Giorno della Memoria (3)

Persecuzioni e diaspore con la Roma Imperiale

di Elio Barletta

 

Durante il suo regno trentennale (134–104 a.C.), Giovanni Ircano I, figlio di Simone, l’ultimo dopo Giuda e Gionata dei tre fratelli Maccabei artefici della rivolta ebraica per la liberazione di Gerusalemme e l’indipendenza della Giudea, perseguì diversi obiettivi: conquistò e convertì anche con la forza gli Idumei, il popolo di lingua semitica che, prendendo nome dal suo esponente biblico Esaù (in ebraico: Ĕôm, cioè "rosso"), abitava il deserto del Negev e la regione del Wadi Araba; vide consolidare i gruppi dei sadducei, farisei e forse degli esseni; distrusse il tempio dei samaritani sul monte Garizim (128). Con lui vi fu l’inizio vero e proprio della dinastia che dal capostipite Asmon si chiamò degli Asmonei. Gli successero: Aristobulo (104-103), figlio di Giovanni che conquistò la Galilea; Alessandro Ianneo (103-76), fratello di Aristobulo, che scontratosi con i farisei, ne fece crocifiggere qualche centinaio intorno a Gerusalemme; Alessandra Salomé (76-67), vedova di Alessandro, alla cui morte si scatenò una lotta di successione tra i figli Ircano II e Aristobulo II. Fu allora (63) che Ircano si rivolse a Roma, che, in tarda epoca repubblicana, era dall’88 impegnata in una serie di conflitti contro un fiero oppositore alla sua cresecnte espansione, Mitridate VI, grande re del Ponto, la regione dell’Asia Minore nord–orientale comprendente parecchie province dell’attuale Turchia. Si era nella seconda fase della terza guerra, detta appunto mitridatica.

Il comando militare delle legioni romane, inizialmente affidato al generale Lucio Licinio Lucullo, era passato nelle mani del pari grado Gneo Pompeo Magno, che, dopo essersi recato ad onorare cavallerescamente e seppellire solennemente la salma di Mitridate, appena morto, donò il regno del Bosforo a Farnace, figlio del defunto sovrano, ufficialmente dichiarato amico e alleato dei Romani. Quindi, a conclusione di tutte le sue campagne militari in Asia, affrontò e sconfisse le truppe giudaiche di Aristobulo II, conquistò Gerusalemme, lasciò un presidio armato nella regione, impose agli sconfitti il pagamento di un tributo, fece tradurre Aristobulo II prigioniero a Roma, creò la nuova provincia di Siria aggregandole varie città limitrofe, ricostruì Gadara precedentemente distrutta, ridusse la Giudea a stato vassallo di Roma, affidandone la guida all’alleato Ircano II, non riconoscendolo in quanto re, ma riconfermandolo sommo sacerdote.

Il governo effettivo venne col tempo affidato alla figura di un procuratore che, affermatosi nei modi più vari, che ricevesse l’avallo ufficiale del potere centrale. Fu così che si avvicendarono come governatori: l'idumeo Erode Antipatro (attorno al 50), nominato da Giulio Cesare; Antigono (40), figlio di Aristobulo II, che conquistò Gerusalemme con l'aiuto dei Parti e diventò re e sommo sacerdote; Erode, poi soprannominato il Grande (37), figlio di Erode Antipatro, che conquistò Gerusalemme con l'aiuto di Roma e venne riconosciuto come re dei Giudei fino alla morte (4). La ferocia con cui ottenne il dominio assoluto lo portò a far uccidere buona parte del Sinedrio, il cognato Aristobulo, la moglie Mariamne, la suocera Alessandra, i figli Alessandro, Aristobulo e Antipatro. Lo si ricorda anche per il restauro e l'ampliamento del tempio di Gerusalemme (20–19) e per la costruzione o ricostruzione di varie città e fortezze.

Volle che alla sua morte il regno fosse diviso tra i suoi figli: Erode Archelao ( 4 a .C.–6 d.C.), etnarca (titolo inferiore a re) di Giudea e Samaria, esiliato dall'imperatore Augusto (6 d.C.) in Gallia per le proteste di una delegazione di Ebrei giunti a Roma; Erode Antipa ( 4 a .C.–39 d.C.), tetrarca (titolo inferiore a re ed etnarca) di Galilea e Perea (Transgiordania), regnando da Tiberiade; Erode Filippo ( 4 a .C.–34 d.C.), tetrarca della parte nord-orientale del regno di Erode, regnando da Cesarea di Filippo, il sito archeologico siriano oggi noto come Baniyas; Erode Agrippa I (34–44), nominato dall'imperatore Caligola alla morte di Erode Filippo.

Con la dominazione romana la situazione anziché migliorare si aggravò per una serie di provvedimenti che scatenarono forti reazioni popolari. Quando fu istituita la provincia romana di Giudea (6 d.C.), il governatore della Siria Publio Sulpicio Quirinio, su indicazione di Augusto, indisse un censimento per valutare il patrimonio di Archelao, essendo i suoi possedimenti passati sotto diretta amministrazione romana. L’iniziativa scatenò la rivolta di Giuda di Ezechia, più noto come Giuda il Galileo o Giuda di Gamala, un pretendente al trono ebraico, originario di Gamala, che, adunata una moltitudine di uomini al suo comando, attaccò il palazzo governativo, lo conquistò, prelevò il denaro residuo, raccolse le armi disponibili da distribuire ai seguaci e si autoproclamò sovrano. Dovette intervenire il governatore romano della Siria, Publio Quintilio Varo, che, entrato in Giudea con le sue legioni, attaccò Gerusalemme, sconfisse i rivoltosi, circa duemila dei quali furono orrendamente crocifissi in una durissima repressione che accentuò i sentimenti ostili della popolazione.

Fu poi la volta di tre imponenti rivolte, veri e propri conflitti fra popolo ed occupatori, tutte dovute a tentativi dei Romani di imporre miti, costumi e tributi pagani nella realtà ebraica.

La prima guerra giudaica, contrastata degli imperatori Vespasiano e Tito, scoppiò (66) con invasione di Gerusalemme, saccheggio e definitiva distruzione del tempio (70) di cui resta ancora il solo muro del pianto ed una raffigurazione nell'Arco di Tito a Roma, finalmente conclusa (74) con la presa di Masada (o Massada, in ebraico Metzada), antica fortezza su una rocca a 400 m di altitudine sul Mar Morto, nella Giudea sud-orientale. Il bilancio complessivo registrò tra gli Ebrei circa 600.000 morti e decine di migliaia di prigionieri venduti come schiavi.

La seconda guerra giudaica, cosiddetta anche “Guerra di Kitos”, (115–117) interessò diverse comunità ebraiche della diaspora, soprattutto Cirene, Alessandria d'Egitto, Cipro più alcuni focolai in Mesopotamia.

La terza guerra giudaica (132) fu guidati dal pretendente al trono Simone Bar Kokheba (figlio della stella) che si proclamò Messia e fu riconosciuto come tale anche da Akiva ben Joseph,  noto come Rabbi Akiva, un rabbino ed erudito ebreo tanna (insegnante), martirizzato e ucciso dai Romani. Una volta sedata (135) la rivolta registrò il bilancio (forse eccessivo, ma comunque elevato) di 850.000 morti. L'imperatore Adriano vietò l'ingresso a Gerusalemme ai Giudei, "rifondando" la città col nome di Aelia Capitolina.

Si sviluppòò allora la diaspora finale che portò ad un abbandono in massa della Palestina da parte degli Ebrei. Alcune comunità di Ebrei si costituiscono nell'impero dei Parti, raggiungendo un certo benessere economico, ma sotto i successori Sasanidi, ultima dinastia indigena a governare la Persia prima della conquista islamica, furono perseguitati dalla classe religiosa dei Magi. Le loro condizioni migliorano sotto gli Arabi per affinità religiosa, ma furono sempre considerati di classe inferiore. Dalla Mesopotamia, proprio a seguito delle persecuzioni emigrarono ancora più ad oriente in Afghanistan, India, Caucaso, in Asia minore, nei Balcani, nell'Africa settentrionale e in Spagna. Nell'impero romano con Caracalla divennero cittadini romani (212) acquistando notevoli libertà. Ma le successive leggi restrittive di Costantino, Teodosio e Giustiniano li privarono di alcuni diritti acquisiti con la cittadinanza romana.

Di Giulio Cesare, loro grande amico, ne deprecarono l’assassinio. La loro comunità, come altre in Sicilia, Calabria e Puglia, ben organizzata e amministrata dagli arconti (άρχοντες) o gherousiarcoi (γερουσιάρχοι), spiritualmente guidata nelle numerose sinagoghe dagli archisunagogos (αρχισυνάγωγος), si attivò anche nel tentare, con un certo successo, di proselitizzare i romani prima dell’avvento del Cristianesimo. La diffusione di tale fede religiosa fu angustiata da espulsioni parziali attuate sotto gli imperatori Tiberio e Claudio mentre, sotto Vespasiano, dopo le guerre contro la popolazione giudaica in rivolta in Palestina molti prigionieri ebrei furono tratti a Roma come schiavi. Ne derivarono crescenti provvedimenti ostili come il Fiscus iudaicus,  una tassa per tutti gli ebrei dell'Impero, versata al tempio di Jupiter Optimus Maximus a Roma, al contrario della precedente decima, inviata al Tempio di Gerusalemme prima che fosse distrutto.

L'imperatore Flavio Claudio Giuliano, detto l'Apostata, fu favorevole agli Ebrei, ma con la promozione del Cristianesimo a religione legale dell'Impero Romano, ad opera di Costantino I nell’Editto di Milano (313), la loro posizione in Italia e in tutto l'impero declinò rapidamente e drammaticamente. L’imperatore stabilì leggi oppressive, a loro volta abolite dal successore Giuliano l'Apostata, che fu a loro favorevole malgrado fosse l’ultimo ufficialmente pagano, permettendo che riprendessero il progetto di ricostruire il Tempio di Gerusalemme. La concessione fu però revocata dall’ulteriore successore, cristiano.

 

 

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