Giorno della Memoria

Il mito nazista della razza ariana

di Elio Barletta

 

L’altro ieri, lunedì, si è compiuto il sessantanovesimo anniversario di quel gelido 27 gennaio 1945 in cui furono abbattuti i cancelli del campo nazista di sterminio di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche della Prima Armata del Fronte Ucraino, comandata dal maresciallo Koniev. Vi trovarono soltanto 7.000 prigionieri, abbandonati perché in pessime condizioni di salute. Nei giorni precedenti il campo era stato evacuato daile SS in ritirata che avevano portato via più di 60.000 detenuti sani per un’ultima “marcia della morte” verso i lager più ad occidente, dove ne arrivarono solo in pochi. Presi da un ipocrita senso di vergogna per i crimini perpetrati, i gerarchi del Terzo Reich, prima di fuggire, tentarono di cancellare le tracce dell’orrore facendo saltare in aria i forni crematori 2 e 3, più il crematorio 5, dove erano stati uccisi e distrutti i corpi di centinaia di migliaia di ebrei.  

Dal 2005 si commemorano le vittime di quello sterminio, non certamente l’unico dell’umanità, ma sicuramente quello concepito con predeterminata e scientifica organizzazione, su vasta scala di individui, inizialmente applicato addirittura in tempo di pace e sui propri connazionali.

La “Giornata della Memoria” è un’iniziativa istituzionalizzata che, volendo oltrepassare i confini della rievocazione storica e della presa di coscienza civile che merita, suggerisce, a quanti di noi ne avvertano l’esigenza, il desiderio di impegnarsi affinché le giovani generazioni traggano da quegli avvenimenti quei motivi di riflessione che servano a premunirsi di fronte alla purtroppo attuale incessante proliferazione di atti di genocidio verificantisi nel mondo.

Per scivere, anche sinteticamente, da come e perché nacquero i presupposti per la persecuzione razziale degli ebrei da parte dei nazisti fino alle atroci conseguenze che si ebbero in Italia e, fortunatamente in misura ridotta, a Napoli, non basta un articolo di giornale. Mi propongo pertanto di affrontare l’argomento in più puntate, sperando che possano interessare quanto la visita ad un museo o la produzione teatrale di un drammaturgo o una festa rionale tradizionale. 

Ispirata al Mein Kampf (La mia battaglia), il libro che Adolf Hitler scrisse nel 1925, l 'ideologia nazista, sfruttando il malcontento popolare per la grave situazione socio–economica successiva alla sconfitta subita nel primo conflitto mondiale, si affermò con le elezioni del gennaio 1933. Una volta al potere perseguì il progetto di edificare una società affidata al predominio della sulla “razza ariana”, locuzione basata sull’unione di due concetti arbitrari: quello di “razza”, oggi giustificato solo in alcuni settori della zootecnica e da sostituire con il concetto scientificamente corretto di “gruppo etnico” per distinguere fra loro i popoli; quello di “ariano”, già comparso a metà del XIX secolo e utilizzato nel XX da vari intellettuali che trasposero erroneamente sul piano biologico la storica grande conquista linguistica dell’epoca di identificare in un’unica famiglia indoeuropea le numerose lingue eurasiatiche aventi in comune caratteristiche riguardanti il vocabolario, la grammatica, la mitologia, la religione. Si sostenne impropriamente anche una discendenza etnica diretta degli europei dal popolo indoeuropeo di origine asiatica, che in epoca preistorica (V-II millennio a.C.) avrebbe migrato massicciamente in gran parte dell'Eurasia, frammentandosi, diffondendosi e mescolandosi con le varie popolazioni preesistenti.

Nacque così la concezione di una razza superiore di popoli ariani, uomini bianchi prevalentemente europei, alla quale si rifecero per qualche tempo gli inglesi per fondere la dominazione britannica con il sistema delle caste indiano ed i russi per annettere i vari territori dell’Asia centrale all’Unione Sovietica.

Fu però Hitler, negli anni trentaquaranta, ad affrontare decisamente il tema della razza ariana sostenendo che in Europa, esclusi i lapponi, vi appartenevano due gruppi, il “biologicamente” superiore dei popoli nordici di lingua germanica ed il restante degli altri popoli, compresi i latini. Nelle razze “non–ariane” estranee al continente il dittatore e i suoi gerarchi includevano i semiti, ossia Arabi, Ebrei, Cananei, Fenici, Cartaginesi, Maltesi. Ma, nell’immediato, premeva loro di soffermarsi sui non–ariani presenti in Europa che, per loro erano gli ebrei (Shoah) e gli zingari (Porajmos), malgrado che fossero entambi di lingua indoeuropea (la yiddish, appartenente alle lingue germaniche, per gli ebrei; la romaní, appartenente alle lingue indoarie, gli zingari). Tali contraddizioni non furono le uniche: durante il secondo conflitto mondiale, la Germania non esitò ad ingraziarsi, fra i popoli ritenuti “inferiori”, gli slavi (bulgari, croati, slovacchi), per indurli a combattere insieme come alleati, e gli ucraini, ritenuti "morfologicamente" affini per arruolarli nelle SS.

Per evitare che la presenza “straniera” dei sub-umani (Untermenschen) fosse causa distruttrice dell'ordine sociale, della civilizzazione e della cultura, il regime impose che gli abitanti del Terzo Reich e dei territori controllati dovessero fornire il certificato Aryan (Ariernachweise) come prova della loro purezza razziale. Alla “soluzione finale” si arrivò attraverso un processo di progressiva emarginazione degli ebrei dalla società tedesca: le leggi di Norimberga del 1935 ne legittimarono il boicottaggio economico e l’esclusione sociale.  

Dalla cosiddetta “notte dei cristalli” fra l’8 e il 9 novembre 1938, quando in tutta la Germania furono incendiate le sinagoghe e devastati i negozi ebraici, si ebbe un’accelerazione che indusse i vertici nazisti, nella Conferenza di Wannsee del gennaio 1942, a risolvere la questione ebraica con lo sterminio sistematico che a partire dal suolo tedesco si estese a tutti i territori occupati.

Fu varato un ampio programma di eugenetica (sterilizzazione obbligatoria dei malati mentali e mentalmente carenti), eutanasia (uccisione dei disabili, fisici e psichici, istituzionalizzata con il programma Aktion T4), genocidio (principalmente degli ebrei e degli zingari) e omicidio di massa (degli omosessuali, dei cosiddetti “antisociali” e degli oppositori del regime). Una prima fase prevedeva la cattura e la “ghettizzazione” forzata dei ricercati in appositi quartieri delle città, seguita poi dalla deportazione nei vari campi di concentramento e sterminio disseminati, secondo un sistema pianificato nei minimi dettagli, in tutta Europa, quelli tragicamente più noti come Auschwitz, Dachau, Bergen Belsen, Mauthausen, nell’Europa orientale. Dopo la selezione iniziale, che “salvava” temporaneamente coloro che erano in grado di lavorare e, se belle ragazze, da destinare al soddisfacimento sessuale degli ufficiali, la parte restante veniva avviata direttamente alle pseudo “docce” delle camere a gas. Fra il 1939 e il 1945 il bilancio totale di vittime ammontò a circa 6 milioni.

 

29 gennaio 2014

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