VIVERE NAPOLI

La via dei musei, ma non solo (2)

di Elio Barletta

Nel quartiere Pendino, oltre piazza Nicola Amore, stiamo percorrendo via Duomo verso Foria. Sulla sinistra, ad angolo con via Arte della Lana, isolato e compatto, appare Palazzo Como. Quanti napoletani, se glielo avessimo nominato, avrebbero saputo fornirne l’esatta collocazione e, soprattutto, avrebbero saputo riconoscere in quella indicazione il  monumento del Quattrocento davanti al quale saranno forse passati molte volte?

Ignota la data di costruzione, già nel 1404 la discendenza dei Como – dai quali deriva il nome del palazzo – con diversi suoi componenti era proprietaria di due case attigue più un giardino, sulla stessa area di edificazione. Fu il componente della famiglia Angelo, un mercante, che si propose di demolire tutto per costruirsi la sua abitazione. Gli occorreva anche un altro giardino il cui proprietario – dal cognome che è tutto un programma, Francesco Scannasorice  – si rifiutava di venderlo. Fu così che intervenne in suo aiuto nientemeno Alfonso II d’Aragona che, grato per i leali servigi di Leonardo –  suo segretario e figlio di Angelo – acquistò quel suolo per donarlo a quest’ultimo. Il disegno pare che sia stato di Giuliano da Maiano – lo scultore, architetto e intarsiatore fratello maggiore di Benedetto – mentre la messa in opera fu affidata a Rubino di Cioffo da Cava ed Evaristo da San Severino. Ma nelle rifiniture lavorarono numerosi altri addetti – artisti e operai di Settignano – borgo romano dell’epoca di Settimio Severo, oggi frazione di nord–est  del comune di Firenze, che ha dato i natali a diversi scultori del Rinascimento fiorentino.

Il palazzo fu successivamente ceduto alla chiesa di San Severo al Pendino (1587) della quale divenne chiostro; ancora più in là (XIX secolo) fu trasformato parte in fabbrica di birra gestita dall'austriaco Antonio Mennel e parte in archivio del Regno delle due Sicilie, poi affidato ad ordini monastici, espulsi nella seconda metà del secolo.

Aspro e serrato dibattito vi fu (1879–1882) sulla sua demolizione, ipotizzata per realizzare il taglio di via Duomo. Si giunse al compromesso – audacissimo per l’epoca – di arretrarlo di ben venti metri, smontando e ricostruendo l'intera struttura servendosi dei tre architetti non napoletani Eduardo Cerrillo, Carlo Martinez e Alberto Pedone. Lo scotto da pagare fu la perdita di omogeneità degli interni rifatti rispetto all'architettura esterna, la quale a sua volta – prezioso esempio di architettura rinascimentale – costituì l’eccezione di un edificio di stile toscano in una terra come Napoli, adusa ad assorbire in chiave locale tendenze importate da altre culture.

La facciata attuale presenta tre livelli: il basamento, il pianterreno con bugne rustiche e il piano nobile con bugne lisce. Il portale marmoreo è centrato sul fronte strada rendendolo simmetrico, al contrario delle finestre laterali poste a pendenza diversa.  Al piano nobile, cinque aperture rettangolari sono a forma di croce guelfa. Le cornici di tutte le finestre sono in piperno, mentre ai lati degli spigoli ci sono due stemmi in marmo.

Per valorizzare nuovamente lo storico edificio, dopo aver ricostruito il palazzo lo si fece diventare sede di una raccolta privata dedicata alle arti applicate, alla scultura, alla pittura e alla conservazione di libri antichi. Il merito della progettazione e dell'allestimento del museo va a ad un discendente dei Filangieri, la potentissima famiglia che ebbe gran parte nella storia del Regno, principalmente sotto la dominazione normanna e sveva: trattasi di Gaetano Filangieri (Napoli, 18241892), che – ereditati i titoli di principe di Satriano e duca di Taormina – si dedicò completamente agli studi, alla raccolta, alla catalogazione ed alla conservazione di opere artistiche e storiche, nonché al Museo Civico Filangieri da lui fondato che prende il suo nome. Il suo ritratto a olio (1885), qui riportato, fu opera di Edgardo Saporetti, che si trasferì a Napoli (1880) dove fu seguace di Domenico Morelli, poi si spostò a Roma e dopo vari soggiorni in Italia ed all’estero, si stabilì a Firenze, dove conseguì una cattedra presso l’Accademia.

Fu di Filangieri la proposta all’allora sindaco Girolamo Giusso (1881) di allocare le sue raccolte d'arte in quel che restava del celebre Palazzo Como, di cui non rimaneva che la splendida facciata in bugnato e i muri laterali, mentre l'invaso era del tutto vuoto e senza copertura. Trovata allettante e perciò accettata l’offerta dal municipio, cominciarono i lavori di riedificazione e ripristino completamente finanziati dal Principe (1883). Una volta terminati (1888), il museo fu aperto al pubblico (8/12/1888).

Nato per costituire un “Museo della Città”, esponeva, al momento della sua inaugurazione, le opere riunite a tale scopo dalla competenza collezionistica del principe nell’arco di un ventennio, fino a quel momento conservate in casa Filangieri. Di questo originario nucleo, il Filangieri redasse e pubblicò (1888) un catalogo a stampa, che ebbe la duplice funzione di inventario patrimoniale e di guida del museo. Esso rispecchia perfettamente, attraverso le opere catalogate, l’idea del museo come strumento didattico, e dunque di progresso per la città.

Il Museo è costituito da un’ampia sala che ha nome Agata, dotata di balconata affacciantesi da un piano rialzato. La balconata delimita un ballatoio che gira tutt’intorno. V’è inoltre una quadreria che raccoglie in special modo dipinti del Seicento napoletano, tra cui opere di Jusepe de Ribera, Luca Giordano, Andrea Vaccaro, Battistello Caracciolo, Mattia Preti.

Di tutto rilievo sono da menzionare:

i dipinti di Bernardino Luini Santa Prassede (prima metà XVI sec.); Fedele Fischetti Sogno di Alessandro Magno; Andrea Vaccaro Sant'Agata (1630-1635 ca.);

le sculture di Francesco Jerace Victa (1880); Lorenzo Vaccaro Ercole uccide l'Idra di Lerna; Ercole e il leone; Filippo Tagliolini Vecchio barbuto sedente che insegna ad adolescente (attr.); Gesualdo Gatti Il giurista Gaetano Filangieri; Luca della Robbia Ritratto di giovinetto (1445).

La collezione, eterogenea per materiali, vanta più di 3.000 oggetti, di varia provenienza e datazione. Sono raccolti esemplari di arti applicate (maioliche, porcellane, biscuit, avori, armi e armature, medaglie), dipinti e sculture dal XVI al XIX secolo, pastori presepiali del XVIII e XIX secolo ed anche una biblioteca dotata di circa 30.000 volumi ed un archivio storico con documenti dal XIII al XIX secolo.

Arrivando al secolo scorso, alla tragica esperienza del 2° conflitto mondiale – scatenato a poco più di vent’anni dal 1° – nel ritirarsi a seguito delle Quattro giornate (30 settembre 1943), una squadra di guastatori tedeschi incendiò la villa Montesano di San Paolo Bel Sito dove, nell'anno precedente, erano state riposte precauzionalmente, per preservarle, le opere di maggior pregio del museo insieme ai documenti più preziosi dell'Archivio di Stato di Napoli, entrambi aventi per direttore il discendente Riccardo Filangieri. Si salvarono soltanto circa quaranta dipinti ed una cassa contenente armi antiche messi in salvo da alcuni eroici volenterosi. Nel dopoguerra (1946), il Soprintendente alle gallerie napoletane Bruno Molajoli, si appellò ai napoletani per reintegrare le raccolte distrutte. Con i Musei di San Martino e Duca di Martina, il Museo civico Filangieri fu riaperto al pubblico (1948) grazie a generose donazioni ed a depositi temporanei del Museo nazionale di Capodimonte. Altre spiacevoli ragioni di carattere economico ed organizzativo lo fecero ripiombare in un’ulteriore chiusura – durata ben tredici anni – al termine dei quali è stato finalmente riaperto (22/05/2012).

Di Jusepe de Ribera sono vanto del Museo la Santa Maria Egiziaca (1651) e la Testa di san Giovanni Battista (1646).

Il Museo Filangieri ha aperto una sezione distaccata presso Villa Livia, ubicata al Parco Grifeo, donata nel 1960 con tutti i suoi arredi dal dottor de Luca Montalto, marito di Livia Serra, duchessa di Cardinale e pronipote di Gaetano Filangieri. Si tratta di un delizioso edificio realizzato nel 1931 in stile liberty come oggi è ancora possibile ammirare nell’aspetto esterno, mentre gli interni furono completamente rifatti agli inizi degli anni ’50 del Novecento. Il nome della villa deriva da Livia Serra, duchessa di Cardinale, pronipote di Gaetano Filangieri e sposa del dottor De Luca Montalto. I coniugi, in assenza di discendenti, decisero di lasciare la loro residenza con arredi e suppellettili ad un museo cittadino e probabilmente scelsero il museo Filangieri per il legame di parentela della duchessa con il principe Filangieri. Nell'immagine sottostante:

Bottega dei Fratelli Della Valle e Intagliatore napoletano; Tavolo parietale; XIX sec.

Nel luglio del 2013 è nata l'Associazione Salviamo il Museo Filangieri ONLUS che promuove e sostiene il Museo in tutte le sue attività e ne diffonde la conoscenza.

 

Napoli, 10 maggio 2016

 

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