Napoletani di nascita o d’adozione

Ferdinando Russo 

di Elio Barletta

 

L’artista in oggetto rappresenta una figura di giornalista prima, di poeta e paroliere poi, molto particolare, che si distacca da tutte le altre analoghe fiorite dopo il 1880 e che, per il suo carattere, le scelte di vita, le forme di attività svolte, prestò il fianco a valutazioni della critica assai differenti fra loro, addirittura contraddittorie, talvolta calunniose per una velenosa campagna di diffamazione oggi assolutamente riconosciuta priva di fondamenta.

Trattasi di Ferdinando Russo, nato a Napoli il 25 novembre 1866, come risulta dall'atto di nascita n° 1218 del Quartiere Montecalvario, documento utile a fugare le tante imprecisioni dei biografi circa il mese ed il giorno della sua venuta al mondo. Vai a: navigazione, cerca

Figlio di Gennaro, un ufficiale del dazio, e di Cecilia De Blasio, per il suo carattere molto vivace, indisciplinato ed irrequieto, frequentò di tale malavoglia l'Istituto Tecnico da non completare gli studi. Viceversa, frequentò con grande interesse un circolo repubblicano sito in piazza Trinità Maggiore, prendendo anche parte a manifestazioni di protesta politica che lo portarono ad essere addirittura arrestato dalla polizia (1882). L’abbandono della scuola fu da lui deciso per assecondare la forte passione per il giornalismo. Entrò prima alla Gazzetta di Napoli, poi a Il Pungolo, a Il Mattino, a Il Mezzogiorno. Fondò nel 1866 Il Prometeo, un periodico letterario dalla vita breve. Precursore della figura dell’inviato speciale, con minuziose indagini sul territorio focalizzò efficacemente le condizioni esistenziali delle classi indigenti, soffermandosi pure su malavita e prostituzione. Per questo e per le sue critiche su Garibaldi e sull’Unità d’Italia finì persino davanti al magistrato.

 

Il richiamo della poesia si fece sentire già quando alla Gazzetta alternava la correzione delle bozze con ispirate e improvvise stesure di versi che, raccolti, furono letti e fatti pubblicare sulle pagine del Corriere del Mattino da Roberto Bracco. Tempo dopo, operando un po’ nel comico–satirico Don Marzio, fece stampare (1885) l'opuscolo con i sei sonetti di Gano 'e Maganza.

Seguirono episodi poco edificanti che sanno un po’ di leggenda: l’aver picchiato un camorrista che importunava la sua ragazza, il conseguente apprezzamento ricevuto da Teofilo Sperino,  capo riconosciuto dei guappi signori –  detti gli “sciammeria" perché indossanti il tight – la conoscenza di Ciccio Cappuccio, capo della “onorata società”. Il poeta accettò il generale dissenso per tali gesta e l’appellativo affibbiatogli di “guappetiello” quali prezzo necessario da pagare in cambio di un continuo ed intenso contatto con i bassofondi della società che gli permettesse di esplorarli e descriverli senza compromettersi, un’affiliazione che fungesse soltanto da semplice lasciapassare. L’interesse umano e letterario per i budelli della città, tradotto in poesie e cronache dense di colore, lo portò una sera – unico giornalista con tanto coraggio – a sfidare a colpi di frustino e mettere in fuga un energumeno di enorme statura che si esibiva al Circo Equestre (oggi Politeama) ed al Café d'Europa. Testimone prezioso della scena fu per caso il poeta e canzoniere Ernesto Murolo.

Durante gli anni Ottanta dell’Ottocento si aprì la sua epoca d’oro che lo vide personaggio di spicco baciato dal doppio successo letterario e dagli amori, assiduo frequentatore dei salotti culturali cittadini. La prima raccolta poetica Sunettiata (1887) riscosse un successo che si rinnovò con il poemetto giocoso 'N Paraviso (1891) da lui scritto dopo un'ascensione in pallone finita in un pantano. In quell’anno provò il gusto gradevole delle liriche messe in musica sia per creare canzoni, sia, soprattutto, per creare i prodotti della sua personale invenzione, la “macchietta”: il breve componimento satirico costruito per essere interpretato da un attore e da un cantante racchiusi nella stessa persona, brava ad intonare ma anche a tratteggiare comicamente, con la parola, la mimica, il travestimento, un carattere, una mania, una maschera. Russo creò le prime “macchiette” e pensò subito di affidarle a Nicola Maldacea, attore, comico e cantautore napoletano molto in voga in quel periodo. Era figlio di un maestro elementare di origine cosentina ed aveva intrapreso la carriera teatrale debuttando giovanissimo sulle assi dei palcoscenici dei varietà e dei cafè-chantant. 

 

Russo lo aveva conosciuto ed ascoltato facendogli subito notare che le canzoni del suo repertorio poco gli si adattassero. Il Maldacea, dotato di  poca voce ma di molta mimica, era l’artista ideale per l’occasione. Con esordio trionfale al Salone Margherita il poeta scrisse per lui, su musica di Valente, ‘O cantastorie e L’elegante, seguite poi da ‘O pezzente ‘e San Gennaro e Pozzo fa ‘o prevete, le prime di oltre cento macchiette complessive.

Proficua fu la collaborazione con alcuni noti musicisti, come Mario Pasquale Costa, Salvatore Gambardella, Rodolfo Falvo, Vincezo Valente ed Emanuele Nutile, con i quali produsse canzoni di successo pubblicate da editori quali la Società Musicale Napoletana, Ferdinando Bideri, Izzo; fra tutte, sono da ricordare la celebre Scetate, Manella mia, Serenata a Pusilleco, Tammurriata Palazzola, Serenatella nera, Quanno tramonta ‘o sole, Mamma mia che vò sapè’.

Nel 1902 sposò a Bologna Elisa Rosa Pennazzi, una sciantosa dal nome d’arte Rosa Saxe, ma il matrimonio finì male, principalmente per l’ossessiva gelosia della donna che lo faceva pedinare da un’investigatore privato. A legame spezzato Russo scrisse Nun me guardate cchiù, magistralmente cantata da Diego Giannini che interpretò anche la successiva Tu sola.  

 

 

Con Salvatore Di Giacomo, grande amico e rivale, spesso dissentì; fu sovente criticato anche da Benedetto Croce, ma destò l’ammirazione di Giosuè Carducci, che giunto a Napoli con l’allieva Annie Vivanti (1891), volle averlo a pranzo. Russo fece per loro eseguire Scetate da un’orchestrina di posteggiatori provocando la commozione della ragazza e la gelosia del Carducci che se ne andò con lei subito via e non lo rivide mai più.

La sua notorietà s’imponeva. Scarfoglio lo accolse a Il Mattino (1892) insieme a Gabriele D'Annunzio, Federico Verdinois, Vincenzo Morello ed altri scrittori di valore. Emile Zola lo volle come accompagnatore (1894) nella discesa agli inferi nel labirinto del ventre napoletano. Proprio in quell'anno morì suo fratello Alberto, anche lui poeta. Salvatore Di Giacomo, che aveva dedicato un commosso articolo allo scomparso, con fraterna preoccupazione gli inviò un' affettuosa lettera, datata 3 maggio, a conferma di rapporti ancora buoni, nella quale scriveva:

«E ora mio caro Ferdinando, ora che la sventura vi ha crudelmente provato, ascoltate la parola di un amico, che si è sempre, senza mai darlo a vedere, interessato a voi. Cercate una stabile occupazione, allontanatevi dal giornalismo, o almeno da quello dei rei, pensate al vostro avvenire. Quando vi vedrò cercheremo assieme, ci penseremo. E spero di vedervi presto».

Non era solo un messaggio di cordoglio, ma anche l’invito a non fidarsi più di un giornalismo in declino che aveva indotto lo stesso Di Giacomo a diventare bibliotecario della Lucchesi-Palli. Russo non fu indifferente a quelle parole, s’imcontrò con l’amico–rivale e,  grazie all'appoggio di Domenico Morelli – non distaccandosi mai dal giornalismo e dalla letteratura – cambiò il genere di lavoro quotidiano impiegandosi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli dove andò a curare la corrispondenza del direttore, il professor Giulio de Petra. Era l’ultimo episodio a dimostrazione dell’amicizia sincera e profonda fra i due poeti rimasta tale fino al 1910, anno che – da autentico spartiacque nella vita di Ferdinando Russo – segnò il passaggio da una lunga stagione felice ed una quasi altrettanto lunga stagione infausta.

Morì improvvisamente a Napoli, il 30 gennaio 1927, nella sua casa di Via Cagnazzi, dopo aver scritto i primi due versi di una nuova canzone, rimasti sulla scrivania: Napule ride ‘nta ‘na luce e sole! Chien’’e feneste aperte e d’uochhie nire’. Nonostante i contrasti avuti in vita, alla sua morte apparirono a firma di Salvatore Di Giacomo su Il Mezzogiorno queste toccanti battute «O mio caro, amatissimo Ferdinando, addio dunque: addio, fratello mio generoso e buono; addio, sincero amico, eterno fanciullo a cui sorrise l’eterna poesia.»

Per la sua produzione di maggiore livello vanno ricordate inoltre, in ordine di pubblicazione: le opere in prosa ‘E scugnizze – Gente 'e malavita (1897), Memorie di un ladro (1907), Usi e costumi della camorra (1907), Il mio amico Landru (1927); le raccolte poetiche Poesie napoletane (1910), Villanelle napoletane (1933), Suspiro 'e Pulcinella (postuma); i poemi ‘O luciano d''o Rre  (1910), O surdate ‘e Gaeta.

 

 

Come accennato in apertura, fra gli scrittori napoletani del suo tempo Ferdinando Russo  rappresentò una vistosa eccezione al consueto modo di fare poesia che fondava sulla liricità. Come Di Giacomo prese ispirazione dalla realtà della strada, ma con risultati completamente diversi perché non trasfigurò l'elemento popolare, anzi lo utilizzò in chiave realistica per far emergere dall’intimo i sentimenti legati alle vicende sociali e politiche della sua gente. Nel suo racconto motivi estremamente liberi si alternano a motivi estremamente realistici. In lui convivono ingenuità popolare e tono polemico, estrosità fantasiosa con risentimento politico, squarcio di vita borghese con esigenza di meridionalismo, pura comicità con erotica drammaticità, immagini di vita dolente con barlumi di saggezza, minuziose descrizioni di persone ed ambienti popolari con accuratezza nel particolare sordido o violento portato ai livelli stilistici più alti. Nella sua poesia s’intravedono i vari momenti della sua vita: con gli occhi freddi e appassionati insieme, prevalentemente giovanili, con cui denunziò abusi, ingiustizie, sofferenze; con lo sguardo bonario, tipico dell’età matura, dell’agiatezza che si concede ogni anno il lusso un mese di ferie interamente trascorso a Parigi o a Londra.



 

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