Teatro Nuovo  Stagione 2014 – 2015

La lista di Schindler

 

Oskar Schindler nacque il 28 aprile 1908 a Zwittau (oggi Svitavy), in Moravia, all’epoca  provincia dell’impero austro-ungarico, diventata parte orientale della Repubblica Cecoslovacca nel 1918. Etnicamente appartenente alla minoranza di origine tedesca e di fede cattolica frequentò varie scuole professionali nella capitale Brno, fu caporale nelle riserve dell’esercito ed ottenne la cittadinanza ceca dopo la costituzione repubblicana. Nel periodo tra le due guerre mondiali rimase in Svitavy, occupando diversi posti di lavoro, come la conduzione di macchine agricole per conto di suo padre, l’apertura di una scuola guida, la vendita di proprietà del governo, fino a diventare imprenditore e rappresentante di commercio con alterne fortune.  Sposò la connazionale Emilie Pelzl (1928), un matrimonio angustiato dalle sue infedeltà.

Iscrittosi al Partito Nazista, iniziò a lavorare con le Forze armate tedesche (1936). Dopo che Hitler ottenne l'annessione delle regioni filogermaniche dette Sudeti (in tedesco Sudetenland, in ceco e slovacco Sudety, in polacco Kraj Sudetów) e dell’intera Cecoslovacchia e dopo che invase la Polonia, Schindler si trasferì a Cracovia (ottobre 1939). Approfittando dei programmi nazisti di “arianizzazione” e “germanizzazione” dei territori occupati, acquistò a prezzo conveniente    – in via Lipowa n. 4, distretto industriale di Zablocie –  una fabbrica di smalti di proprietà ebraica, la Fabryka Emalia Oskara Schindlera che chiamò Deutsche EmaillewarenFabrik (oggi Museo), nella quale produsse inizialmente oggetti smaltati e in seguito munizioni.  

Alcuni sostennero che – come molti altri imprenditori tedeschi, almeno inizialmente – abbia agito lucrando sul lavoro sottopagato dei bisognosi. Sta di fatto che da opportunista uomo d'affari, si trasformò in attivo ricercatore e protettore di cittadini in pericolo di vita. Lasciando che molti lo ritenessero un collaborazionista, sottrasse sistematicamente uomini, donne e bambini ebrei allo sterminio dei lager nazisti – dove risiedevano nell’inconsapevole attesa della morte – per trasferirli nei suoi campi di lavoro in Polonia e in Cecoslovacchia, con la motivazione che si trattava di lavoratori essenziali per la produzione di materiale bellico da realizzare in essi e con l’avvertimento che qualsiasi danno arrecato a loro avrebbe provocato le sua richieste di risarcimento al governo. Fornendo armi e munizioni – accompagnate da ingenti somme di denaro ricavato alla bell’e meglio – alle autorità  tedesche, riuscì a salvare circa 1.200 persone.

Nell’incremento del suo impegno fu decisivo l'orrore provato nel rastrellamento nazista del ghetto di Cracovia (1942) – mirante a trasferire gli ebrei nel campo di concentramento di Plaszów – assistendo alla selvaggia uccisione di molti disperati che tentavano di rifugiarsi nelle proprie case. Dopo quella strage, sfruttando le sue doti innate di diplomatico, si accordò con Amon Göth, il comandante tedesco di Plaszów, per il trasferimento di 900 ebrei nell'adiacente complesso industriale, mettendoli fortunatamente al sicuro per circa due anni.

Quando l'Armata Rossa fu prossima a liberare Cracovia (ottobre 1944), i tedeschi distrussero i campi e uccisero gran parte degli internati. Schindler – presentando dati di produzione falsi –riuscì ad ottenere di spostare l’attività ed i suoi finti lavoratori in una fabbrica di Brunnlitz, in Cecoslovacchia, sottraendoli ai quasi cento campi minori in sott’ordine allo spaventoso lager Gross-Rosen (Konzentrationslager Groß-Rosen o KZ Groß-Rosen), situato presso l'omonimo villaggio (oggi Rogoźnica) in Polonia, nella Bassa Slesia. Il falso scopo di salvaguardare la produzione bellica dei suoi campi – nei restanti otto mesi di guerra diventata quasi irrisoria – servì invece ad assicurare definitivamente la sopravvivenza del contingente umano in essi nascosto. Quel trasferimento non fu affatto tranquillo perché il convoglio della forza lavoro femminile – partito a distanza di una settimana da quello maschile – fu deviato per un errore burocratico al campo di concentramento altrettanto spietato di Auschwitz. Ma Schindler seppe comunque farlo tornare indietro in tempo, convogliando anche le donne definitivamente a Brunnlitz, fino alla liberazione (maggio 1945).

Dopo la guerra Oskar ed Emilie, si stabilirono a Regensburg, in Germania, poi emigrarono in Argentina (1949) senza fare fortuna. Separatosi in modo permanente, ma non divorziato, da Emilie, lui se ne tornò da solo in Germania (1958) tentando invano di riprendere la professione di imprenditore, ma di fatto non risollevandosi più dalla povertà. In occasione della sua prima visita in Israele (1961), ricevette l'entusiastica accoglienza di 220 sopravvissuti.

Fu insignito della Croce al Merito di I Classe dalla Repubblica Federale Tedesca (5 novembre 1965), del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Silvestro Papa dalla Santa Sede, del titolo di Giusto tra le Nazioni (18 luglio 1967), confermato ed esteso alla moglie  Emilie (24 giugno 1993) dalla commissione israeliana dello Yad Vashem – Ente nazionale istituito (1953) per dare un monumento (yad) ed un nome (shem) – in Memoria della Shoah.

Visse tra Israele e Germania, riuscendo a sbarcare il lunario grazie all'ospitalità ed al sostegno economico di alcuni dei tanti che aveva salvato. Morì a 66 anni, il 9 ottobre 1974 ad Hildesheim in Germania, in seguito ad un infarto. Per suo stesso volere, la salma fu subito traslata in Israele e tutt'oggi riposa nel piccolo cimitero francescano cattolico presso la Basilica della Dormizione di Maria, al di fuori della cinta muraria della parte vecchia di Gerusalemme,  ,luogo comunemente chiamato Monte Sion, vicino alla Porta omonima.

 L'epitaffio sulla lapide recita la scritta Giusto tra i giusti in ebraico e L'indimenticabile salvatore di 1200 ebrei perseguitati in tedesco.

L'intera vicenda fu rivelata dal racconto che Leopold Pfefferberg (detto Poldek) – uno dei suoi sopravvissuti diventato suo fraterno amico – fece allo scrittore australiano Thomas Keneally, entrato per caso nel suo negozio e rimasto colpito al punto da iniziare a rintracciare gli altri Schindlerjuden, i cosiddetti “ebrei di Schindler”.

Nacque così il romanzo La lista di Schindler che Keneally scrisse vincendo il Booker Prize (1982),  pubblicato in Italia da Frassinelli (1994), immesso nel catalogo editoriale di Sperling & Kupfer (2014), tradotto in italiano da Marisa Castino. Steven Spielberg ne trasse il film Schindler’s List (1993) con gli interpreti Liam Neeson, Ben Kingsley e Ralph Fiennes.

1.    Al teatro Nuovo di Napoli, da mercoledì 28 gennaio a domenica 2015 – per il quinto spettacolo della stagione – è andata in scena una rilettura della storia di Oskar Schindler firmata da Francesco Giuffré, autore con Ivan Russo del testo nonché regista, e con suo padre, Carlo Giuffrè, protagonista attorno a cui ruotano altri quattro interpreti, Valerio Amoruso, Caterina Corsi, Pietro Faiella, Riccardo Francia. Diversamente dal libro di Keneally – ma traendo spunto dal finale del film – la storia diventa un racconto interiore tra riflessioni e ricordi dello stesso Oskar. Lo interroga un neo nazista che – nel chiederne la collaborazione per la nascita di un quarto Reich – ne mette in discussione la figura. Chi era stato in realtà, uno sfruttatore, un salvatore di uomini, un traditore dei nazisti, uno che aveva fatto tanto o che non aveva fatto abbastanza?

2.    Riflettendo sul passato, Oskar intraprende dialoghi per scambiare opinioni e ricucire l’accaduto con persone con cui condivise quella storia, i protagonisti del momento più intenso e decisivo della sua vita evocati uno ad uno: Emilie Pelzl sua moglie , Itzhak Stern il suo contabile polacco, Amon Göth il comandante tedesco del campo Plaszów.

3.    Gli spettatori – agevolati nella comprensione quelli che hanno visto il film di Spielberg – sono messi di fronte ad un continuo passaggio tra il piano reale dei quesiti posti nell’interrogatorio ed il piano dei ricordi affioranti dalla memoria, concretizzati sul palcoscenico dalla scenografia; una tenda di fili trasparenti fa da spartiacque: dietro i quesiti, avanti, a contatto con il pubblico, i ricordi.

Lo spettacolo prosegue travalicando la trama del romanzo per scene che lo intervallano e spezzettano rappresentanti la vita drammatica nel ghetto. Come in un film muto, si succedono scene più o meno forti, più o meno luminose, più o meno simboliche fatte di sole immagini e gesti, anticipate ciascuna da una scritta che ne indica il luogo, la data ed il titolo di riferimento.  La descrizione mimica di un amore che sboccia nel lager e termina con la morte di lei sotto la “ doccia” della camera a gas trova poi, nel monologo conclusivo di Carlo Giuffré il corrispettivo racconto a voce. Tutto si conclude come nel film con la visione della tomba di Shindler verso la quale gli attori vanno, secondo l’usanza ebraica, per porre pietre in omaggio.

Aleggia nell’aria la frase che Itzhak Stern fece incidere sull’anello  che regalò a Schindler: chi salva una vita salva il mondo intero

L’accoglienza del pubblico è stata abbastanza buona, considerando le lungaggini allusive, le sottolineature retoriche, i troppi simbolismi che, malgrado le intenzioni della compagnia, appesantiscono lo spettacolo e lo rendono qua e là incomprensibile.   

Napoli 18 marzo 2015

 

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