Teatro Nuovo Stagione 2014 . 2015 

Luparella

di Elio Barletta

 

Nel 1985, l’autore, attore e regista di teatro, nonché soggettista di cinema Enzo Moscato, ancora giovane – era nato il 20 aprile 1948 – ebbe l’idea di metter su una vicenda concentrata sulla figura di un omiciattolo di modeste condizioni culturali, economiche e sociali che, pur vivendo un’esistenza interamente esposta alle miserie di una società malata ed alle nefandezze di una guerra imposta ed irrimediabilmente persa, sapesse, al momento opportuno, quando la capacità di sopportazione arriva all’estremo limite, trovare la forza di opporsi alla violenza con tutti i mezzi, persino con la violenza estrema dell’omicidio.

Il personaggio doveva essere, come lui, napoletano in quanto, alla base della sua ispirazione albergava il desiderio polemico di contrastare il convincimento comune, prevalentemente nordista, che vuole i figli di questa terra infingardi, opportunisti, privi di dignità, pronti a piegarsi a qualunque angheria pur di trarne uno squallido vantaggio. Con tali presupposti, l’epoca più adatta per inquadrarvi la narrazione non poteva che essere quella indimenticabile per la sua drammaticità del secondo conflitto mondiale, in particolare quella dell’estate del 1943, quando – volgendo il conflitto verso una vergognosa e dolorosa conclusione per l’Italia – a Napoli si vivevano giorni segnati dalle tante distruzioni, morti, disabilità frutto dei bombardamenti aerei indiscriminati, dalla carenza di qualsiasi bene di sussistenza, dalla paralisi totale di qualunque forma di attività sociale ed individuale, dal repentino passaggio di mano nella gestione totalitaria della popolazione dal fascismo fiaccato e morente al nazismo sempre più determinato e feroce. 
Nacque così Luparella, ovvero Foto di Bordello con Nanà, sotto forma di monologo inizialmente breve, che, interpretato dallo stesso Moscato, dava al personaggio protagonista quell’identità di genere estranea alla concezione duale dei sessi, ma storicamente molto radicata e sentita nella mentalità cittadina, comunemente indicata con il termine “femminiello”.


Arricchito il testo da Moscato fino a portarlo nella forma attuale, si ebbe il debutto ad Ercolano – 4 luglio 1997 – nell’ambito del Festival delle Ville Vesuviane, con l’interpretazione di Isa Danieli e la regia dello stesso autore. Sempre con loro due venne poi riportato sulla scena, nel 2002, al Teatro India di Roma e, nel 2005, con nuovo allestimento, al Teatro Nuovo di Napoli. Nel settembre del 2002, in occasione della LIX Mostra del Cinema di Venezia, fu presentata la trasposizione cinematografica, con le musiche di Pasquale Scialò e la direzione di Giuseppe Bertolucci, che ebbe a dire: «Un piccolo monumento al talento, unico e irripetibile, di Isa Danieli, all'astratto furore di quel corpo, di quella voce, di quello sguardo.» 
Nel febbraio 2010, al Teatro María Guerriero di Madrid, è stato realizzato un allestimento in versione spagnola; il 23 maggio scorso, invece, la messa in scena è avvenuta in lingua francese (con traduzione di Arturo Armone Caruso) nell’ ambito della rassegna Tradurre/Trasmettere dedicata al teatro italiano, al Theatre de l’ Atalante di Parigi.


Ad oltre quindici anni da quel debutto, lo spettacolo è ritornato al Nuovo per essere rappresentato da venerdì 12 a domenica 21 dicembre, riproponendo una straordinaria Isa Danieli, la cui splendida recitazione è stata questa volta accompagnata dagli intermezzi musicali del Moscato. In una rappresentazione ricca di effetti scenici semplici ma efficaci, la trama è tutta inserita nel racconto che Nanà fa, al giorno d’oggi, ricordando quando faceva l’inserviente tuttofare nella casa di tolleranza situata al civico 3 di vico Carminiello a Toledo, nell’estate 1943, uh testo che sa di sudore e sangue, di eros strappato e malato, di empietà, violenza e sopraffazione. 
Avvolta in un,abbondante peplo, l’attrice non mostra chiaramente abiti e comportamenti che richiamino la sua femminilità, ma il personaggio da lei interpretato potrebbe anche essere donna. Il sesso di Nanà non è affatto importante nel racconto che fa, tanto più che quel suo “tuttofare” – ci tiene a precisare – è estraneo a qualunque prestazione esercitantesi nella casa. 
Le frequenti fughe nei ricoveri antiaerei, la rarefazione dei clienti, la mancanza di viveri, di medicinali, di protezione, il perversare delle truppe del maresciallo Kesserling hanno indotto le prostitute a ritornare nei loro paesini d’origine. Ne è rimasta una sola, Luparella, perché, resa incinta in un incauto incontro di … lavoro, è prossima a partorire. Nanà se ne rende conto e, rappresentando in quel momento la proprietaria lontana, si dà da fare alla ricerca di una levatrice, la classica “mammana” che a quei tempi era l’unica figura professionale destinata alla funzione dell’attuale ginecologo. Non trovando alcuno che la possa aiutare, quando alla gestante si rompono le acque, Nanà, con il coraggio della disperaziome, trova la calma e l’abilità necessarie per gestire il parto. Estrae il bimbo sano e salvo, senz’alcuna difficoltà, lo lava, lo accudisce, lo imbacucca, lo porta in una casa vicina e sicura. Per la madre invece non può far nulla, Luparella muore e proprio quando gli spettatori si predispongono ad un patetico epilogo, un autentico colpo di teatro accende l’atmosfera.

Sopraggiunge un soldato tedesco ubriaco che resta a fissare la salma di Luparella distesa sul letto. Non curante che – glielo urla ripetutamente Nanà – trattasi di una morta, si spoglia e, completamente nudo, si accinge a coricarsi per giacere con lei. Nanà lo vuol fermare a tutti i costi, Impugna un affilato coltello di cucina a portata di mano, glielo ficca nella schiena, lo uccide. E, per farne disperdere ogni traccia malefica, ne trascina il cadavere in un sotterraneo, apre una botola che dà su una condotta di acque di fogna, lo spinge fino ad affondarlo e farlo sparire pwe sempre. 

Enzo Moscato ha scritto a chiarimento del testo:

«Protagonista della vicenda (o della Storia, o della Natura, che, come Leopardi avvertiva, sono spesso, a Napoli, la stessa, crudelissima cosa) è Nanà, l'anima candida e reietta, giovane-vecchissima creatura al servizio "minuto" delle donne di un bordello arroccato sui "Quartieri Spagnoli", nella Napoli, desolata e avvilita, dell'occupazione nazista, sul finire dell'estate del 1943. È Nanà, simbolo di una Napoli-risentimento e non da folclorica cartolina, voce e volto d'azione di riscatto, a fronte delle infinite bugie e menzogne su un popolo, consegnatoci da chi ce lo tramanda come inerte e infingardo, pagnottista e voltagabbana, a farsi, nella vicenda, l'artefice violenta d'un delitto, una specie di catarsi, improvvisa e sanguinaria, attuata a difesa di una vittima, di qualcuno più soggetto e più debole di lei: di Luparella, appunto: l'altro corpo-non corpo in scena, puro fantasma, evocazione di memoria, ombra fedele di Nanà nell'osceno e sboccato rosario dei martirii. Luparella, vecchia puttana dei casini, consumata dalle malattie e le paure.
Soglia, pietosa e disumana, in bilico continuo tra essere e non essere, speranza e perdizione, che muore nel dare alla luce, nel bordello spopolato perfino dalle sue "signorine", un'anonima creatura, fatta venire al mondo dalla stessa incompetenza e passione di Nanà, mentre che, sul letto, "in articulo mortis", la vecchia prostituta viene ancora oltraggiata dalla foga sessuale di un giovane nazista, salito alle stanze del casino, perché in cerca occasionale d'amore, o forse, d'ulteriore, occasionale sopraffazione a danno d'indifesi. La messa in scena, che ruota attorno ad una straordinaria e lavica Isa Danieli, tende a sottolineare gli aspetti evocativi e metaforici della pièce nonché a marcare fortemente le valenze squisitamente linguistico-fantastiche del testo, che sulla scena, diventa quasi un canto continuo, una sorta d'appassionato "lied" tedesco-partenopeo, veicolante l'essenza d'universo, cosmo, della realtà di Napoli, qualcosa di non provincialistico o locale, pur usando fino in fondo l'arcinoto e teatralissimo suo idioma.»


In conclusione, al di là di ogni simbolismo storico–politico insito nella trama e di ogni benevola accoglienza di questa rinnovata brillante fatica di Enzo Moscato, si può affermare, senza timore diripetersi e di aggregarsi al coro unanime della critica, che l’interpretazione di Isa Danieli – ulteriore testimonianza del valore di un’attrice duttile, appassionata, intramontabile – giustifica, da sola, l’ora abbondante di godimento offerta all’esperto pubblico presente che la ripaga con lunghi, ripetuti applausi entusisti.

Napoli, 24 dicembre 2014

 

Condividi su Facebook