalizzò ai problemi della società meridionale, delusa nelle aspettative di emancipazione, ed alla realtà socio-economica napoletana dei quartieri malfamati, trattando col distacco scientifico dell’antropologo–giornalista, ma anche con la partecipazione intensa del cittadino legato alla sua terra, le vicende del sottoproletariato urbano,  fra bische clandestine, commerci illeciti, sviluppi di epidemie varie, prostituzione fiorente, disperato affidamento al gioco del lotto, torbida vita nei bassi.

Con tale svolta collaborò ai giornali socialisti Libertà e lavoro, Libertà e giustizia, La Campana, interpretando l’umanitarismo cattolico-moderato della piccola e media borghesia, impiegatizia e professionale, interclassista nel contemporaneo rifiuto del capitalismo e della lotta di classe. Spuntarono altri romanzi di varia natura: il patriottico I lazzari (1865) – narrante l’evoluzione del popolano napoletano da “lazzaro” ad “industrioso operaio” – l’umoristico Le anime gemelle (1868) e, nell’ambito del settimanale La Domenica da lui fondato (1866), La figlia del croato (1866) e Un martire (1868–1869).

Un discorso a parte merita la cosiddetta “trilogia socialista”, tre opere non unitarie, meglio dette “studi” che romanzi – come nei sottotitoli – con note di costume o di cronaca rigorosamente tratte dal vero: I vermi. Studi storici su le classi pericolose in Napoli (1863–1864), seguìto da I figli del lusso (1866), sulla camorra; Le ombre. Lavoro e miseria (1868), sullo sfruttamento femminile; I misteri di Napoli. Studi storico-sociali (1869-70), l'opera sua più celebre, ambiziosa, complessa, viva. Nel titolo richiamava I misteri di Parigi di Eugène Sue, ma senz’alcun legame nei contenuti. Del resto, i romanzi sociali comparvero proprio a Napoli (1839) con Ginevra o l'orfana della Nunziata di Antonio Ranieri, subito sequestrato e reso clandestino.

Con la nascita del meridionalismo ed il disinteresse del pubblico per i “saggi”, Mastriani – professore di lettere al ginnasio Cirillo di Aversa nel primo e ultimo impiego fisso della sua vita (1874) – si reinserì nel giornalismo (1875) collaborando fino alla morte con Il Roma di Napoli. Fu un periodo fecondo di opere: i drammi Nerone in Napoli, in cinque atti e in versi (1876) e Valentina, in un prologo e quattro atti (1878); i romanzi storici Lo zingaro (1870), Giambattista Pergolesi (1874), Messalina.

Venuto meno l’impegno nel sociale degli anni Sessanta, in soli tre anni (1881–1883), si concentrò sulla cronaca quotidiana dei tanti mestieri e vicoli napoletani, spesso indicati nei titoli dei romanzi: La sonnambula di Montecorvino, La Medea di porta Medina, L’Ebreo di Porta Nolana, Il barcaiuolo di Amalfi, Caterina la pettinatrice di via Carbonara, Compar Leonardo di Pontescuro, La pazza di Piedigrotta.

Inquieti gli ultimi domicili: strada Fonseca (1880), palazzo Sant'Agostino alla Sanità (1883), salita Scudillo, via di Capodimonte, Penninata San Gennaro dei Poveri (1883–1889), Moiariello a Capodimonte (1889), San Gennaro dei Poveri (maggio 1890), largo Amoretti (agosto 1890, di nuovo San Gennaro dei Poveri (ottobre 1890), dove, tre mesi dopo, il 7 gennaio 1891, morì.

Degli ultimi romanzi diversi uscirono postumi come La comare di borgo Loreto (1894), Il figlio del forzato (1906), I delitti di Napoli (1907), La sonnambula di Montecorvino (1915).

Matilde Serao, alla notizia della sua morte, scrisse sul Corriere di Napoli (9 gennaio) un lungo, commosso articolo sulla fine oscura dell’Uomo, carico d’anni e di dolori familiari, distrutto dall’ossessivo ritmo creativo tenuto nell’illusione di uscire dalla miseria, non agevolato ma sfruttato dal giornalismo, aiutato solo dalla pietà di pochi. Nel definirlo un «martire della penna, fra i più forti e più efficaci nostri romanzieri», ne riconosceva l’innegabile «fattura grezza, disuguale, talvolta ingenua della sua opera», ma l’attribuva alla fretta nel dover scrivere per qualche lira al giorno. Gli riconosceva «una così fervida potenza d'invenzione dai rari riscontri» e sosteneva che «la qualità che più lo fa amare dal pubblico popolare, la qualità che tanti artisti, di lui cento volte migliori, non possiedono, è l'emozione». Concludeva, infine, che l’essersi il Mastriani a torto ed immodestamente paragonato a Emilio Zola come scrittore “verista”, poteva sembrare una spacconata, ma non gli negava il merito di avere, con le sue idee e le sue narrazioni fondate sul bene e sul male, scoperto una verità popolare «punto di partenza onde i sociologi e gli artisti trarranno il grande materiale del romanzo napoletano», dove per “verità popolare” la Serao intendeva il «chiamare coi loro veri nomi» uomini, luoghi e fatti criminosi del malaffare cittadino.

Malgrado gli oltre cento romanzi pubblicati, in vita fu ignorato dalla critica ufficiale. Eloquente il silenzio di Francesco De Sanctis. Se ne interessò la pubblicistica locale, costretta dalla mole di lavori prodotti, ma più propensa a celebrarlo, impropriamente, come meridionalista naturalista che come romanziere d’appendice, quale egli fu. La bibliografia a lui dedicata è di 33 opere.

Il primo a trattarlo fu Federigo Verdinois nei suoi Profili letterari napoletani (1882). Pur ironizzando sul vanto del Mastriani di aver preceduto Émile Zola nell'invenzione del naturalismo, non lo considerò un cattivo scrittore, riconobbe che La cieca di Sorrento era un buon romanzo, attribuì anche lui le deficienze nella narrazione alla frettolosità di assolvere agli impegni, ma ammise che «egli è oggi il primo, anzi il solo romanziere italiano, se si può dire che in Italia vi siano romanzieri e romanzi». Benedetto Croce (1909) rivolse agli studiosi italiani l'invito ad occuparsi costruttivamente della sua opera e ne La letteratura della nuova Italia (1915), lo definì «letto un po' da tutti all'infuori della gente letterata». George Hérelle, traduttore francese di Gabriele D'Annunzio, pubblicò sulla “Revue de Paris” (1894) il saggio sul Mastriani “Un romancier socialiste à Naples”. Lo scrittore Giuliano Innamorati, nella prefazione di  un'edizione recente (1972) de I misteri di Napoli, apprezzò molto l'opera del Mastriani non solo per il suo valore storico e documentario, ma anche linguistico; malgrado : infatti, malgrado la ben nota frettolosità nello scrivere, vi riscontrò una forma corretta, accurata e ricercata, accostamenti linguistici disinvolti ed eleganti,  descrizioni pregiate e virtuose. Scrissero di lui anche Corrado Alvaro e Domenico Rea.

L’opera del Mastriani è malamente dispersa tra molte biblioteche. La più ricca raccolta di suoi scritti era alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, in gran parte andata distrutta per l'alluvione (1966).

Napoli gli ha scandalosamente dedicato uno spazio di una ventina di metri tra due palazzi, da via Bernardo Tanucci a via Sant'Eframo Vecchio, senza numeri civici, che, di fatto, non può ritenersi una strada.

28 agosto  2013


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