VIVERE NAPOLI

La via dei musei, ma non solo (3)

di Elio Barletta

Allo scopo di realizzare un percorso culturale di forte impatto che leghi fra loro i sette siti museali di via Duomo, i loro direttori hanno convenuto, sperimentalmente,  per tutta la primavera 2016 fino al 21 giugno, di realizzare una forma di bigliettazione condivisa che incentivi il visitatore a non fermarsi al singolo museo ma – al motto di “uno tira l’altro” – a scoprire l’enorme ventaglio di temi artistici, storici e culturali, dall’antico al contemporaneo, offerto anche dagli altri sei: tramutato in soldini si è convenuto che chi si accinga a visitare uno dei sette musei paghi un biglietto di ingresso a tariffa ridotta se mostrerà un biglietto di ingresso in uno degli altri sei, emesso in quello stesso giorno o nei due giorni precedenti.

Un così forte legame di genere – lodevolmente impiantato fra le sette realtà culturali esistenti – diventa un vero e proprio legame fisico per la struttura che stiamo per affrontare dopo il Museo Gaetano Filangieri, al quale è addirittura adiacente. Si tratta di una delle tante chiese chiuse della città – San Severo al Pendino – da molto tempo sconsacrata ed utilizzata, per la sua spaziosità monumentale, soltanto come luogo adatto ad esposizioni di vario genere.

Fu fondata con l'attiguo  ospedale (1448) sulle rovine della precedente chiesa di Santa Maria a Selice da Pietro Caracciolo, un abate della quasi dirimpettaia chiesa di San Giorgio Maggiore, con la quale condivide l’ingrata sorte di aver dovuto subire mortificanti mutilazioni per consentire il completamento di una via Duomo rettilinea e di ampiezza costante.

Fu concessa ai padri Domenicani (1550), che successivamente acquistarono anche il vicino Palazzo Como, affidandone il restauro all’architetto Giovan Giacomo Di Conforto e trasformandolo in  convento. Ancora dopo (1599–1620), fecero demolire la chiesa per riedificarla servendosi sempre del Di Conforto che nel suo progetto la unì al monastero, mantenendone – come ricorda il Celano – la facciata elegante in bugnato, ispirata allo stile del tardo manierismo, quel movimento sviluppatosi in Italia e in gran parte dell'Europa, dal XVI al XVIII secolo.

Una successione di eventi contraddittori agitò la vita del monumento. Ci fu innanzi tutto un rimaneggiamento della facciata convertita allo stile barocco (prima metà XVIII secolo), come testimoniano le pregevoli tavole a colori di Raffaele  D'Ambra, straordinario repertorio iconografico su una Napoli di primo Ottocento inesorabilmente scomparsa. Fu in quel periodo che venne costruita una splendida scala con balaustra in piperno, finemente scolpita, poi andata perduta. I frati furono allontanati durante il cosiddetto “decennio francese” governato – da tanti punti di vista molto bene – in parte da Giuseppe Bonaparte (1805–1808) ed in parte da Gioacchino Murat (1808–1815).  La chiesa, insieme al palazzo Como,  divenne sede dell’Archivio del Regno (1818–1835). Si tornò a riaffidarla a religiosi, ma di ordine differente al domenicano (Frati Minori Osservanti) e nuovamente a restaurarla sotto la guida di Filippo Botta (1845). Arrivò quindi – preludio alla sconsacrazione definitiva – una seconda espulsione dei religiosi (1863), ma con un riutilizzo della parte posteriore dell’edificio come Ritiro dell'Ecce Homo. L’avvio dei lavori del Risanamento (1879) per l’apertura del  tratto meridionale di via Duomo, stravolgendo completamente il tessuto urbanistico di questa parte della città – fra il rimpianto dei conservatori ed il plauso dei riformisti – modificò completamente la chiesa.

Fu innalzato di diversi metri il livello stradale, completamente demolito il complesso conventuale, ridotta la lunghezza della navata, demolita la scalinata di ingresso, sostituita la facciata in stile barocco con una facciata in stile neorinascimentale di fine Ottocento, a sua volta ridotta nella larghezza e privata delle due cappelle laterali, con un semplice portale affiancato da due nicchie e un rosone centrale aperto al 2° ordine.

L'interno, è a pianta a croce greca e presenta un’unica navata con sole due cappelle.

La cupola è ornata da stucchi settecenteschi, così come settecentesche sono le preziose decorazioni che s'innestano alla primitiva struttura tardocinquecentesca ed all’altare maggiore in marmi policromi. La sola armonica linearità delle pareti potrebbe giustificare l’opportunità di una visita turistica; ciò che gli architetti hanno incorporato nelle mura e nei soffitti e gli scultori nei bassorilievi è il bello che ladri e vandali non hanno potuto smuovere nei lunghi anni di sconsacrazione in cui è scomparso un po’ di tutto.

Degno di nota è infine il monumento sepolcrale di Giovanni Alfonso Bisvallo – marchese d’Umbriatico, nonché generale di Carlo V e di Filippo II –  scolpito (1617) da Gerolamo D'Auria, figlio ed allievo del più noto Gian Domenico, manufatto purtroppo smembrato da un terremoto (1688). Nel conseguente restauro settecentesco fu fatta una ricomposizione di singole parti tratte da quello smembramento, inserendole nel transetto destro: la base del monumento divenne un altare, le pareti furono ornate con elementi decorativi ed arricchite da un sarcofago, due statue tratte della stessa tomba – quelle di San Giovanni e di San Giacomo – un dipinto raffigurante San Giovanni Battista, un rilievo in terracotta dello stesso D’Auria rappresentante Santa Maria a Selice, più una tela che si ipotizza essere di Luca Giordano.

Durante la seconda guerra mondiale la chiesa venne miseramente utilizzata come rifugio antiaereo. Fu inoltre danneggiata dal terremoto del 1980, ma, nonostante non fosse più utilizzata come luogo di culto, fu restaurata e riaperta al pubblico come luogo di mostre e convegni.

Dopo cinquant'anni dalla fine della guerra, il tempio è stato riportato al suo antico splendore, riconducendo la struttura alla sua architettura originaria, grazie al costante interessamento della Soprintendenza dei Beni Ambientali ed Architettonici. Con l’elevazione a museo ci si augura vivamente che opere d’arte chiuse in vari depositi cittadini per mancanza di spazi espositivi confluiscano in esso per riaffermarne l’importanza che già detiene.

 

Napoli, 17 maggio 2016

 

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