Teatro Nuovo  Stagione 2014 – 2015

La parola padre

di Elio Barletta

 

Con i suoi sessant’anni di vita – nacque a Settimo Torinese, il 18 ottobre 1955 – il regista, drammaturgo, autore e regista di fiction e film, nonché architetto e insegnante d’arte drammatica, Gabriele Vacis ha già prodotto molto. Impegnato nei temi del disagio e della violenza delle periferie industriali, nei progetti di animazione teatrale, performance e allestimenti urbani, nel teatro per ragazzi e per adulti, nelle storie di immigrazione, negli argomenti più vari (tavola di Mendeleev, struttura del sentimento, urbanistica, pedonalizzazione del centro storico, riutilizzo culturale di vecchie fabbriche, rivisitazione dei classici), il suo itinerario attraverso i mondi della prosa, della lirica, della televisione, del cinema, del giornalismo lo ha portato a rivisitare giganti come Shakespeare, Goldoni, Euripide.

Negli anni Novanta approdò al cosiddetto Teatro di narrazione, un genere di spettacoli che – ispirandosi ai monologhi teatrali stile Dario Fo ed alle innovazioni provenienti in Europa dal londinese Peter Brook e dal brussellese Thierry Salmonsenza una messa in scena e senza una trama tradizionale, porta gli attori a diretto contatto con il pubblico per raccontare le storie più varie, spesso tragiche (mistero Ustica, assassinio Moro, disastro Vajont) senza rappresentarle. Non stupisce quindi questo La parola padre, spettacolo prodotto dai Cantieri teatrali Koreja – nell’ambito del progetto Archeo.S. – finanziato dal programma di Cooperazione Transfrontaliero IPA Adriatico, beneficiario principale  Teatro Pubblico Pugliese, Premio Best Actress Apollon 2012 (non protagonist) all’XI International Theatre Festival Apollon (Fier-Albania), andato in scena al Nuovo da mercoledì 25 febbraio a domenica 1° marzo 2015. Questa è stata la strada percorsa anche da altri artisti come Marco Baliani, Marco Paolini, Laura Curino, Mariella Fabbris, Lucilla Giagnoni.  

Con Gabriele Vacis (drammaturgia e regia), Carlo Durante (assisteza alla regia), Roberto Tarasco (scenofonia e allestimento), Salvatore Tramacere (coordinamento artistico), Barbara Bonriposi (training), Mario Daniele e Klaidi Kulja (tecnici), Laura Scorrano (organizzazione e tournée), si cimentano sei interpreti – tutte giovani donne – tre straniere,  Irina Andreeva (da Plovdiv, Bulgaria), Aleksandra Gronowska (da Cracovia, Polonia), Simona Spirovska (da Skopje, Macedonia) e tre italiane, Alessandra Crocco, Anna Chiara Ingrosso, Maria Rosaria Ponzetta.

A comprendere appieno che cosa si sia prefisso Gabriele Vacis bastano le sue parole:

«Sei ragazze. Sei giovani attrici selezionate durante un giro di seminari tenuti da Koreja nell'Europa centro orientale. Sei giovani donne si incontrano in uno dei tanti crocevia del presente. Quei non luoghi che frequentiamo senza vedere. Ola, Anna Chiara, Simona, Irina, Alessandra, Rosaria. Tre sono italiane, una è polacca, una è bulgara, una è macedone.
Tutte parlano più o meno inglese. Quali sentimenti coltivano sei ragazze di nazionalità diverse, che si parlano attraverso una lingua comune superficiale? Hanno memorie comuni? Che storie possono raccontarsi e raccontare? E, soprattutto hanno una storia comune da raccontare? Immagini, danze, musiche e parole che frullano identità impossibili, mobili, fluide. Scintille di senso imprevedibili. Tutte hanno conti in sospeso con la loro patria, tutte hanno conti in sospeso con i loro padri. Scusa papà... scusa... Volevo solo sapere quanto tempo mi rimane...Quanto tempo mi rimane da vivere... e come.

[...] Con le sei ragazze ho fatto lunghe interviste che ho ripreso in video. Più che interviste sono sedute psicanalitiche. Ho chiesto loro di raccontarmi quando hanno avuto davvero paura, quando si sono sentite al sicuro. La paura è il sentimento dominante del nostro tempo. Perché possediamo tanto. Perlopiù cose. Quindi abbiamo paura che gli altri, che il resto del mondo, a cui abbiamo rubato il tanto che abbiamo, ci presenti il conto. Abbiamo paura che ce lo portino via. Alle sei ragazze ho chiesto di raccontare storie, non ho chiesto opinioni. Sono venute fuori testimonianze diverse: se una ha vissuto sei, sette anni sotto il comunismo, ha paure e desideri diversi da una che discende da Alessandro il Macedone. Per queste ragazze è molto importante raccontare il padre. I loro padri...fino ad Alessandro il Macedone. E la parola padre ha la stessa radice semantica della parola patria [...]»

Sei ragazze che si incontrano in uno dei tanti luoghi possibili del mondo attuale. Sei differenti storie, testimonianze spietate provenienti da realtà nazionali diverse. Tre, nate sotto il comunismo, sono attrici dell'Est; tre, figlie del Mezzogiorno d'Italia, sono attrici del Salento. Hanno lasciato i loro paesi d'origine per andare a svelare alle platee d’Europa, le sofferenze patite sotto la varie forme di comunismo le prime tre e le mortificazioni impresse dall’arretratezza del Meridione italiano le altre tre. Parlano una per volta, ciascuna nella propria lingua per essere poi tradotte in inglese da alcune compagne. I loro racconti portano ai luoghi d'infanzia solo da immaginare per mancanza di una loro rappresentazione in una scenografia che presenta, al centro del palcoscenico, un muro azzurro fluorescente, le cui apparenti mattonelle sono invece i fondi di 198 bottiglioni di plastica privi di acqua, accatastati l’uno sull’altro e simboleggianti le barriere imposte dal passato.

Prendono forma ricordi lancinanti in cui la parola “Padre” – prevalente – sottintende anche la parola “Patria”, entità in cui le ragazze avevano riposto invano aspettative. La drammaturgia prevede molta musica che accompagna l’azione mentre sullo sfondo, in bella vista, immagini storiche del comunismo scorrono su un piccolo schermo e costumi luccicanti attendono di essere indossati. Ritorna nelle donne l’insofferenza provata allora, ma non più repressa come allora. Le energie si sprigionano in sussulti, sussurri, grida, dolcezze, brevi momenti di gaudio e riconciliazione con il presente travolti da assurdi sensi di colpa per non essere riuscite a mostrarsi perfette a quei padri che tanto avevano osteggiato. Le mani sui volti celano inizi di pianto. I corpi si flettono quasi a implorare pietà, sobbalzano ad un tratto, cominciano a dimenarsi furenti, compiono gesti convulsi, si muovono prepotenti ed aggressivi, corrono all’impazzata in una dilatazione scenica di tempo e spazio, aggrediscono il muro dei bottiglioni che, come in un’esplosione, dirompono qua e là sul palcoscenico. 

Ma, come appagate, cominciano a raccoglierli per accatastarli nuovamente formando una nuova barriera, dando luogo ad un gioco ripetitivo di costruzioni e distruzioni ostinate, oggetti sistemati e poi devastati, sentimenti, invenzioni, immagini, linguaggi coniugati con cura e poi distrutti in una deflagrazione colorata e inattesa. Ad ogni cedimento, esse ricompongono con premura nuove barriere, ristabilendo altri mutevoli percorsi nei quali muoversi e raccontare, cercando pretesti per poi disfarli, quasi a significare che il tempo inesorabilmente offusca la memoria ma non ne cancella le tracce, poiché, “chi dimentica il passato è condannato a riviverlo”.

Nelle varie lingue si ascolta un po’ di tutto: la richiesta al proprio padri di quanto resta da vivere; voci metalliche che leggono email destinate a un padre assente; piroette sulla spiaggia motivate dalla vista inaspettata di fidanzati invisi agli occhi di altri padri; rifiuto del totalitarismo, ma anche delusione della democrazia; il rimpianto di Simona per l’epoca di Tito, quando frequentava gli amici croati e serbi, non solo macedoni; le liriche di donne dell’Est rievocanti il regime protettivo e di donne del Sud irate per fidanzati morti senza il dolore del genitore. 

Dopo più di un’ora, il pubblico ha convintamente applaudito, non tanto per i contenuti alquanto difficili per un’immediata comprensione, quanto per l’enorme fatica dimostrata dall’intero cast per preparare e realizzare lo spettacolo.

 

Napoli, 4 marzo 2015

 

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