TESORI SVALUTATI DELLA CAMPANIA

di Elio Barletta

1 – I siti reali borbonici

Il Corriere del Mezzogiorno di lunedì 20 luglio scorso ha lodevolmente citato in un apposito articolo quindici testimonianze storiche della Campania da tirar fuori dall’evidente stato di degrado in cui versano – una più, una meno – da secoli e da riportare al più presto a quel fulgore indiscusso che, uniche al mondo, meriterebbero e che non hanno mai raggiunto appieno per l’assoluta mancanza di consapevolezza di quell’immenso patrimonio artistico e monumentale posseduto dalla nostra regione. Il danno non è stato soltanto culturale, ma anche – e soprattutto – economico, a causa di un turismo inadeguato, disorganizzato, spesso improvvisato, che potrebbe invece godere un iperbolico accrescimento del suo budget se fosse gestito con i più avanzati criteri, attualmente contestati, della civiltà dell’accoglienza.

Scevri dal volerci appropriare dell’iniziativa di quel periodico – ma convinti che debba essere perseguita e potenziata comunque – siamo lieti di poter ripartire da quei tesori per assecondare ed accrescere una rivalutazione complessiva del problema, priva però di piagnistei per le tante occasioni perdute finora e di fantasticherie progettuali sull’immediato futuro.

Non molti sanno che dal 17 al 24 aprile del 2014, nel complesso moumentale del Belvedere di San Leucio, s’è aperta, con inaugurazione promossa dal comune di Caserta e dall’Assessorato al Turismo e ai Grandi Eventi, la mostra evento “22 Double Two Siti reali Borbonici in Campania: la storia dimenticata”, curata da Miria Amalia Di Costanzo e da Raffaella Forgione, pubblicizzata dal blog di Angelo Forgione, fotograficamente dettagliata sulla la bellezza dei ventidue cosiddetti Siti Reali Borbonici, sorti dopo che nel 1734 ingarbugliate vicende dinastiche e guerre di successione sconvolssero l’Europa. Si tratta delle residenze non tutte note al grande pubblico che qui riportiamo:

il Palazzo Reale di Napoli, la Reggia di Capodimonte, la Reggia di Portici, la Villa Favorita di Ercolano, la Real Fagianeria di Resina, la Villa d’Elboeuf di Portici, il Palazzo d’Avalos di Procida, il Palazzo Reale d’Ischia, la Real Tenuta degli Astroni, il Real Casino di caccia di Licola Borgo, il Real Palazzo di Venafro (allora in Terra di Lavoro, poi in Campania,  oggiin provincia d’Isernia), la Real Tenuta di caccia e pesca di Torcino a Ciorlano,  le Reali Cacce del demanio di Cardito con la Real Delizia di Carditello (in San Tammaro), il Real Sito di Persano a Serre, la Real Tenuta di Maddaloni con i ponti della valle, la Real Fagianeria di Caiazzo, la Reggia di Caserta, il Real Sito di San Leucio, la Casina del Fusaro, la Reggia di Quisisana in Castellammare di Stabia, la Real Tenuta di Falciano ed il Real Casino del Demanio di Calvi.

Essi sono stati anche ottimamente illustrati dalla tavola:

Ormai adusi al significato quasi esclusivamente telematico del vocabolo sito, potrà sembrare strano che tre secoli fa venisse adoperato per indicare residenze reali. Ma – a parte le Regge finalizzate a simbolo dimostrativo della dinastia, oltre che ad alloggio dei sovrani – le ville, le tenute, le casine non erano solo semplici luoghi per lo svago (soprattutto per le battute di caccia) della famiglia reale borbonica e della sua corte. I casali stavano tutti mutando destinazione: non più soltanto oasi di raffinato trattenimento estivo, tra delizie e piaceri aristocratici – spesso di dubbio gusto – ma  vere e proprie aziende agricole, la cui produttività era  sicuramente accresciuta anche dalla presenza di fabbricati di valore, realizzati da insigni architetti. Autentici fari di un’imprenditoria ispirata dalle idee illuministiche in voga in quei tempi furono gli allevamenti della Fagianeria di Caiazzo, la produzione della seta a San Leucio, la pesca al Fusaro, gli allevamenti della Tenuta di Persano e del Demanio di Calvi. Ma anche i sontuosi palazzi reali dotati di parco non sfuggirono a tale tendenza, cessando anch’essi di essere soltanto luoghi di caccia, ma trasformando le aree a loro adiacenti in terreni produttivi, destinati ai pascoli, agli allevamenti, all’agricoltura e alla produzione di latte e derivati, come le famose mozzarelle di bufala.

Il Reame di Napoli e Sicilia era il più grande e produttivo territorio della penisola, ambito perfino da Vittorio Amedeo, duca di Savoia, che avrebbe ceduto volentieri in cambio il Piemonte e la stessa Savoia per ottenerlo, mentre invece – dopo intricate vicende – ebbe soltanto la Sardegna.

Era l’Europa dominata dai poteri forti di Luigi XV di Francia, Maria Teresa d’Austria, Federico di Prussia. Il francese, la lingua ufficiale della diplomazia e della cultura, esportava in tutto il mondo le dottrine degli illuministi  Diderot e d’Alambert, il pensiero di Montesquieu, di Voltaire, di Rousseau. In Italia Cesare Beccaria, Gaetano Filangieri e Luigi Vanvitelli condizionavano fortemente la cultura, la politica, l’economia, l’arte, la vita privata del secolo.

Carlo Sebastiano di Borbone (Carlos Sebastián de Borbón y Farnesio) già duca di Parma e Piacenza, nel 1734, durante la guerra di successione polacca, al comando delle armate spagnole conquistò i regni di Napoli e di Sicilia, sottraendoli alla dominazione austriaca. L'anno successivo fu incoronato re delle Due Sicilie a Palermo, e nel 1738 fu riconosciuto come tale dai trattati di pace, in cambio della rinuncia agli stati farnesiani e medicei in favore degli Asburgo e dei Lorena. Divenne Carlo I dal 1731 al 1735, poi Carlo come re di Napoli e Sicilia senza numerazioni, poi Carlo III come Re di Sicilia dal 1735 al 1759, anno in cui, alla morte di Ferdinando VI re di Spagna, gli successe al trono, ancora con il nome di Carlo III (Carlos III).

Capostipite della dinastia dei Borbone di Napoli, si servì della preziosa esperienza di Bernardo Tanucci – suggeritogli dal granduca Gian Gastone de' Medici – che divenne il suo Primo Consigliere, quindi Sovrintendente delle Poste, Ministro della Giustizia, Ministro degli Affari esteri della Casa Reale, Primo Ministro, ricevendo anche il titolo di marchese. Con tale sostegno seppe restituire alla città di Napoli l'antica indipendenza dopo oltre due secoli di dominazione spagnole ed austriaca, inaugurando un periodo di rinascita politica, ripresa economica e sviluppo culturale. La sua inclinazione verso l’arte – in particolare la passione per la ceramica e per l’archeologia – si concretizzò in vere e proprie iniziative politiche quali la fondazione della fabbrica dell ceramiche di Capodimonte ed il sistematico avvio degli scavi di Ercolano e di Pompei.

Potremmo chiudere sottolinenando che il convincimento di Carlo III che un Re all’altezza degli altri governanti di Europa dovesse avere delle dimore di tutto rispetto portò in pochi anni alla costruzione delle meravigliose Regge di Piazza Plebiscito, di Capodimonte, soprattutto della Reggia di Caserta. Ma sarebbe una conclusione storicamente ingiusta se omettessimo l’edificazione del monumento più grande per dimensioni e per finalità sociali eccezionali per quei tempi, purtroppo tradite da tutte le generazioni successive, la nostra compresa: il Real Albergo dei Poveri.

 

22 luglio 2015

 

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