VIVERE NAPOLI 

La via dei musei, ma non solo (4)

Uscendo da San Severo al Pendino su via Duomo, ci basta attraversare la carreggiata e svoltare a sinistra verso Foria, per arrivare, dopo qualche centinaio di metri, all’intersezione con via Vicaria Vecchia sulla destra. L’edificio allo spigolo fra le due arterie è ancora una basilica, detta inizialmente “la severiana” perché voluta dal santo a cui fu dedicata la chiesa da cui siamo usciti, quel Severo – 14° vescovo e patrono secondario di Napoli – che, secondo la leggenda, fu il primo al quale si manifestò il “miracolo” della liquefazione del sangue di San Gennaro. 

Nel IX secolo il tempio fu dedicato a San Giorgio Maggiore e tale scelta singolare merita una nostra spensierata digressione. Quel santo – guerriero martire della Chiesa la cui esistenza è negata da fonti attendibili – è al centro di una storia tanto poco credibile da essere smontata persino dal Vaticano. La riporta il testo antico “Passio sancti Georgii, opera apocrifa dal Decretum Gelasianum” del 496 d.C. di Papa Gelasio I. Nato (250281 d.C) in Cappadocia (nell'odierna Turchia), da genitori cristiani – Geronzio persiano e Policromia cappadocia – Giorgio si trasferì in Palestina dove si arruolò nell'esercito di Diocleziano, fu valoroso soldato, divenne ufficiale delle milizie. Ma, rinnegata la religione pagana (politeista) e, secondo lo storico Eusebio, strappato leditto di Nicomedia (decreto contro i cristiani) proprio davanti all’imperatore, fu accusato di alto tradimento, indotto a vendere ai poveri tutti i suoi averi, arrestato. Avendo confessato di essere cristiano e rifiutato l’invito di Diocleziano a compiere sacrifici per gli dei pagani, fu picchiato e gettato in carcere, dove gli apparve Dio che gli predisse 7 anni di tormenti, 3 volte la morte e 3 la resurrezione. Tagliato in due dalle lame di una ruota, resuscitò per operare conversioni, uccisioni di soldati, abbattimenti di idoli pagani, resurrezioni di morti. Si fece condannare dall’imperatore alla decapitazione (≈303 d.C.) dopo aver implorato ed ottenuto da Dio l’incenerimento dei suoi nemici ed aver promesso protezione a chi avesse onorato le sue reliquie, conservate nella cripta della chiesa greco–ortodossa di Lydda (odierna Lod, Israele).

Secondo la Leggenda Aurea”, scritta dal vescovo di Genova Jacopo da Varagine, Giorgio, nelle vesti di cavaliere, avrebbe salvato la principessa Silene – giovane figlia del re di Selem, città della Libia dall’essere sacrificata al drago che si nascondeva in un ampio lago e terrorizzava la gente del posto. Lo indusse ad uscire dalle acque, lo affrontò, lo trafisse al petto con la lancia, lo fece cadere a terra, invitò Silene ad avvolgergli la cintura al collo, lo fece condurre in città e tranquillizzò gli abitanti atterriti dicendo loro: «Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: se abbraccerete la fede in Cristo, riceverete il battesimo e io ucciderò il mostro». Il re ed il popolo si convertirono e Giorgio, ucciso il drago, lo fece portar via dalla città in festa.

Tornando alla chiesa, essa è allineata per il lato maggiore – quello di sviluppo delle navate – su via Duomo e per il lato minore – quello della facciata – su via Vicaria Vecchia, ridotto e risistemato per la demolizione della navata destra nei lavori del Risanamento. L’anno della fondazione oscilla tra la fine del IV e gli inizi del V secolo. Per tutto il Medioevo fu una delle quattro parrocchie di Napoli, insieme a quelle dei Santi Apostoli, di San Giovanni Maggiore e di Santa Maria Maggiore.

Un incendio la distrusse in gran parte (1640) rendendo necessaria una ristrutturazione, affidata poi a Cosimo Fanzago che – con la fantasia dei grandi artisti – impresse una rotazione di 180° alla struttura interna, invertendone l'orientamento: infatti, l'attuale ingresso principale è collocato in quello che fu il catino absidale della primitiva chiesa prettamente paleocristiana. Tale struttura rientra nella cosiddetta opera listata (opus vittatum), una tecnica edilizia romana nella quale il paramento del nucleo di cementizio della muratura è costituito da filari di laterizi alternati a filari di altri materiali (blocchetti di tufo poco più grandi dei mattoni nelle costruzioni di Roma e dintorni, dal IV secolo in poi). 

 

Rappresenta un raro esempio di abside arcuata aperta, caratterizzata da tre archi impostati su due colonne antiche di spoglio, ossia tratte da costruzioni classiche precedenti, secondo un uso assai frequente – nell'architettura medievale europea, dall’epoca paleocristiana fino al secolo XIII – dovuto agli elevati costi dei materiali da costruzione, alle difficoltà di trasporto, alla scarsità di maestranze, al facile reperimento del materiale in loco. A completamento vi sono capitelli corinzi e pulvino  (elemento architettonico strutturale a forma di tronco di piramide rovesciata) con croce a monogramma cristiano (Chi Rho o CHRISMON, combinazione di lettere dell'alfabeto greco, abbreviazione del nome di Cristo). Cosimo Fanzago trasferì parte delle colonne in granito nella vicina chiesa di Santa Maria degli Angeli alle Croci. Un terremoto (1694) richiese un'ulteriore ristrutturazione. 

L'interno attuale della chiesa è quindi caratterizzato da due sole navate, la centrale e quella di sinistra. La navata maggiore presenta come copertura tre cupole, di cui due schiacciate a scodella, mentre solo quella centrale ha un catino più elevato. L'altare maggiore è posto davanti ad una nuova abside a pianta rettangolare, chiusa da una coppia di colonne corinzie stuccate di bianco, disposte scenograficamente a semicerchio. In prossimità della porta d'ingresso laterale alla chiesa, davanti al pilastro destro è collocato l'antico sedile marmoreo di San Severo, fondatore della chiesa, eseguito con marmi sempre di spoglio.

Agli altari laterali vi sono dei dipinti di grandi dimensioni di Camillo Lionti, di Francesco Peresi ed altri autori minori.

Nella cappella a sinistra dell'altare maggiore vi sono affreschi giovanili di Francesco Solimena. Altre opere d'arte s’intravedono, quali ad esempio alcune tavole in stile bizantino, un crocifisso ligneo del 1200 e le reliquie di San Severo all’altare maggiore.

Fuori della chiesa non si può non avvertire “l’aria della vicinissima Forcella”, le tante realtà che quel caratteristico bivio a forma di ipsilon (da cui il nome) ci ha mostrato nei decenni: il contrabbando delle sigarette che ispirò il primo episodio del film Ieri, oggi, domani di Vittorio De Sica, con Sophia Loren (Adelina) e Marcello Mastroianni (il marito); la piaga della camorra e della droga concretizzatesi nel boss Luigi Giuliano e nel suo clan; il coraggio e la diplomazia di don Luigi Merola, il prete che proprio dalla Chiesa di San Giorgio Maggiore indicò alla delinquenza locale, alla cittadinanza e, soprattutto, ai giovani, come si deve combattere per realizzare un proprio ideale nelle situazioni difficili; la triste esperienza dello storico e glorioso teatro Trianon e la buona tenuta dell’omonima pizzeria Trianon; l’antichissimo Cipp a Forcella, gruppo di pietre facenti parte della cinta muraria di Neapolis, citato per indicare una cosa molto vecchia (s'arricorda ‘o Cipp a Furcella e ‘o mare ‘a Monte Calvario).

Ma una tragica vicenda relativamente recente s’impone per essere ricordata. Era il 27 Marzo del 2004, un sabato sera qualunque, quel tipico sabato sera napoletano in cui si scarica la tensione di un’intera settimana, uscendo con qualunque pretesto per distrarsi un po’. Annalisa Durante, una ragazza quattordicenne abitante di Forcella rientrava dopo aver trascorso qualche ora lieta in compagnia di amiche ed amici. Erano le 23.00 e la ragazza arrivata sotto casa, decise di intrattenersi fuori al palazzo con un’amica per chiacchierare ancora un po’ prima di salire le scale. All’improvviso scattò un agguato della camorra teso ad un uomo, Salvatore Giuliano, che – accortosi in tempo di essere preso di mira da una pistola – con gesto istintivo di autodifesa attrasse a sé Annalisa usandola come scudo. Il colpo partì, la ragazza fu colpita, cadde riversa, perse i sensi, fu trasportata d’urgenza in ospedale, fu dichiarata clinicamente morta, morì alcune ore dopo.

Fra i tanti omicidi di innocenti che avvengono in questa città perché orde di sciagurati – oltre a  contendersi, con le armi e tra la gente, ingenti somme di danaro procurato procacciando la morte per droga – non sanno nemmeno prendere la mira, questo di Annalisa ha colpito nell’intimo molte coscienze. Dieci anni dopo – sollecitata da Giovanni, papà di Annalisa, e dall’Associazione che da Annalisa ha preso nome, in via Vicaria Vecchia 23, nei locali dell'ex "Supercinema" è sorto, lo Spazio Comunale di Piazza Forcella,  è una struttura policulturale creata dal Comune di Napoli che si sviluppa su due livelli per complessivi 900 mq; il piano terra è costituito dalla sala teatro, mentre il piano superiore è un open space adibito ad attività di formazione e sala lettura. Ai lati di entrambi i piani è ospitata la biblioteca Annalisa Durante, alla quale tutti possono accedere – ci si augura i giovani del quartiere – per consultare e donare libri, ma anche per partecipare alle varie iniziative socio–culturali ivi indette.

Giovanni Durante ha detto: «… per sei lunghi anni, mi sono chiuso in casa con mia moglie in un silenzio doloroso ma, il quartiere e, poi, le istituzioni, hanno fatto si che quel lutto, impossibile da elaborare, cominciasse a prendere la forma dell’impegno civile. Con una forza sovrumana, io e mia moglie abbiamo deciso di dedicarci all’educazione e al recupero dei ragazzi a rischio di questo quartiere e, mica potevo andarmene via dopo il fattaccio».

In una visione della città che non riguardi solo la storia, le arti, la cultura, i monumenti, le usanze, ma tenga conto anche dell’attualità – nelle sue farse e nelle sue tragedie – penso che il ricordo di Annalisa si inquadri bene nel pluralismo dei valori della Via dei Musei e di questa giornata di preghiera e di digiuno indetta dal cardinale Crescenzio Sepe affinchè Napoli sia liberata “dai suoi mali, dalla prepotenza, dalla delinquenza e dall’illegalità”. 

 

Napoli, 31 maggio 2016

 

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