Teatro Nuovo  Stagione 2014 – 2015

Lo zoo di vetro

di Elio Barletta

 

Sesto spettacolo del cartellone, da mercoledì 11 a domenica 15 febbraio 2015, è andato in scena un classico della prosa del Novecento, Lo zoo di vetro che Tennessee Williams scrisse nel 1944 – definendolo dramma di memoria” ove “il futuro diventa presente, il presente passato e il passato un eterno rimpianto” – prodotto dal Tieffe Teatro Menotti di Milano, tradotto da Gerardo Guerrieri, con scene di Dario Gessati, costumi di Gianluca Falaschi, luci di Mario Loprevite, adattamento e regìa di Arturo Cirillo, interpreti e relativi personaggi lo stesso Cirillo (Tom Wingfield), Milvia Marigliano (Amanda), Monica Piseddu (Laura), Edoardo Ribatto (Jim).

La vita umana è messa a dura prova non tanto da situazioni di improvvisa, inattesa, inaudita drammaticità, spesso momentanee, quanto invece dallo scontro con il proprio quotidiano, il più delle volte banale, logorante, deprimente, addirittura spossante.

Tennessee Williams  gettò uno sguardo acuto, nel contempo fantastico e realistico, su questo spaccato di vita borghese americana degli anni ‘40 del secolo scorso, ma il tema proposto – quanto mai attuale nell’Italia di oggi come negli Stati Uniti di allora – acquista un valore universale. Diventa perciò accettabile la scelta di Cirillo di trasporre  l’epoca dell’azione  tra i nostri anni ’60 e ’70, rivivendola – oltre che nei mobili, nei costumi, nel giradischi con canzoni di Luigi Tenco e Sergio Endrigo – nella tristezza di un periodo storico teso fra i sogni di cambiamento dei moti operai e studenteschi e le vergogne delle brigate rosse e del terrorismo nero.

Si è in casa di una famiglia piccolo borghese. Il padre – personaggio non rappresentato ma la cui presenza aleggia sempre nella vicenda – un impiegato della società dei telefoni che, andandosene chissà dove e scomparendo, ha abbandonato la moglie Amanda ed i figli Tom e Laura, condannandoli allo sconforto più profondo ed al disfacimento delle loro identità.

In una messa in scena priva di quinte e fondali, pochi arredi di un mobilio essenziale indicano lo stato di difficoltà economiche che la famiglia attraversa; da un lato, una sedia accoglie abiti maschili, quelli del padre – simbolo della sua assenza – mentre  dall’altro, immagini giovanili in bianco e nero dei protagonisti – simbolo del fatuo ricordo – sono proiettati sulla parete. 

Utilizzando le tecniche consuete per descrivere la fragilità di personaggi che non si sentono realizzati, la storia inizia con il racconto rivolto al pubblico da Tom – nevroticamente immerso nell’intenso fumo della sigaretta – ma che allo scorrere delle sue parole dà forma alla prima scena del dramma. In altri momenti, spezzoni analoghi di racconto introdurranno altre scene.

Il giovanotto – eterno ragazzo pregno di inquietudine, insoddisfazione, rancore – è innanzi tutto depresso per il lavoro che fa, da lui stesso ritenuto molto modesto rispetto alle sue adolescenziali aspettative ed alle sue presunte capacità. Non lo confortano nemmeno i rapporti esistenti con le altre due componenti familiari: la madre Amanda – una donna consunta dall’ansia che, malgrado l’età matura, rivela un carattere infantile e possessivo – in bilico fra il rimpianto di un passato di avvenenza con tanti corteggiatori, poi naufragato in un matrimonio fallito, e le aspettative prive di fondamento di un futuro lusinghiero per i figli, con la quale lui si trova spesso in violento disaccordo sentendosi da lei schiacciato; la sorella Laura, esempio lampante di ragazza  fragile – menomata da un’evidente zoppia e spaventata da qualsiasi confronto con la società – dedita esclusivamente ad una sua singolare collezione di animaletti di vetro trasparenti, per la quale lui nutre intimamente comprensione ed accondiscendenza.

In tale realtà senza speranza, ogni sera – dopo essere rientrato ed aver cenato con le due donne – Tom non trova di meglio che lasciarle che si tormentino per andare a rifugiarsi in un cinema o nell’alcool. Ma Amanda è anche assillata dalla preoccupazione che Laura – senza un’istruzione e senza un lavoro – non trovi un giovane che se la sposi e la mantenga economicamente. Perciò sollecita Tom a trovare fra i suoi conoscenti qualcuno che possa essere il soggetto adatto.

Tale gli sembra essere Jim – suo vecchio compagno di liceo ed attuale collega d’ufficio – che invita a venire a casa per cenare insieme. Negli attimi di attesa della sua venuta Amanda si distingue per l’abito un tempo elegante della sua gioventù, goffamente indossato e per i dettagli del modesto menù della cena, ripetutamente enfatizzato.

Quando Jim bussa alla porta Laura, anch’essa vestita a festa – più volte sospinta dalla madre ad andare ad aprire – si confonde, dando luogo ad una buffa pantomima. C’è nuovamente molto fumo di sigaretta, ma è spazzato via dal fresco venticello di una finestra aperta che – con Jim che entra dalla porta – sembra significare la speranza di cambiamento, un raggio di luce nel buio di quelle vite ormai cristallizzate nei propri dolori. Gentile, attento, cordiale nella conversazione, impeccabile durante la cena, Jim si rivela ospite gradevole.

Si apparta poi con Laura mettendola a suo agio, interessandosi ai suoi problemi ed apprezzando la sua collezione di animaletti di vetro. Quando però intuisce di aver generato inconsapevolmente in lei aspettative da lui non corrisposte, chiarisce di essere già fidanzato e, dopo qualche frase d’occasione, ringrazia per l’accoglienza e si dilegua. I tre ricadono nel loro isolamento, ma solo per poco perché Tom, in un ennesimo scatto d’ira con la madre, lascia le due donne e va via per sempre.

Eccezionale Arturo Cirillo: nell’adattamento del testo, rispettandone la struttura, i dialoghi incisivi, le atmosfere deprimenti, gli sprazzi di ilarità, perseguendo l’autore nell’introspezione e nell’accertamento della complessità della natura umana, oltremodo soggetta a oscillare fra i registri del tragico e del comico; nella regìa, conducendo per mano i suoi compagni di cordata nell’evidenziare la disperata solitudine delle anime fragili da loro rappresentate; nel ruolo di attore, interprete di un figlio ormai adulto, ma ancora costretto a vivere nella casa dell’infanzia, toccando le varie note dell’umorismo tagliente, del sarcasmo consapevole, della fragilità nervosa, dell’evasione verso sogni in serbo nel cassetto.

Ma su come ha inteso accostarsi al lavoro valgono meglio le sue parole:

«Lo Zoo di vetro di Williams rappresenta “l’inganno dell’Immaginario”. Non è casuale la grande importanza, data dall’autore, all’atto del proiettare. Il riflettore teatrale che il narratore figlio punta sui personaggi, i molteplici film nei cinema dove si rifugia Tom per sfuggire alla realtà, e anche gli stessi animaletti di vetro che compongono lo zoo del titolo sono l’emblema della fragilità e della finzione: sono essenze quasi prossime all’assenza, non a caso trasparenti,. Immagino dunque un luogo abitato da pochi elementi molto concreti ma immersi in una luce non realistica, quasi pittorica dove la vicenda venga narrata senza divisioni in quadri, ma in un unico luogo, come se ci trovassimo all’interno di un album di famiglia troppe volte sfogliato. I testi di Williams, e in particolar modo lo Zoo di vetro, mi ricordano il teatro di un autore a me molto caro: Annibale Ruccello, che infatti cita spesso lo scrittore americano tra i suoi amori letterari. Come in Ruccello vedo qui dei personaggi violentemente attacc ati alle proprie illusioni, come la madre, la signora Amanda Wingfield, centro ed origine di tutte le patologie , ma vittima lei stessa del confronto con le spietate leggi della realtà. Troviamo poi l’alcolismo, la solitudine, l’assenza del padre, la giovinezza come un tempo perduto, tutti temi universali che la maestrìa dell’autore rende condivisibili dal pubblico di oggi come del passato, in America, come in Italia. Credo che come per tutti gli autori teatrali molto autobiografici, anche se in un modo misterioso e metaforico, si debba ricercare una propria personale narrazione, fare dei personaggi degli altri possibili n oi stessi. Come credo che facesse Tennessee Williams, soprattutto con le sue eroine, eroine destinate all’insuccesso e alla solitudine, relegate a vivere nel teatro, e a risplendere ad ogni nuova accensione della luce su di loro.»

Non si può mettere la parola fine senza sottolineare la notevole prestazione degli altri tre attori della compagnia: Milvia Marigliano, davvero sublime nel fornire un’Amanda dalla loquela prorompente e nervosa – totalmente immersa nel vano rimpianto del passato – affettuosa ma oppressiva e dannosa coi figli, dominatrice loro oltre che della scena; Monica Pisseddu, concentrata nel racchiudere in Laura un miscuglio completo di sentimenti quali la timidezza, la dolcezza, l’inerzia, suscitanti nello spettatore tenerezza, pietà, perfino irritazione, unicamente interessata nell’aver realizzato la collezione degli animaletti di vetro – trasparente come la sua indole – e nell’ascoltare vecchi dischi che fanno da sottofondo sonoro all’intero spettacolo; Edoardo Ribatto, che si inserisce disinvoltamente dal mondo esterno – vivacizzando per un po’ il circuito ossessivamente chiuso del dramma – con un Jim fresco, semplice, simpatico, sicuro di sé, lineare nella propria psicologia, ma non insensibile al fascino di Laura.

 

Napoli, 18 febbraio 2015

 

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