MONUMENTI CAMPANI DA SALVARE

Il forte di Vigliena

di Elio Barletta

Il verbo “salvare” presente nei titoli della presente collana riguardante i monumenti esistenti in Campania necessita di un chiarimento. Può significare soltanto l’organizzazione di una campagna pubblicitaria che serva a diffondere, ad ampio raggio, l’esistenza di un’opera che è in ottimo stato, ma di cui molti hanno dimenticato o ignorano del tutto l’esistenza. Monumenti in tali condizioni è preferibile posporli ad altri per i quali il salvataggio riguarda un vero e proprio restauro dell’opera che versa in autentico degrado architettonico e/o di manutenzione. Sono quelli che meritano di essere anteposti per la loro precarietà. Fra questi è ancora più pressante la situazione di ruderi conseguenti agli effetti demolitrici di eventi storici bellici o naturali verificatisi in passato, spesso travagliati da un sempre più vistoso sprofondamento nell’abbandono e nella noncuranza della cosiddetta società civile.

È questo il caso del forte di Vigliena, cioè dei resti dell’edificio storico – restaurato e dichiarato  monumento nazionale[1] nel 1891, ubicato nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, in via Marina dei Gigli (ex stradone Vigliena). La sua costruzione – risalente al 1702 (o al 1706) – fu voluta dal viceré Juan Manuel Fernández Pacheco y Zúñiga, marchese di Villena[2].

Alto soltanto 6 metri per realizzare il defilamento[3] al tiro delle navi nemiche, di forma pentagonale, circondato da un fossato largo ben 9 metri e profondo 5, vi si accedeva attraverso un rivellino[4] (o revellinodi forma triangolare dotato di parapetto e fuciliera di guardia. La sua configurazione – chiaramente visibile nel modello ricostruito in base ad informazioni storiche – era concepita per assicurare la difesa del porto di Napoli e per portare attacchi fulminei di sorpresa contro eventuali invasori, grazie al tiro dei cannoni disposti sui due lati frontali, ciascuno lungo fino a 35,9 metri, oltre alle fucilate provenienti dalle numerose feritoie disseminate lungo le mura.

Nel cortile interno si trovavano un pozzo e una serie di casematte adibite a servizi accessori (refettorio, officina d'armi, deposito attrezzi, etc.) addossate lungo la parete, ciascuna dotata di scala di accesso al primo piano sopraelevato – detto di ronda – per il quale fu aggiunta un’ulteriore rampa più ampia (1742). Dal cortile si poteva entrare nei bastioni dotati di tunnel sotterranei per il trasporto di polvere e munizioni. Tranne la cornice in pietra vesuviana che coronava la cortina compresa tra i due bastioni laterali, il resto del complesso era integralmente realizzato in tufo.

L'episodio tragico che portò alla distruzione del forte ed alla morte di molti suoi uomini si delineò il 10 giugno del 1799 quando la Repubblica Napolitana dei repubblicani, giacobini e  filofrancesi – proclamata il 23 gennaio dello stesso anno – stava per soccombere all’avanzata dell’armata del Cardinale Ruffo, costituitasi per restaurare la monarchia. La guarnigione sanfedista[5] occupante il forte era costituita da circa centocinquanta uomini della Legione Calabra, comandata da Antonio Toscano[6].  Come presidio più meridionale in difesa della città di Napoli – dopo il cedimento dei loro commilitoni sul ponte della Maddalena – gli uomini della guarnigione vennero a trovarsi in prima linea e furono subito assediati. Resistettero strenuamente per due giorni, fino a quando sopraggiunsero tre battaglioni calabresi delle’esercito di Ruffo comandati dal tenente colonnello Francesco Rapini. Sotto l’intenso fuoco di artiglieria russa, i difensori furono ridotti ad una sessantina. Il giorno 13 gli assalitori aprirono una breccia nelle mura di cinta. Si passò ad una feroce lotta di coltelli. Fu allora che Toscani – ormai certo della disfatta – prese la decisione eroica di dar fuoco alle polveri e determinare l’esplosione dell’intero fortezza. Mori con tutti gli altri assediati – tranne un certo Fabiani che riuscì a gettarsi in mare prima dello scoppio – e parecchi assedianti.

La distruzione del forte e l’annientamento dell’intera guarnigione dette slancio ai calabresi sanfedisti per assalire il Castello del Carmine, aprendo la porta alla conquista della città.

Durante il Regno delle Due Sicilie l’area delimitata dai ruderi fu usata come poligono di tiro per i cadetti della Reale accademia militare della Nunziatella, poi fu abbandonata agli interventi abusivi di strutture sia pubbliche, che private, nonché di singoli cittadini, oggi è una discarica rifiuti, rifugio di tossicodipendenti e cimitero di carcasse di animali.

In uno splendido servizio inviato in rete il giornalista o foto reporter (?) Enzo Morreale ha descritto, nel 2013, una sua faticosa percorrenza nell’area del forte – tra rovi spinosi, lordumi di ogni genere, rottami taglienti, cani randagi – per coglierne gli aspetti fotografici più significativi. In una grotta, ai piedi di un’immaginetta di Madonna, fra giocattoli e oggetti infantili, scorge una giovane donna, una straniera, che, con poche parole di italiano, gli dice di chiamarsi Guiss e di vivere da tempo nel buio di quell’antro. Enzo si da subito da fare, contattando colleghi, esponenti di quartiere, parroci per ottenere una svolta di vita appena civile per quella povera ragazza randagia. Passa qualche giorno appena, il tempo sufficiente per apprendere da una conoscenza delle zona che Guiss è stata trovata morta nella grotta probabilmente per una crisi respiratoria e che il corpo – già in stato di decomposizione – presentava asportazioni in più punti dovute a morsi di ratti.

Le proposte di recupero si orientano verso la realizzazione di un parco archeologico, all'interno del più ampio progetto di rivalutazione dell'area che prevede grandi opere legate alle attività portuale, ovvero la realizzazione di Marina Vigliena, il porto turistico della città di Napoli, uno tra i più grandi del Mediterraneo. Il particolare frangente economico e le difficoltà economiche dell'amministrazione municipale, tuttavia, hanno determinato la deviazione degli investimenti verso il più redditizio porto turistico, nella medesima zona. Un comitato su Facebook si propone di rivalutare questo importante monumento con iniziative e suggerimenti poste a salvaguardia dell’edificio storico abbandonato. «Potremmo organizzare un evento lì per cercare di sensibilizzare l'opinione pubblica» consigliano dalla rete in ricordo delle antiche vicende del Forte.

Alexandre Dumas, riferendosi all’esplosione del forte, nel saggio I Borboni di Napoli (1862) scrisse: «In quel punto, s'intese una spaventevole detonazione, ed il molo fu scosso come da un terremoto; nel tempo istesso l'aria si oscurò con una nuvola di polvere, e, come se un cratere si fosse aperto al piede del Vesuvio, pietre, travi, rottami, membra umane in pezzi, ricaddero sopra larga circonferenza.» Ma esistono anche altri scritti[7]

 

 [1] L’iniziativa partì dai parlamentari napoletani Matteo Renato Imbriani e Pasquale Villari.

[2] È il nome del comune spagnolo situato nella Comunità Autonoma Valenzana, da cui prese il nome.

[3] Nella tattica militare prende il nome di defilamento il sottrarsi di una unità militare o di una sua parte alla vista e quindi al fuoco del nemico durante un combattimento, utilizzando la mimetizzazione nella configurazione del terreno.

[4] Tipo di fortificazione indipendente posta a protezione di una porta di fortificazione maggiore, diffusaa in tutta Europa (inglese e francese Ravelin, spagnolo Revellín, portoghese Revelim).

[5] Con sanfedismo e “sanfedisti” si indicano i due vocaboli coniati dagli insorti repubblicani giacobini nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio per indicare il variegato movimento controrivoluzionario ed i relativi seguaci – che invece usavano definirsi “realisti” o “legittimisti” – s  sorti nell'Italia Meridionale alla fine del XVIII secolo e derivato dalla creazione dell’Esercito della Santa Fede, l’armata creata dal cardinale Fabrizio Ruffo che – tra febbraio e giugno del 1799 – prese parte attiva alla restaurazione del dominio borbonico a Napoli.

 [6] Nato a Corigliano Calabro (1777), avviato al sacerdozio, passò al giacobinismo ed all’attività di patriota.

[7] Sull’evento esistono infatti: le note di Massimo Viglione, Rivolte dimenticate: le insorgenze degli italiani dalle origini al 1815; Atto Vannucci, I martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848, Antonio Cangiano, Forte di Vigliena, da monumento del 1799 a cimitero per cani; i libri di Giuseppe Abatino, Il Forte di Vigliena, Napoli, Edizioni dell'Anticaglia, 1999; Grazia Ascrizzi, Il forte di Vigliena. Ricostruzione plastica e storica, Luigi Esposito, Napoli, Fiorentino, 1980; Francesco Pometti, Vigliena: contributo storico alla rivoluzione napoletana del 1799 con documenti e disegni inediti, Napoli, Casa Pontieri Editrice, 1894; Pasquale Turiello, Il fatto di Vigliena, 13 giugno 1799. Ricerca storica, Napoli, Morano, 1881; Arbatino G. Il forte di Vigliena, Napoli nobilissima, 1899.

 

Napoli, 30 settembre 2015

 

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