Giorno della Memoria (2)

Esodi e diaspore nell’antica Palestina

di Elio Barletta

 

Coerente con il proposito manifestato nell’articolo del 29 gennaio scorso di risalire quell’infausto percorso che portò all’antisemitismo, riprendo l’argomento sicuro che esso possa destare interesse anche nei lettori di un giornale di cultura ed arte cittadina quale Napoliontheroad.

La storia degli Ebrei abbraccia un arco di tempo di circa 40 secoli che li consacra come uno dei popoli più antichi del mondo. Di origini incerte per la dubbia storicità dei testi biblici, unici riferimenti, erano pastori nomadi organizzati in tribù imparentate fra loro e guidate da un patriarca. Secondo il libro della Genesi il loro antenato più remoto è Abramo, nato nella città di Ur, in bassa Mesopotamia, che, per invito divino, intorno al 1880 a .C. si diresse con la sua gente e le sue greggi al Nord, verso il Mediterraneo, per stabilirsi nella regione di Canaan, comprendente gli attuali Libano, Israele e porzioni di Siria e Giordania, più propriamente in Palestina, la “terra promessa”. Gli successero Isacco, figlio suo e di Sara, e Giacobbe, rinominato Israele, figlio di Isacco e Rebecca. Abramo, Isacco e Giacobbe caratterizzarono il cosiddetto “tempo dei patriarchi” (XVIII-XVII secolo a.C.); prima di loro ne erano succeduti altri venti, i dieci da Adamo a Noè, prima del diluvio, ed i dieci da Sem a Terach, dopo il diluvio.

Tale raffigurazione biblica su come, dove e quando nacque la “stirpe di Davide” costituisce quel seme comune alle tre confessioni religiose monoteiste: Ebraismo, Cristianesimo, Islam. Da quei racconti fantasiosi, spesso frammentari e contraddittori, giustificabili come leggende o come atti di fede, basta estrapolare gli aspetti etno–socio–economici scientificamente verificabili per ottenere quelle certezze storiche riguardanti il popolo ebraico.

Forse alla ricerca di pascoli migliori migrarono in Egitto, dove, mutando la loro indole di nomadi nella sedentarietà dell’agicoltori, soggiornarono pacificamente, pare per 400 anni, in evidente stato di schiavitù, quello appunto della “cattività ebraica in Egitto” (XVII–XIII secolo a.C.). Sotto i faraoni Ramsete II e Merenptah divennero vittime di persecuzioni tali da rimpiangere la Palestina. Fu Mosè a liberarli dall’oppressione guidandoli in un lungo, faticoso ma mitico “esodo e soggiorno nel deserto del Sinai” (fine XIII secolo), dove sostarono per ben 40 anni, nei quali il profeta dettò le tavole dei dieci comandamenti di un culto monoteista più una serie di norme regolanti la vita civile; istituì inoltre la casta sacerdotale dei “leviti” e fissò come luogo di culto l’“arca dell'alleanza”. Prima di morire affidò a Giosuè il comando militare per la “conquista della Palestina” (XII-XI secolo a.C.), operazione di cui si sa poco, durata vari anni perché insieme di singoli attacchi alle varie città–stato del territorio, come narrato nei libri di Giosuè e dei Giudici.

A guerra finita si costituì un unico Stato monarchico, limitato alla Palestina e suddiviso in dodici tribù. Secondo i libri di Samuele ed il 1° libro del Re, sul trono salirono: Saul (10301010), il capostipite; Davide (1010970), distintosi per aver combattuto vittoriosamente i popoli vicini ed organizzato centralmente lo Stato; Salomone (970933), figlio di Davide, il cui lungo regno vide il nuovo tempio a Gerusalemme, il riavvicinamento alle comunità confinanti, un porto sul Mar Rosso, l’accentuazione dello statalismo centralizzato, un sistema di tassazione, la fortificazione di diverse città, il ritorno all’indipendenza di Damasco ed Edom, la cessione di parte della Galilea. La stele di Tel-Dan, ritrovata nel 1933 nel nord d'Israele, riporta un'iscrizione in aramaico dell' 853, in cui Cazael, re di Damasco, vantandosi di aver ucciso un re “della casa di Davide” fornisce una prima fonte storica extrabiblica attestante l’esistenza di quel sovrano.

Secondo i libri dei Re, alla morte di Salomone, per le tensioni tribali interne riaccese dalla pesantezza dei tributi, lo Stato si scisse in due: Regno d'Israele (933–722), capitale Tirza, per alle tribù del nord e Regno di Giuda (933–587), capitale Gerusalemme, al sud, per la dinastia davidica. Il culto in entrambi si ispirava a YHWH, il “tetragramma” che indicava il nome di Dio.

Il Regno d'Israele, più vasto, ricco e popolato, collocato sulle principali vie di comunicazioni internazionali, più aperto ad influssi culturali e religiosi stranieri, fu travagliato da una forte instabilità con i 19 suoi re spesso assassinati o deposti da colpi di stato militari, trasferimenti della capitale, perdite e riconquiste di territori, indipendenze proclamate e soppresse, deportazioni di abitanti, distruzioni di città. Per l’incauta sconfitta del suo re Acab contro l’Assiria, il Regno fu sottoposto prima economicamente, poi militarmente ai vincitori, il popolo deportato nella stessa Assiria ed in Mesopotamia, la città di Samaria distrutta.

Il Regno di Giuda, più raccolto intorno a Gerusalemme ed al tempio, in posizione nettamente marginale e isolata, si rifiutò di attaccare l’Assiria; ne fu lo stesso invaso, sotto il re Ezechia, senza però subire conquiste e deportazioni. Il re Giosia (640609) invece, dopo la resa dell'Assiria ai Babilonesi (612), dovette sottomettersi all’Egitto, ma apportò un'importante riforma religiosa (622) quando fu ritrovato nel tempio un "libro della legge" (forse il “Deuteronomio”).

Dopo la battaglia di Karkemish (605) vinta dai babilonesi sugli egiziani la regione siriopale-stinese cadde sotto il dominio dei primi. Il re di Giuda Ioakim (609598) si ribellò confidando nell'aiuto egiziano (601), ma il sovrano babilonese Nabucodonosor gli mosse contro, conquistò Gerusalemme (marzo 597), lo deportò con vari esponenti del Regno, nominò re Sedecia (597587). Ma anche Sedecia si ribellò a Babilonia e Nabucodonosor ritornò in Giudea, riconquistò Gerusalemme (luglioagosto 587), fece distruggere il tempio e costrinse gran parte degli abitanti al cosiddetto ”esilio babilonese” ed alla cosiddetta “diaspora babilonese” (587–538).

Il termine greco “diaspora” (διασπορά), in ebraicotefutzah o “galut, letteralmente “esilio”, “dispersione”) fu introdotto per indicare la migrazione di un intero popolo  costretto ad abbandonare il suolo patrio. Per gli Ebrei nacque quasi certamente prima (VIIIVI secolo a.C.) con la perdita dei loro antichi regni e l'espulsione in schiavitù programmata degli abitanti dalle loro terre. Gli strati più poveri della popolazione, gli agricoltori, rimasero sul territorio, che fu affidato a un certo Godolia, una sorta di governatore generale che venne assassinato poco dopo (settembreottobre 587) da un certo Ismaele, probabilmente nel tentativo, fallito, di ripristinare la monarchia. Ismaele fuggì in Egitto con altri, compreso il profeta Geremia. Una minore deportazione (582581) provocò un’altra fuoruscita di folte comunità ebraiche verso l’Egitto, la cosiddetta “diaspora egizia”.

La “cattività babilonese” durò circa settant’anni (607537). Cessò con l’invasione di Babilonia da parte dei persiani che iniziarono così una lunga dominazione (539- 332 a .C.). Il loro sovrano  Ciro permise il ritorno degli Ebrei in Palestina dove il potere fu esercitato, di fatto, dalla casta sacerdotale. Ancora due secoli dopo crollò anche l'impero persiano ad opera di Alessandro Magno (332) che, diretto verso l’Egitto, occupò la Palestina annettendola al suo impero. Come in altre sue conquiste, assicurò la libertà di culto, riconobbe l'autorità religiosa, concedendo anche il permesso di costruire un tempio sul monte Garizim ai samaritani appena scissi dai Giudei. Quel gesto mise gli Ebrei a contatto diretto con la cultura ellenistica delle varie etnie greche unitesi in una “lingua comune” (κοιν διάλεκτος), detta appunto “koinè, derivata dall’attico semplificato. Subirono quindi quel processo di ellenizzazione che alla morte di Alessandro (323), si accentuò negli Stati sorti dallo smembramento dell’impero macedone. In accordo alle direttive della “Spartizione di Babilonia”, la Palestina passò sotto il dominio dei tolleranti re Tolomei d'Egitto, il cui capostipite, Tolomeo I, si alleò con Seleuco I di Babilonia per sconfiggere Antioco I, re seleucide di Siria.

I sovrani discendenti dello sconfitto tentarono invano di annettersi la Palestina. Vi riuscì Antioco III (200), con l'aiuto di parte degli stessi Ebrei, che ricompensò con notevoli privilegi fiscali. Il successore Seleuco IV, in difficoltà finanziarie, saccheggiò il tempio di Gerusalemme (187), imitato dal successore Antioco IV Epifane (169), che due anni dopo, superò ogni limite ordinando la costruzione di un altare a Zeus nel tempio e imponendo la pena di morte per la pratica della circoncisione nonché della celebrazione delle feste ebraiche, incluso il sabato. Gli Ebrei tradizionalisti fecero scoppiare la rivolta antiseleucide (141) partendo dalla città di Modin, artefice il sacerdote Mattatia, il cui antenato Asmoneo fu il capostipite della famigia degli Asmonei. Tre suoi figli condussero, in momenti diversi, la guerra d'indipendenza, ciascuno vincendo, diventando re di Giudea, per poi trovare una tragica fine: Giuda, primo a guadagnarsi il soprannome Maccabeo (martello), divenne capo della resistenza contro Antioco IV, conquistò Gerusalemme e riconsacrò il tempio (dicembre 164), ma fu ucciso dal re Demetrio (161); Gionata, ottenne (152) l'autonomia per la Giudea e la carica di sommo sacerdote, ma fu ucciso a tradimento da un gruppo imprecisato (143); Simone, respinse Antioco VII, fu anche sommo sacerdote e governatore, ma fu ucciso per il tradimento di un suo generale, insieme a due dei suoi figli (134). Raccontano queste vicende il 1° e 2° dei quattro libri sui Maccabei, entrambi inseriti nel Vecchio Testamento, mentre gli altri due restarono apocrifi.

L’ellenismo presentò anche aspetti positivi. Per sfuggirlo fiorirono gli insediamenti di comunità ebraiche in Egitto, la cosiddetta “diaspora ellenistica”. Nobile esempio di fusione fra tradizione biblica e cultura greca dettero i 40.000 Ebrei affluiti ad Alessandria, dove peraltro la Bibbia fu tradotta in greco, la Septuaginta, unica versione completa delle sette nella lingua di Aristotele.

Sebbene la Giudea raggiungesse l'indipendenza con la liberazione di Gerusalemme da parte di Giuda Maccabeo ( 164 a .C.), fu solo con il regno di Giovanni Ircano I (134-104), figlio di Simone Maccabeo, che iniziò la vera e propria “dinastia asmonea”, quella che, fra conquiste, conversioni, distruzioni, lotte di successione, avviò la Palestina verso il protettorato di Roma.

 

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