VIVERE NAPOLI

La via dei musei, ma non solo (1)

di Elio Barletta

Il mio soffermarmi su quella che viene definita la “Napoli greco-romanaesula dalla consapevolezza largamente diffusa – e che condivido solo in parte – che “l’argomento sia già molto conosciuto da chi legge e dalla recondita presunzione – assolutamente a me estranea – di voler “illustrare qualche aspetto minore dell’urbanistica cittadina” a chi si ritiene che ne sia digiuno. Cultori professionisti della materia a parte, quel “molto” lo si può riferire soltanto ai lettori veri appassionati di ricerca storica; gli altri – in testa coloro che non leggono affatto, dei quali ci si dovrebbe una buona volta un po’ tutti interessare – hanno una cognizione superficiale del territorio su cui vivono del tutto indipendente dal loro radicamento su di esso, tant’è che molti degli abitanti dei quartieri in oggetto dimostrano di saperne molto meno dei turisti venuti a bella posta da lontano. C’è inoltre da aggiungere che l’impronta che il mondo classico dette a Neapolis fu ampiamente arricchita ed alterata – senza essere, per fortuna, cancellata – dagli inserimenti storici di culture e provenienze le più varie possibili nei secoli successivi, che sono proprio quelle che disorientano il proposito di coloro che vogliano acquisirne una conoscenza organica e completa, data la straordinaria “varietà di temi” che la città presenta agli occhi di coloro che – abitanti compresi – la visitano attualmente.

Via Duomo viene oggi giustamente pubblicizzata con l’appellativo di “via dei musei” per i sette  poli museali uniti in un unico grande progetto turistico: il complesso monumentale di San Severo al Pendino, il Pio Monte della Misericordia, il Museo civico Gaetano Filangieri, il monumento nazionale dei Girolamini (quadreria e chiostri), il Museo del Tesoro di San Gennaro, il complesso monumentale DonnareginaMuseo Diocesano, il MadreMuseo d’Arte Contemporanea Donnaregina. Ma – nonostante racchiuda un patrimonio storico, artistico e culturale di tali dimensioni – via Duomo non è solo questo, essendo stata palcoscenico importante nell’avvicendarsi di epoche, regimi, dinastie, eventi, personalità, comunità differenti. Le vestigia che restano – quasi sempre esaurienti a rendere l’idea del dove, del quando, del come una qual cosa avvenne, ma non tali da motivarne appieno il perché – sono portatrici di quella “varietà di temi” anche discordanti, caratteristica dell’intera Napoli, un pregio purtroppo non ancora valorizzato abbastanza al livello che meriterebbe dai responsabili della cosa pubblica e dagli stessi cittadini.  

Prima di nascere come “via Duomo” fu precorsa, solo per alcuni tratti, da antiche stradine modeste, come il “vico del Tarì” o “vico del pozzo bianco” fino al decumano superiore ed il “vico Gurgite a seguire fino all’area dove sorse poi la Cattedrale.  L’appellativo assegnatole nel Medioevo di “vicus radii solis (strada del raggio di sole) stette a significare una presenza del mondo pagano: il tempio di Apollo poi incorporato dalla basilica di Santa Restituta – ossia lo stesso Duomo – di cui costituisce la terza cappella della navata sinistra.

L’allargamento del vecchio cardine fatto allo scopo – quanto mai antesignano di una finalità moderna – di creare un collegamento diretto nord–sud tra il vallone di via Foria ed il litorale di via Marina, fu un processo sviluppatosi in poco più di quarant’anni. Vide ancora una volta l’iniziativa di un esponente dei Borboni, quel Ferdinando II che, malgrado fosse il sovrano di un Regno in declino, si distinse per molte innovazioni urbanistiche cittadine. Il suo affidamento per un progetto adeguato prima a Federico Bausan e Luigi Giordano (1839), poi – dopo una stasi per mancanza di soldi e molteplicità di modifiche – a Luigi Cangiano ed Antonio Francesconi (1853), non si concretizzò. Suo figlio e successore Francesco II, riconfermati i secondi affidatari, non vide altro che modifiche tecniche alle ipotesi sulla futura strada: larghezza portata a 60 palmi (≈16 m), lunghezza fino al vescovado.

Sopravvenne il terremoto politico – sbarco dei Mille in Sicilia, rapida avanzata verso Napoli, caduta del Regno delle due Sicilie, Unità d’Italia – che offrì a Garibaldi l’opportunità di un decreto edilizio (18/10/1860) per un nuovo progetto in cui era previsto l'allargamento del tracciato greco, con un intervento di demolizione sul lato destro limitato alle sole facciate dei preesistenti edifici e mantenimento – tutt’ora esistente – di androni, scale e cortili conservanti l'aspetto originario. Banditi i lavori (marzo 1861), furono realizzati il tratto fino al vescovado (entro il 1868), il prolungamento sino a via San Biagio dei librai e via Vicaria Vecchia (entro il 1870), il collegamento con la Marina (entro il 1880). Intanto la direzione rigorosamente rettilinea della nuova strada comportava che il suo bordo sinistro intersecasse l’area dove già sorgeva la chiesa di San Giorgio Maggiore (San Giorgio ai Mannesi). A salvaguardia dell’impostazione  originaria si prese quindi la decisione di demolire la navata destra del tempio e, necessariamente, di ricostruire l’intera facciata – atto inedito e coraggioso di parziale espropriazione per pubblica utilità di un immobile religioso – riservando il completamento degli edifici del tratto seguente alle opere del Risanamento.

Volendo ipoteticamente percorrere via Duomo imboccandola dall’inizio a partire dalla nuova via Marina, ci si accorgerebbe di lasciare alle proprie spalle una struttura monumentale di notevole interesse storico ed artistico: il palazzo di stile barocco ed a pianta ottagonale detto dell'Immacolatella per la statua della Vergine Maria che svetta alla sua sommità.

Locato tra la calata del Piliero e la calata di Porta di Massa, fu progettato da Domenico Antonio Vaccaro (a cui si attribuisce anche la paternità della statua) e costruito negli anni quaranta del XVIII secolo per volere di Carlo Sebastiano di Borbone – il Carlo III di Spagna che proprio in questo maggio 2016 s’intende ricordare – sul fronte a mare risistemato tra il molo grande e il castello del Carmine, al fine di ospitare la sede della Deputazione della Salute. In quell’edificio – mio ricordo flebile, ma emotivamente incancellabile, di ragazzino in un giorno relativamente tranquillo dell’ultima guerra – mi ci portò mio padre che vi si recava con una scorta di biancheria da depositare per la seguente notte di guardia che avrebbe lì trascorso quale ufficiale di marina in servizio alla Capitaneria di Porto cittadina.

Proseguendo, più avanti si arriva alla porta dello Zabo o Zabatteria, definita anche di Mezzo o dei Tornieri, murata e inglobata nell’edificio all’angolo destro di via Duomo in occasione dei lavori di apertura dell'ultimo tratto di quest’ultima (1875) e poi resa visibile ai passanti (dal 1980). Trattasi di una delle 16 porte appartenenti alla cortina muraria meridionale sviluppata da est a ovest e menzionate da Carlo Celano, molte delle quali esistevano sin dai primi anni del Medioevo, altre si aggiunsero in varie epoche, furono ripristinate con il vicereame, scomparvero tra la prima metà e gli ultimi anni del XIX secolo.

Superando i pochi edifici schierati su entrambi i lati si perviene dove c’era precedentemente la “piazza della Sellaria” (o Selleria, o del Pendino), stretta e lunga, di cui resta – splendidamente restaurata e conservata altrove – l’omonima fontana barocca, voluta durante il viceregno del conte d'Oñate Iñigo Vélez de Guevara dall'Eletto del Popolo Felice Basile, dopo l'abbattimento delle case di un capo carceriere della Vicaria durante la Repubblica partenopea di Masaniello. Realizzata tra il 1649 e il 1653, di essa si sa un mucchio di cose: il versamento delle quote dei proprietari del rione al giudice della Vicaria, Aniello Portio, per il pagamento di artisti e maestranze; il progetto commissionato all'architetto e ingegnere Onofrio Antonio Gisolfi; gli addetti ai lavori nelle persone di Onofrio Calvano (marmoraro), Leonardo de Mayo (capomastro), Salvatore Daniele (fabbro), Domenico Pacifico (scappellino).

La fontana è composta da una vasca poligonale in piperno e marmo bianco, incassata tra due sostegni verticali (piedritti) che sostengono l'arco a tutto sesto con la chiave di volta su entrambe i lati e due vaschette sorrette da volute, sulle facce interne dei piedritti, che ricevono l'acqua da due mascheroni.  Colonne composite laterali reggono la trabeazione sormontata da un timpano a sesti spezzati, nel cui centro una composizione a volute con lo stemma reale è fiancheggiata dagli stemmi del viceré – con il motto «Malo mori quam foedari» (preferisco la morte al disonore) – e della città. Lapidi, volute con coppe e vaschette (alcune perse) fanno da contorno. Dal 1903 fu spostata nella piazzetta del Grande Archivio e dal 2000 è stata oggetto di un intervento di restauro che l’ha fatta tornare in funzione dopo anni di inattività. Un altro reperto della Sellaria – la cinquecentesca fontana di Atlante di Giovanni da Nola – è invece andata inesorabilmente perduta.

La piazza sovrapposta alla Sellaria, a pianta circolare – posizionata esattamente come nodo dell’incrocio tra via Duomo e corso Umberto (il Rettifilo), a metà strada fra le piazze Bovio e Garibaldi, popolarmente conosciuta come “'e quatto palazze per i quattro edifici identici, fu caratterizzata da facciate improntate al Neorinascimento, stile tipico di seconda metà Ottocento e primi anni del Novecento. Sviluppatosi parallelamente al Neoclassicismo e al Neogotico e preferito dalla società industriale, perché – rifacendosi all'architettura italiana del Quattrocento e del Cinquecento – non richiedeva ricostruzioni archeologiche ed avvio di campagne di scavo, era rimasto nei secoli l’ideale estetico di riferimento per la cultura europea ed una grande diffusione di testi ne riconoscevano la capacità di conferire dignità storica alle esigenze della società industriale, nonché di uniformare le nuove le nuove costruzioni – sia civili abitazioni che sedi di enti pubblici e privati – erette dopo l’esecuzione dei piani di sventramento dei centri storici.

Neorinascimentale fu la maggior parte della produzione architettonica dell’epoca, non solo italiana (Galleria Vittorio Emanuele II a Milano; Palazzo delle Assicurazioni Generali e loggiati di piazza della Repubblica a Firenze; Palazzo Koch a Roma; Galleria Umberto I, Palazzo della Borsa, via Depretis e corso Umberto I fino a piazza Garibaldi a Napoli), ma anche bavarese (Palazzo Leuchtenberg, Königsbau,ed Alte Pinakothek a Monaco), nel Regno Unito (sedi di Reform Club e Travellers Club a Londra), nel Regno d'Ungheria (Teatro dell'Opera e basilica di Santo Stefano a Budapest), in Russia (Palazzo Vladimirskij di San Pietroburgo).

Inizialmente intestata ad Agostino Depretis dal regio commissario Giuseppe Saredo (1891), ma successivamente, per scambio di toponimi con la via collegante piazza Bovio a piazza Municipio – allora dedicata a Nicola Amore – si stabilì (1894) di dedicare la nuova piazza proprio a quest’ultimo, come doveroso riconoscimento dell’impegno da lui mostrato nel promuovere a suo tempo i lavori che lo stesso Depretis, all’epoca primo ministro, definì per “sventrare Napoli. Il regio commissario Ottavio Serena deliberò poi (1896) che al centro della  piazza fosse sistemata la monumentale fontana del Nettuno – quella che, dopo varie peregrinazioni, ha trovato recentemente degna sistemazione in piazza Municipio,  di fronte a palazzo San Giacomo – ma non se ne fece nulla fino a quando – scolpita da Francesco Jerace – vi fu installata ed inaugurata (7 febbraio 1904) una statua raffigurante proprio Nicola Amore.

Ma a tale lodevole iniziativa la fortuna non arrise. Stabilita, infatti, la venuta a Napoli di Adolfo Hitler a Napoli, affinché, in compagnia di Benito Mussolini assistesse alla parata militare navale della flotta italiana nelle acque del golfo, si trovò disdicevole che il corteo con l’auto scoperta recante i due dittatori (5 maggio 1938), nel tragitto dalla stazione centrale a piazza Municipio, dovesse girare attorno al basamento della statua, anziché tirare diritto senza deviazioni di alcun tipo.

La statua fu rimossa in una notte e spostata nei giardini in piazza Vittoria, dove – a distanza di quasi 80 anni – staziona tutt’ora senza possibilità di ritornare dove meritava. Perché alla scarsa sensibilità degli amministratori locali del dopoguerra si sono aggiunte due esigenze, per giunta fra loro contrastanti, imposte dalla vita moderna delle città: fare scorrere nel più breve tempo, quindi in direzione rettilinea, le frequenti e intense correnti di traffico urbano fra la stazione e i quartieri centrali; assecondare l’avanzamento dei lavori della linea 1 della metropolitana con la sistemazione del cantiere della futura stazione Duomo a centro piazza, ormai da anni facente le veci di una più gradevole aiuola.

Altro ricordo – in questo caso tragicamente funesto – è legato ad un’ora ed una data ben precise (16.45 del 15 luglio 1982). Nell’atmosfera euforica della gente per la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio, un’Alfetta bianca guidata dall’agente di polizia Pasquale Paola e recante il valentissimo e irreprensibile  capo della squadra mobile, Antonio Ammaturo, appena uscita da uno dei quattro palazzi della piazza dove il vicequestore abitava, venne bloccata da una Fiat 128 messasi di traverso. Un nutrito fuoco di pistole e mitragliette di individui all’improvviso spuntati – un commando delle Brigate Rosse – centrò in pieno i due che restarono uccisi all’istante mentre i terroristi assassini, malgrado gli spari di un vigile urbano ed un inseguimento nei vicoli ingaggiato da più persone in cui restarono anche feriti, riuscirono a fuggire a piedi, probabilmente aiutati da alcuni appartenenti alla camorra.

Il delitto rimasto senza colpevoli, fu quasi certamente legato al rapimento dell’assessore regionale DC, Ciro Cirillo, ed al ruolo di intermediario svolto dal carcere da Raffaele Cutolo, torbidi avvenimenti dei quali Ammaturo era mirabilmente riuscito a scoprire scottanti verità che non si sarebbero dovuto apprendere.

La piazza è racchiusa dalla possente e monumentale architettura dei palazzi, caratterizzati dalla ricerca della simmetria, da uno o più cortili interni coperti da strutture in vetro e ferro, da facciate recanti ciascuna un portale centrale affiancato da due coppie di sculture in altorilievo (telamoni) corrispondenti maschili delle cariatidi accentuanti la grandezza degli edifici stessi, frontoni e superfici triangolari verticali in essi racchiusi (timpani), colonne, pilastri inglobati nelle pareti da cui sporgono leggermente (paraste), blocchi di pietra sovrapposti a file sfalsate preventivamente lavorate con giunti orizzontali e verticali scanalati ed arretrati rispetto al piano di facciata della muratura (bugnato).

Malgrado le tante ricercatezze estetiche, l’architettura dei quattro palazzi – fatti oggetto dell’unanime consenso, soprattutto internazionale – non è stata esente da alcune critiche qualificate che ne denunciavano la pesantezza strutturale. Va aggiunto che, per il suo posizionamento in una zona di transito da e per la stazione e da e per il porto, la piazza – chiusisi i tempi della famosa pasticceria Picardi – non ha più goduto di una sua “centralità”.

Ma nuove fondate speranze si aprono con la non lontana inaugurazione della stazione della linea 1 della metropolitana – appositamente chiamata “Duomo” – un complesso che già di per sé si preannuncia unico per i notevoli ritrovamenti archeologici già acquisiti assieme ad una ricca galleria di oggetti d’epoca in continuo accrescimento.

 

Napoli, 3 maggio 2016

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